lunedì 13 marzo 2023

Testo completo intervento di Paolo D'Arpini al Congresso "Il Vuoto e le sue dimensioni"

 


Discorso sul Vuoto, secondo lo zen e la spiritualità laica  di Paolo D'Arpini  al Congresso "Il Vuoto e le sue dimensioni", MIlano 21 gennaio 2023,  ore 10. 

Eccomi qua... e come diceva Nunzio Filogamo: cari amici vicini e lontani, buongiorno a tutti! 
Ringrazio Riccardo Zerbetto, promotore  di questo Convegno, per avermi inserito nella rosa dei convegnisti, in particolare ringrazio il coordinatore operativo, Rocco Trevis Merlo, per aver sopportato i miei "capricci", avendolo obbligato ad un lavoro extra  per realizzare  un collegamento telefonico che consentisse la mia partecipazione, almeno in sonoro.  Purtroppo dal punto di vista della comunicazione virtuale sono una persona "diversamente abile". 

Nel mio intervento  vi parlerò del Vuoto in chiave zen e di spiritualità laica.  Mi auguro che, come suol dirsi,  non sia "un vuoto parlare"...

Ed in fondo cos'è  il  Vuoto?  Nei termini suddetti certo non è quel che s'intende come "assenza"  ma è assoluta presenza, senza fissità,  piena consapevolezza libera da identificazione con gli oggetti, ivi compreso il nome/forma da noi empiricamente  sperimentato. 

In verità anche quando diciamo "io sono" asseriamo questa consapevolezza, poiché "essere" non è un pensiero ma semplice coscienza. "Io sono" è coscienza che non si ferma,  è costante fluire senza limiti né confini, indefinibile poiché non si basa su una  descrizione, pur incontrovertibilmente "essendo"...

Qualche adepto  potrebbe dire che  anche  questo parlare  non è il vero zen, ed altrettanto  direbbe un taoista giacché "il  tao che può esser detto non è il vero Tao".  Ma qui stiamo facendo un discorso   per soddisfare le esigenze  e le finalità di un Convegno di studio, quindi ragioniamo usando l'intelletto e la capacità descrittiva,  pur che  noi tutti sappiamo bene che "la mappa non è il territorio".

Giochiamo a fare i filosofi e andiamo avanti in questa recita, da parte mia, in quanto personaggio all'interno di questo sogno collettivo, vi racconterò qualche storiella sul mio viaggio nel "Vuoto", estendendolo nel tempo e nello spazio.  

Un Vuoto che nello zen si chiama  satori, o illuminazione,  e che non è ottenibile con un atto di volontà od uno sforzo. E' una spontanea "rivelazione" che la coscienza trasmette alla mente. Cosa è la mente? Cosa è la coscienza? In verità sono la stessa identica cosa ma se osserviamo dal punto di vista della mente (ego) non possiamo comprenderlo. Ed allora?  Il saggio  dice "indaga da dove sorge la mente e scoprirai che essa non esiste". Chi indaga, chi scopre? Tutte domande all'interno della mente  che però  non hanno risposta... poiché colui che cerca è il cercato.  Per questa ragione i  maestri zen non spiegavano lo zen ma  ponevano ai discepoli quesiti irrisolvibili (koan) per spingere la tendenza raziocinante e speculativa al collasso. Magari  di ciò ne parleremo anche più avanti.  

Simile allo zen  è  la pratica della "spiritualità laica" basata sull'autoconsapevolezza, sul   distacco  e la  discriminazione nel continuare a vivere la quotidianità,  con massima attenzione e capacità di risposta sapendo di recitare una commedia, di vivere un sogno. Si fa del nostro meglio senza finalità e senza assumersi meriti o colpe.  E' come navigare nel mezzo della corrente senza fermarsi sulla sponda destra o sinistra del fiume, giacché  alla fine spontaneamente il fiume  sfocia nel mare.

Continuo  perciò con il  racconto sul mio viaggio  personale  nel "Vuoto"...

