domenica 12 aprile 2026

"Bioregionalismo ed economia sostenibile"...

 




Di seguito riporto un editoriale comparso sull'ultimo numero del nostro notiziario cartaceo, "Bullettin", che uscì in forma di brochure per l'ultimo incontro collegiale della Rete Bioregionale Italiana tenuto a Calcata, dal 9 all'11 maggio 2002, sul tema: "Bioregionalismo ed economia sostenibile". 

L'articolo in questione l'ho rinominato "I quattro stadi della vita..."

Bioregionalismo ed economia sostenibile


Strettamente parlando, da un punto di vista delle finalità, la spiritualità laica e l’ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. L’uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l’ecologia profonda è un approfondimento in senso materiale di questa ricerca. Entrambi gli approcci partono dall’esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, il primo è un approccio in senso metafisico mentre il secondo prende in esame il fisico ma non v’è differenza fra i due aspetti se non nel modo descrittivo.

Nell’ecologia profonda come nella spiritualità naturale si sottintende un ’quid’ che impregna le trame della vita. Tale ’quid’ è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo ’spirito’ o ’forza vitale’. Dall’interrogarsi iniziale siamo giunti a tutte le filosofie gnostiche, alle religioni d’oriente come pure alle grandi religioni monoteiste in cui, sia pur con angolazioni differenti, si inneggia al grande mistero della vita, questa è anche l’esigenza dell’ecologia che sempre tiene in conto il delicato equilibrio dell’insieme delle manifestazioni vitali. Spesso mi son trovato a descrivere l’esigenza di estrinsecazione spirituale dell’uomo come la nascita della prima virtualizzazione. Attraverso il pensiero e la speculazione intellettuale è infatti sorta la virtualità, l’immaginare, il presupporre vero sulla base di un pensiero (di un credere) e questa proiezione, una ’vis’ umana specifica, è forse presente anche nel resto dei viventi, chissà? 

Ad esempio nelle teorie del karma si descrive la vita individuale degli esseri come un percorso evolutivo che parte da una scintilla dell’intelligenza che poi si differenzia in miriadi di forme, a volte contrapposte, che son però strettamente collegate l’una a l’altra ed in continua ascesa verso la stessa finalità. Una unità questa che non è mai venuta meno anche durante il cosiddetto “percorso karmico” ma per via dell’illusione, ovvero la virtualità del pensiero, appare disgiunta ed imperfetta (e quindi perfettibile?). L’ecologia profonda, dal punto di vista materiale, è un aiuto a capire che non c’è nel contesto generale della vita un dietro od un avanti che non sia strettamente consequenziale, che non compartecipi della stess a sostanza di base e che perciò è impossibile scindere, pena l’estinzione stessa della vita.

Ed ora una domanda: come faremmo a vivere su questa Terra se tutti decidessimo di ritirarci in eremitaggio, di ritornare alla terra come si dice in gergo, senza immediatamente sconvolgere, distruggere definitivamente, il già precario equilibrio di questo pianeta? La Terra ospita ormai diversi miliardi di persone, perlopiù riunite in aree urbane, è pur vero che parecchie specie animali sono in netta diminuzione ma per contro molte di quelle addomesticate dall’uomo (essenzialmente per scopi voluttuari o di carenza affettiva) superano in numero gli umani stessi e come gli umani che vivono nelle città anch’essi son concentrati in grandi allevamenti. Se ognuno di noi dovesse andare a vivere in campagna, immaginando una società egualitaria, avremmo forse a disposizione non più di duecento metri di terreno a testa senza contare le zone desertiche, i ghiacciai, le alte montagne, se in più volessimo portare con noi anche i nostri “pets” dovremmo dividere quel piccolo spazio con cani e gatti, se poi volessimo mangiar carne dovremmo dividere ulteriormente la nostra casa con pecore, mucche, conigli, maiali, etc. 

Si fa presto ad immaginare la calca che si verrebbe a creare nei nostri duecento metri quadrati di terra, non solo ma come potremmo produrre in quel piccolo orticello abbastanza cibo per tutti i membri della nostra personale comunità rurale? Va da sé che questa tipo di scelta è impensabile per la massa come pure, per altre ragioni persino più serie, è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.