Oggi sembra normale  parlare di buddismo tibetano, in seguito alle  frequenti visite del Dalai Lama ed ai numerosi libri scritti sulla religione "magica" del Tetto del Mondo, argomenti che hanno contribuito enormemente a divulgare un sistema di pensiero che sino a cinquant'anni fa era riservato a pochi studiosi, e di cui  le vestigia storiche, recuperate sul campo dal prof.  Giuseppe Tucci (orientalista, esploratore e storico delle religioni),  “ammuffivano” nelle sale dell’Ismeo (Istituto per il medio ed estremo oriente) di via Merulana o nella libreria esoterica di Rotondi (sempre in Via Merulana) a Roma.

Per me ci fu però un’occasione, che voglio qui ricordare, in cui improvvisamente quella antica conoscenza venne alla luce… Lo spiraglio sul mistero, l’aurora della trasmissione eclissata risorse durante la visita in Italia nel 1974 di una   grande anima, l’erede spirituale nella linea di Milarepa. Questo santo si chiamava  Rangjung Rigpe Dorje, ed era il 16° Karmapa,  una “manifestazione del Buddha” e il simbolo di  un grande potere spirituale.

Sentii parlare di Karmapa  in India, allorché visitò l’ashram di Muktananda nel 1973. Il suo carisma spirituale era molto forte ed affascinò -sembra- non pochi ashramiti occidentali lì residenti.

Personalmente invece lo conobbi  un anno più tardi a Roma,  accadde quasi per caso,  egli era in visita ed ospite dell’ambasciatore indiano in Italia, che risiedeva in una villa all’Olgiata, sulla via Cassia. Un'amica del giro sincretico mi invitò a partecipare ad un incontro ufficiale a cui sarebbe seguito  un rinfresco vegetariano.

Avevo  letto  la vita di Milarepa, che viveva di sola ortica in mezzo ai monti, e l’avevo trovata avventurosa, piena di alti e bassi, affascinante e protesa  inflessibilmente  verso l’affrancamento, verso la totale libertà dall’io (ego).

Certo, mi interessava conoscere il suo diretto successore ed accettai prontamente l’invito. Il satsang (dialogo con un saggio) era alquanto informale, Karmapa sedeva su una poltroncina leggermente elevata, vicino a lui c’erano l’ambasciatore ed altre persone di riguardo. Vestito d’indaco, con l’aria sorniona ed un po’ ironica, il capo dei “Berretti Rossi” dominava la sala con la sua energia.

Circolava una storia su di lui, pare che durante la permanenza a Roma avesse visitato un negozio di uccelli acquistando alcuni volatili lì prigionieri ma non per restituirli al cielo bensì per liberarli definitivamente dalla gabbia della vita. Non so se questa storia fosse vera ma spesso avevo sentito parlare degli strani comportamenti di certi lama tibetani,  tra cui diversi non sono vegetariani e seguono misteriose pratiche  tantriche.  Insomma, pare che gli uccelli “prigionieri di un brutto karma (destino)” fossero stati liberati dal Karmapa nello stesso modo in cui l’avatar Krishna “liberò” i demoni ed i Kaurava (opponenti dei Pandava nel Mahabharata), cioè uccidendoli.

Comunque  il discorso durante il satsang andò spontaneamente  sull’argomento del destino e sulla reincarnazione. In particolare vi fu un dialogo con un anziano diplomatico italiano, che evidentemente conosceva la cultura tibetana,  egli sembrava sinceramente interessato all’argomento. Poneva insistentemente domande riguardanti qualche sua esperienza,  e voleva  che gli fossero svelati i segreti della rinascita,  ma Karmapa nicchiava e si scherniva dicendo che certe  cose non si possono capire razionalmente. Il diplomatico sembrava  a disagio mentre il Karmapa allegramente ed affettuosamente gli batteva una mano sulla spalla, come volesse tener calmo un bambino irrequieto.

L’anziano signore  era evidentemente imbarazzato, forse offeso,  rosso in viso ed  emozionalmente a disagio, stava per scoppiare in una crisi isterica ed in effetti pianse, ma quando alzò lo sguardo incontrando quello di Karmapa che sorrideva, anch’egli si illuminò in volto, come se veramente tutto ciò non avesse importanza.

L’atmosfera attorno era molto carica, piena di energia spirituale. Io ero rimasto per tutto il tempo in piedi, appoggiato ad una parete,  e non perdevo nulla di quel che accadeva, intuitivamente percepivo che c’era un messaggio.

Terminato l’incontro Karmapa si alzò e si diresse verso il lato della sala, dov’ero stazionato,  lì c’era un passaggio fra le sedie che conduceva al salone ove si sarebbe tenuto il rinfresco.  In quel momento egli stava transitando proprio davanti a me,  quasi ci toccavamo,  allorché senza alcuna ragione apparente egli si voltò verso di me e mi guardò fisso negli occhi. Sentii il mio io esplodere,  la mia mente rovesciata come una saccoccia, quel che c’era venne fuori, ero nudo, totalmente nudo. Provai un’espansione di coscienza incredibile, non vi erano dubbi o segreti,  solo lucida consapevolezza, vuoto pieno

Quel “gesto” dirompente ed inaspettato che Karmapa aveva compiuto (ma perché proprio a me?)  mi aveva spogliato di ogni maschera,  l'io solo un fantasma. Uno shock forse troppo forte per un “apprendista” come me e dopo i primi attimi di totale apertura, mentre lui si girava e continuava a camminare con indifferenza,  cominciai a sentire i lacci del ragionamento empirico  che tessevano ancora la loro tela. Ma l'esperienza, talmente  assoluta da lasciarmi interdetto,  fu una conferma diretta sulla realtà della mia vera natura. Non un piccolo ego ma una consapevolezza senza limiti, senza identificazione.

Quello fu la mia esperienza diretta   con il buddismo tibetano...  comunque  non fu il solo approccio, in seguito  incontrai  diversi altri monaci e praticanti di varie forme  del buddhismo. Ed ognuno d'essi mi diede qualcosa...

Ma ora parliamo un po' di  quel "vuoto"  discriminante che  sorge  nel  disinteressarsi di qualsiasi cosa venga suggerito dall'esterno o dalla memoria.

La nozione di Vuoto viene sviluppata dal Buddismo Mahayana, sorto nel I secolo d.C., che  insegnava che tutte le cose sono "vuote" di ogni esistenza indipendente e ogni cosa nasce in modo interdipendente.

Il tema della "vacuità", in chiave budista, è molto intrigante e si presta a diverse interpretazioni.  Una posizione di estrema lucidità è rappresentata dal pensiero di  Nagarjuna,  un filosofo  buddhista indiano. Egli  è considerato un  "patriarca" nelle scuole buddhiste cinesi Tiāntái e Chán (Zen)

Nagarjuna e la negazione dei fenomeni.

"Nomen est Omen" dicevano i latini... e loro sì che se ne intendevano poiché per loro, come per tutte le popolazioni di cultura indoeuropea, il nome portava con sé un significato. Mica come al giorno d'oggi in cui i nomi si portano appresso solo la storia di un ipotetico "santo" della cristianità.

No, una volta, per gli antichi popoli pre-cristani il nome stabiliva una qualità, era una sorta di auspicio, di "emblema" con il quale il nuovo nato veniva insignito. Ed allora vediamo quale è il destino assegnato a "Nagarjuna" analizzando il suo nome. Tanto per cominciare Naga, che sta anche per nudo, indica un serpente. Un sacro cobra, una divinità (non quel serpente demoniaco della bibbia), mentre Arjuna significa letteralmente "il puro".