I lemming, quel popolo di roditori che in caso di sovraffollamento periodicamente emigrano in massa, avrebbero già intrapreso il loro viaggio finale (che come tutti sappiamo finisce nelle gelide acque del mare del nord) per riequilibrare la natura. In parte un tale comportamento autodistruttivo sta avvenendo anche nella nostra società, con l’aumento delle guerre, dei suicidi, delle perversioni, della stupidità. Ma non è ancora sufficiente a trovare quell’equilibrio naturale di sopravvivenza e questo perché l’uomo ha l’arroganza di ritenersi un essere “superiore” alle altre specie e perciò ogni soluzione deve comprendere la continuazione del gioco attualmente in programma e cioè la fissità della nostra specie come dominante.

Ma a questo punto re-inserisco il concetto di “spiritualità naturale o laica”. A dire il vero questa spiritualità non può assomigliare punto alla precedente spiritualità religiosa ma deve necessariamente tener conto del contesto vitale in se stesso, ovvero dell’ecologia. Una spiritualità ecologica in cui non si perseguano scopi immaginari (paradisi, inferni, etc.) ma in cui ci si occupi esclusivamente del presente stato dell’esistenza. Una presa di coscienza ’individuale’ di come è possibile il riequilibrio al contesto della vita senza ritenere che la nostra sia una funzione di controllo, di dominio (o di sudditanza ad una ipotetica divinità altra). 

Ognuno di noi dovrebbe già da ora affrontare il suo personale corso di sopravvivenza sapendo che tutto quello che noi rubiamo oggi dovrà sicuramente essere pagato domani, questo nel caso del sovrappiù, mentre se il nostro respirare, mangiare, vivere rientra nell’insieme del vivere, respirare, mangiare di ogni altro essere vivente potremmo finalmente goderci la vita, senza aver colpe da espiare, senza dover abbandonare il nostro modo di vita urbanizzato e fortemente sociale che -evidentemente- salvo il famoso riequilibrio di cui abbiamo detto, ha contribuito alla fioritura di questa bellissima nostra specie.

In questa fase della storia millenaria dell’uomo abbiamo privilegiato il secondario, il superfluo, a scapito del primario, ovvero il cibo, l’acqua, l’aria. E’ importante per noi esseri umani integrati analizzare le ragioni di questo sviamento. Uno sviamento che senz’altro è stato necessario per scoprire il valore di tesi astratte come l’arte, la scrittura, l’estetica, l’etica, ma che non può continuare ad occupare tutto lo spazio possibile del nostro esistere. Ad esempio dobbiamo essere consapevoli dello sforzo e del significato profondo insito nella ricerca e produzione del nostro cibo quotidiano.

Descrivo ora l’excursus storico sulla nostra evoluzione. La storia dell’uomo è molto semplice e rispecchia i quattro mutamenti fondamentali della vita. L’uomo nella sua corsa evolutiva compie quattro salti stagionali. All’inizio egli succhia il latte, alla base del latte c’è la verdura e la carne e ciò diviene il suo cibo, poi ancora oltre c’è la terra ed ecco l’uomo che la divora ma oltre la terra c’è lo spirito e l’uomo nutrendosi di “spirito” completa un altro ciclo di spirale nella scala dell’evoluzione. 

Questa simbologia può essere tradotta così: il latte rappresenta il momento in cui l’umanità si pone reverente verso la nutrice, la natura, che lo accudisce e lo sostiene nel suo grembo (potremmo dire che corrisponde al momento del “paradiso terrestre”); subentra poi la capacità di auto-sostenersi e di ricorrere a tecnologie appropriate per ricavare da se stessi il nutrimento (corrisponde al momento della fondazione patriarcale); ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale in cui l’uomo tende a divorare, a consumare, persino la terra che lo sostiene (il momento della decadenza consumistica e dell’idolatria scientifico religiosa); infine viene il momento della coscienza indifferenziata, l’uomo vien toccato dallo “spirito” si compenetra in esso e ritrova la sua unità primigenia (corrisponde al quid originario, alla consapevolezza di Sé), il ciclo si ripete passo dopo passo. 


E’ evidente che questo momento storico è segnato da un grande sbalzo fra il massimo del materialismo ideologico o religioso a quello di un ritorno alla consapevolezza non duale.