Sia nell'accezione di "nudo" che di "puro" si sottintende una pulizia, una sincerità, una onestà, una semplicità.. insomma una saggezza. E Nagarjuna confermò queste qualità. Tanto per cominciare egli nacque (probabilmente), nel II secolo d.C. in Andhra Pradesh, in una famiglia di brahmani. Secondo una tradizione nacque sotto un albero di Terminalia Arjuna, fatto che determinò la seconda parte del suo nome. La prima parte, Naga, lo si deve ad un viaggio che avrebbe condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei naga, i cobra divini, posto sotto l'oceano, per recuperare i Prajñāpāramitā Sūtra ad essi affidati dai tempi del Buddha Shakyamuni.

Certo queste sono tutte storielle aggiunte per dare lustro ma sicuramente di vero c'è che Nagarjuna fu un grande  conoscitore della realtà. Sia i seguaci del Madhyamaka sia gli studiosi del Mahayana riconoscono Nagarjuna come il  fondatore. Più in generale si può dire che sia stato uno dei primi e principali pensatori originali del Mahāyāna, di cui sistematizza l’idea della non sostanzialità di tutti gli elementi della realtà fenomenica.

I suoi scritti ancora oggi rappresentano una vetta quasi insuperata di concettualizzazione del metafisico. In termini che ai giorni nostri furono ripresi da filosofi come Friedrich Wilhelm Nietzsche o -volendo restare in un ambito "indiano"- dal grande propugnatore dell'Advaita moderno: Nisargadatta Maharaj. Ecco cosa disse di lui Osho, un altro maestro dei nostri tempi: "Nagarjuna fu uno dei più grandi Maestri che l'India abbia mai prodotto, del calibro del Buddha, Mahavira e Krishna. E Nagarjuna era un genio raro. A livello intellettuale non esiste paragone possibile con nessun altro al mondo. Capita raramente un intelletto così acuto e penetrante."

Nagarjuna, oltre l'impermanenza temporale, indicò un'ulteriore qualità nella non sostanzialità dei fenomeni: essi erano vuoti anche di una loro identità in quanto dipendono uno dall'altro sul piano temporale. Tutti i fenomeni sono quindi privi di sostanzialità, poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente. Egli esprime la sua posizione in quella che è un'opera capitale del buddhismo: le Madhyamakakarika, Stanze della via di mezzo. Evidentemente riportata da suoi seguaci, come avvenne per i detti del Buddha, poiché Nagarjuna riteneva che il linguaggio è inevitabilmente illusorio in quanto prodotto di concettualizzazioni ed è per questa ragione che egli rifiutò sempre di definirsi detentore di una qualsivoglia dottrina. Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione di pensiero. E l'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se alla vacuità viene attribuita una identità.

Lo stesso Buddha aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda").

Di seguito alcune citazioni che possono aiutarci a comprendere meglio il punto di vista di Nagarjuna:

"La coproduzione condizionata, questa e non altra cosa noi chiamiamo vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non altro la via di Mezzo.La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto"

"Se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni."

"Se gli illuminati non appaiono e se gli uditori sono spariti, un sapere spontaneo si produce allora isolatamente negli Svegliati solitari"

Attenzione all'inganno del "credere"

Disse  il Buddha: "Non credere a nulla, non importa dove l'hai letta o chi l'ha detto, neppure se l'ho detto io, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso..."

Comunque teniamo presente che la conoscenza  indiretta, appresa di seconda mano, può anche essere una  distrazione.  Le esperienze raccontate dai vari maestri sono le loro esperienze non possono essere riprodotte. Qualsiasi sia la tua pratica -e per pratica intendo il peculiare approccio in cui la tua mente fissa l'attenzione su se stessa- prosegui con costanza e determinazione in quella.

Quindi non è importante quale sia la pratica, ed in quale filone spirituale si inserisca,   ma la sincerità, costanza e volontà nel perseguimento che conta. E' come quando si è innamorati non può esserci un modo  codificato per dimostrare il proprio amore verso la persona amata, l'amore si mostra  nei modi che ad ognuno sono congeniali...  A che serve quindi leggere come un altro ha amato?

A proposito di amore non catalogabile, quindi esente da presupposti mondani utilitaristici,  mi sovviene la storia della monaca Ryonen.  Un tempo in un monastero zen in Giappone viveva una bellissima monaca di nome Ryonen, famosa per la profondità del suo intelletto e per la sua discriminante attenzione. Un monaco che stava nello stesso monastero si innamorò perdutamente di lei ed una notte si introdusse furtivamente nella sua stanza. Ryonen non si turbò affatto ed accettò volentieri di giacere con lui. Ma l’indomani quando l’innamorato si ripresentò ella disse che in quel momento non era possibile… Il giorno seguente si svolgeva nel tempio una grande cerimonia per commemorare l’illuminazione del Buddha alla presenza di una gran folla e di parecchi monaci venuti da lontano. Ryonen entrò senza indugi nella sala colma e con totale naturalezza si pose di fronte al monaco che diceva di amarla, si denudò completamente e gli disse: “Eccomi, sono pronta, se vuoi amarmi puoi farlo qui, ora…”.
Il monaco se ne fuggì per non far più ritorno mentre Ryonen con quel gesto aveva reciso le radici di ogni illusione.

Va tenuto comunque in considerazione che la ricerca spirituale  non può essere un “atteggiamento” od il risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno, essa è semplicemente essere consapevolmente quello che si è, senza vergogna e senza modelli di sorta.
 Pertanto occorre perfezionarsi  con sincerità, onestà e perseveranza lasciando che  la conoscenza si manifesti  spontaneamente secondo le proprie naturali predisposizioni e destino.

Un monaco chiese a Joshu: “Cos’è il Buddha?”.

“Quello nella sala”.

Il monaco disse: “Quello nella sala è una statua, un pezzo di fango!”.

Joshu rispose: “Esatto”.

“Allora cos’è il Buddha?” chiese di nuovo il monaco.

“Quello nella sala”.

Ora questo è strano. È d’accordo con lui che quella è solo una statua, un pezzo di fango, dice: “Esatto”. E quando l’uomo chiede di nuovo: “Allora cos’è il Buddha?” Joshu ripete: “Quello nella sala”.

Cosa vuole dire Joshu? Vuole dire che finché non smetti di chiedere “Cos’è il Buddha?” sei in cerca di una statua. Finché continui a chiedere “Cos’è il Buddha?” chiedi qualcosa di oggettivo. Ecco perché risponde: “Quello nel tempio, quello è il Buddha”. Se continui a chiedere “Cos’è il Buddha?” vuoi una risposta oggettiva, e se continui a chiedere qualcosa di oggettivo, chiedi qualcosa di morto. Ma il Buddha è la tua soggettività.

Pertanto lo Zen è il metodo per andare dentro, è la via che ti conduce al tuo nucleo più intimo. Il tuo nucleo più intimo è Buddha. Tu sei  Buddha.

"Sii ciò che sei...!"

Disse Osho: "Nel buddhismo zen c’è una fortissima analogia con tutto questo.  Lo zen, potremmo dire in un certo senso, è un tentativo di uscire dalla gabbia del sì e del no – oltreché di uscire dalla prigione della scelta, dal decidere razionalmente. Anzi: a guardar bene le cose, questi due aspetti sono le due facce della stessa medaglia. Uscire dalla scelta è smettere di produrre qualcosa di proprio, per lasciare essere la realtà quella che è..."

Zen - Essere consapevoli nel qui ed ora.

Ebbi la buona sorte nella mia vita di poter conoscere due insegnanti italiani di questa disciplina  buddista. Il primo, di scuola Zen giapponese, risiede in un piccolo ashram laico a Scaramuccia e si chiamava Gigi Mario (dipartito l'11 novembre 2021). Parecchi anni fa con lui partecipai ad una seshin di tre giorni con meditazioni, sia da seduti che camminando in collina, intervallate dal lavoro nei campi ed altre pratiche comunitarie. Dopo 72 ore senza sonno e sfiancato dallo sforzo costante non c'è meraviglia che alla fine uno abbia una sorta di "satori", anche se questo termine sembra esagerato, rispetto alle esperienze di discepoli che per anni ed anni praticano con i loro maestri nelle condizioni più "disastrose". Comunque alla fine della seshin tutti i partecipanti realizzarono il valore della vita quotidiana. Il senso della noia era scomparso.

Con l'altro maestro, Alberto Mengoni (che ha lasciato il corpo nel 2001), di scuola Chan cinese,  ebbi una frequentazione più continuativa ed amichevole. I nostri incontri avvenivano più che altro a tavola, durante le visite che lui ed i suoi allievi mi facevano quando ancora risiedevo a Calcata. Il suo insegnamento, oltre al classico zazen,  era basato sul  radicamento nella vita quotidiana e sull'osservazione continua, senza tendere a "consolazioni" di vario genere, ivi comprese quelle religiose.

A parte l'incontro con  questi "compagni di viaggio"  già da parecchio tempo anch'io mi  stavo dedicando con impegno alla pratica spirituale. Un percorso iniziato nel 1973  con il mio maestro tantrico, Swami Muktananda, che risvegliò in me  "l'esperienza" diretta del Sé. In seguito, come forma di apprendimento esperienziale,  mi dedicai allo studio dei vari sistemi riconducibili a quella che io definisco "Spiritualità laica", ovvero il sistema indiano Advaita,  del sistema cinese Chan (o Zen),  passando dall'I Ching sino al confucianesimo ed al taoismo. Ma una cosa è certa: l'apprendimento di nozioni, od anche la pratica meditativa,  non conduce all'illuminazione. Questo accumulo di conoscenze empiriche  nell’advaita (non-dualismo) viene definito “artha wada”, che sta per: arricchimento letterario o materiale aggiunto, il cui scopo è semplicemente quello di soddisfare la curiosità mentale  di chi  continua a crogiolarsi nel “divenire”. Infatti questo tipo di "conoscenza" è solo un  esercizio di memoria.

Quindi  se qualcuno mi  chiedesse “allora cos’é il Ch’an (o lo Zen)?", sarei tentato di rispondere che “sicuramente non è quel che stiamo facendo”, ovvero che esso non può essere né descritto né letto né pensato. Può essere sì “trasmesso”,  ma solamente se e quando l’osservatore è in grado di farlo proprio, come avvenne a Mahakashyapa che si illuminò osservando il Buddha sollevare un fiore, in risposta ad una domanda filosofica sul Sé.

Insomma il Ch’an (e  lo Zen), sono espressioni che stanno a significare “la propria esperienza diretta, naturale e spontanea” come in verità fu quella dello stesso Buddha che, abbandonati tutti i sentieri e tutti i metodi, infine mangiò, perché aveva fame, e si sedette, perché era stanco, e così ottenne l’illuminazione…

Dal punto di vista formale vediamo che il Ch’an, storpiatura del vocabolo sanscrito Dhyana (che vuol dire meditazione), nacque in Cina (nell’epoca T’ang fra il 618 ed il 907 d.C.) come risposta integrativa fra l’esperienza Taoista e quella Buddista. Entrambi questi “sentieri” sono “non formali”, non abbisognano di scritture o regole specifiche, essendo basati sulla scoperta di sé nel Sé. Essendo il laboratorio di ricerca il proprio interno, la mente, l’unica pratica consigliata è quella dell’introspezione meditativa…

Non vengono seguiti metodi speculativi piuttosto si cerca di portare l’intelligenza al limite della sua tendenza raziocinante, talvolta attraverso insolubili quesiti o formule astruse sulle quali riflettere. Altra caratteristica esteriore che qualifica i praticanti della meditazione Ch’an è l’auto-sostentamento, cioè i monaci devono provvedere a se stessi attraverso il lavoro nei campi ed ogni altra attività utile alla sopravvivenza… insomma ci si aspetta che i praticanti non “vivano sulle spalle altrui” con la scusa della religione…

E della religione, direi ogni religione, visto che l’iconoclastia si spinge contro ogni teismo costituito, il Ch’an ha perso ogni odore. Infatti: “… Se incontri il Buddha per strada, uccidilo” - disse il maestro I-Hsuan - Se incontri patriarchi o arhat sulla tua strada uccidi anche loro (ovviamente, in un puro senso metaforico… cioè nella nostra mente…)… Bodhidharma era un vecchio barbaro barbuto...  il nirvana e la bodhi sono tronchi secchi utili per legarvi l’asino. Gli insegnamenti sacri sono solo elenchi di regole di fantasmi, fogli di carta buoni per asciugare il pus delle vesciche…”.

Divertente nevvero? Ma questa negazione del formalismo attinge alla realtà del “primordiale vuoto” (o vacuità), nonché all’allegro disprezzo verso ogni perseguimento, verso la sclerosi culturale che si ferma alla forma, sia nella letteratura che nella religione.

Il Ch’an (e lo Zen) puntano a sovvertire il pensiero convenzionale e la conoscenza di seconda mano, in modo che l’illuminazione acquisti significato nell’esperienza personale. Per questo è necessaria una forte determinazione, dato che senza di essa non é possibile interrompere le “fantasie” acquisitive della mente… e la disciplina deve avere – ovviamente - una duplice valenza… fisica e mentale (”ora et labora” diremmo noi…).

Per risvegliare la mente, ed indurre i praticanti a superare i limiti del raziocinio, alcuni maestri si specializzarono in stupefacenti indovinelli che venivano sottoposti all’allievo. La domanda poteva essere “In che modo fai uscire l’oca dalla bottiglia?”, oppure "Qual'è il suono di una mano sola?”…  Ovviamente qualsiasi risposta basata sull’analisi teorica veniva salutata dal maestro con grida e sonore bastonature.

Malgrado l’apparente durezza, l’insegnante Ch’an (o Zen) é sempre ispirato dalla pura “compassione” e perciò sa riconoscere quando l’allievo é genuinamente penetrato nella profondità del Sé ed in quel caso la sua risposta è un silenzioso sorriso… oppure come disse ad Hakuin il suo maestro: “Entra... adesso ce l’hai..!”

Nelle parole di Sogyal Rinpoche: “Meditazione significa quindi essere molto semplici e naturali, rilassare la mente senza imporle nulla, e senza nemmeno tentare di essere calmi: non dovrebbe esserci alcuno sforzo deliberato di controllarla”.

"Né corde annodate, né legami... né scioglimento, né comprensione... Parole vuote che non possono avere un senso svaniscono come le tenebre all'alba..." (Saul Arpino)

Per concludere vorrei aggiungere qualche parola sulla  spiritualità laica. Che non  rappresenta solamente una spiritualità secolare bensì la natura intima di ognuno di noi, una sintesi tra intelligenza e coscienza che non ha bisogno di alcun simulacro religioso per manifestarsi.   Non si può  descrivere o parlarne come fosse un percorso, una via per andare da qualche parte per giungere a delle conclusioni di vita.


Nel cielo, come nella spiritualità laica,  non vi sono strade, c'è solo vuoto spazio. Nello spirito non c'è percorso e quindi anche parlare di spiritualità laica sottintendendo che sia un modo di impostare la ricerca interiore attenendosi a delle norme o respingendone altre è pura vanità, è finzione.

Tutto avviene per conto suo, sulla base di una spinta evolutiva interiore. Credere in una via e pensare di essere nel giusto è la prerogativa di ogni religione. Ma non serve nemmeno indicare le incongruenze di questa o quella religione, di questo o quel credo. Finché qualcuno  crede in una religione non si può far a meno di riconoscere che per lui la verità interiore resta un miraggio, un orizzonte lontano che non può mai essere raggiunto. Credere in questo o credere in quello è solo credere.

Ma possiamo affermare di "credere" nell'esistenza, di "credere" nella nostra coscienza? Noi esistiamo e ne siamo coscienti, non ‘crediamo’ di esserlo.

L'autoconsapevolezza è un segno, ognuno di sé dice "io sono", questo segno è comune a tutti, il resto è solo pensiero aggiunto. L'io è lo stesso per tutti. Essendo questa la verità, a che serve legare l'io ad una specifica forma pensiero, ad un concetto? Tutto è nell'io. La forma individualizzata dell'io è come la coscienza di una cellula nel corpo. Ovviamente nella consapevolezza di sé, come organismo unitario, quella cellula è solo un aspetto, una base esperienziale dell'io. Ed allora dov'è la differenza fra l'individuo ed il tutto?

Quell'io da cui ogni pensiero emerge e che è in grado di riconoscere ogni pensiero è lo stesso io in cui tutto si scioglie.

Quando dormiamo percepiamo nel sogno molti personaggi, li vediamo separati da noi, consideriamo noi stessi e gli altri come separati, ma è così realmente? Possiamo ragionevolmente affermare di essere separati dai personaggi del nostro sogno?

Infatti ignorare che tutto è Uno è come sognare.

Risvegliarsi alla conoscenza di sé è chiamare questo fatto "spiritualità-laica" è solo un modo di dire, dal punto di vista dell'esperienza non può essere dato un nome, quindi spiritualità laica è solo una descrizione dell'indescrivibile.

...C’è mai stato un momento in cui io non sia stato me stesso?
Cos’è questo io che così fortemente sento e percepisco, questo io è la sola realtà che conosco, è coscienza assoluta e indivisibile.
Tutto ciò che appare in questa coscienza, le immagini che osservo, tutto ciò che si manifesta davanti all’io è un oggetto, questo corpo è un oggetto, questa mente è un oggetto, le forme variopinte del mondo sono solo oggetti...
Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, sono proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore.

E poi come posso immaginare la separazione fra io e l'altro? Tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno altro a cui poterla spiegare. Questo io sono, in cui anche l’ipotetico altro si riconosce nell'io sono…

Questo discorso sulla "spiritualità laica" è rivolto a persone che non necessariamente hanno chiara la definizione, magari sono abituate a confondere la spiritualità con la religione... Il sentire di una spiritualità circoscritta in termini religiosi è limitata a quella religione, non ha un valore universale. Al contrario la spiritualità laica non ha nulla a che vedere con la religione.

Spiritualità laica corrisponde ad una spiritualità naturale non connessa ad alcun credo. Però dobbiamo dire che anche un cristiano od un seguace di qualsiasi altra religione  può riconoscere dentro di sé la presenza spirituale ma  per inveterata abitudine ad aderire al suo credo la definisce "cristiana" "maomettana" "giudea"  "buddista" ecc...

In verità la spiritualità e l'essere sono sinonimi, indicano la stessa realtà coscienziale, e quindi come si può definire la vita "cristiana" o che altro...?

La vita è una sorta di "avventura", un teatro in cui lo spirito gioisce nell'esprimere se stesso e che descrive il viaggio esistenziale dell’Io, e il liberatorio punto di vista di chi guarda il mondo senza preconcetti, ritrovando in se stesso la chiave per amare il Tutto, riconoscendosi in Esso.

La vita è semplicemente esistenza, intelligenza e coscienza…

Riconoscendosi in ciò che è… si supera l'identificazione con forme  pensiero che non sono altro che costrutti mentali. Ed una religione come qualsiasi altra ideologia o filosofia è solo una griglia psichica che impedisce una chiara visione.

La "meraviglia di Sé" della spiritualità naturale o laica non ha bisogno di identificazioni né di appartenenza, essa è autoevidente. Il resto è solo "materiale aggiunto" (per soddisfare la mente)...

Disse Alan Watts: "Realizzazione è la scoperta che la meta dell'esistenza è sempre raggiunta nell'istante presente"  


Paolo D'Arpini



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