Come possiamo affrontare condizioni o contingenze apparentemente diametralmente opposte? Innanzi tutto c’è da considerare una cosa: la spinta evolutiva nell’uomo non è indotta da ideologie di massa, il pensiero di massa serve solo al mantenimento della compattezza psicofisica della specie, l’indice del cambiamento è sempre e solo rappresentato da forme pensiero, pseudopodi, che si irradiano verso possibili sbocchi evolutivi, questi pseudopodi non rappresentano che una piccolissima percentuale della massa, si tratta di minoranze….. 

Le due minoranze attualmente in antitesi, nel “programma” di sviluppo dell’intelligenza umana, son rappresentate da una parte dall’accentramento individuale del potere (lobby ideologiche ed economiche auto-foraggianti) e dall’altra da una rete smagliata di piccole persone che emanano forme pensiero collegate al tutto (una sorta di sincretismo universale).

Questi cicli o percorsi storici si manifestano allo stesso tempo sia nell’arco di una sola vita individuale che in stagioni o onde storiche, ere cosmiche. Mi sembra che questo momento di transizione, fra una condizione e l’altra dell’umano, sia dedicato all’aspetto distruttivo di ogni sovrastruttura di pensiero, un azzeramento dei canoni precostituiti. Infatti oggi come non mai la pulsione verso l’uscita dagli schemi fissati provoca uno stato sismico mentale (scossoni psichici) al corpo-massa dell’umanità. Basterebbe sapere che, come avviene nel processo realizzativo del sé, ogni singola cellula del corpo sociale umano deve essere toccata e deve essere in grado di percepire individualmente la reale possibilità evolutiva in corso. E mentre la tendenza egocentrica agisce sulla massa con meccanismi di aggregazione forzata (vedi la massificazione informativa) al contrario “l’aumento” della coscienza avviene sui piani emotivi individuali. 

Dobbiamo essere consapevoli di ciò quando, come precursori, proponiamo un indirizzo bioregionale che non potrà certamente usare i mezzi della controparte ma deve comunque comprenderli organicamente e da lì evolversi. Solo così può sciogliersi il senso di differenza e la coscienza può ri-trovare il suo spazio. L’interno dell’uomo è ancora tutto un mondo da esplorare ma anche l’esterno è altrettanto infinito ed inconoscibile. Per questo si ripropone sempre la via di mezzo, la moderazione, come unica strada possibile per la continuità della specie. La consapevolezza non-duale integra non divide. E’ per questo che nell’ecologia del profondo e nella spiritualità laica si narra del ritorno alla Terra, ascoltandone il suo messaggio, pervenendo così a quell’integrazione con essa. Godendo della silenziosa gioia di vita, qui e d ora. Una gioia che non ha costrutto, nessuna causa, nessun meccanismo da soddisfare, nessun possesso, solo è…. Si chiama esistenza.

Ma attenzione… tale visione non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l’occasione di un riequilibrio. La continuità della nostra società, in quanto specie umana, richiede una chiave evolutiva, una comprensione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta (forse sarebbe meglio dire con l’universo) l’esperienza vita. Questa è la scienza dell’inscindibilità della vita. 

Ne consegue che anche l’economia umana può e deve tener conto di questa visione per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga ma che sia in sintonia con i processi vitali. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: “E’ ciò ecologicamente e spiritualmente compatibile?” I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, come pure la socialità e la cultura, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità. Se questo stimolo si manifesta nella mente umana allora sarà necessario un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola “riconversione ecologica” favorirà il superamento dell’attuale stato di "impasse" impartendo grande spinta allo sviluppo economico e sociale. 


Una grande rivoluzione comprendente il nostro far pace con il pianeta e con gli esseri viventi che lo abitano.


Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana




Un commento ricevuto l'11 aprile 2026 e mia rispostina: 

"L’ho letto più volte.  molto articolato  e bellissimo. Il vivere fuori dagli agglomerati urbani  se fosse per tutti provocherebbe peggiori squilibri? (Francesca Serra)

Mia rispostina: 
"Il calcolo è presto fatto... dipende dal numero di persone che si sparpagliano sul territorio, fai un po' il conto: abbiamo già superato il limite di 8 miliardi, poi considerando il territorio disponibile  escludi i deserti, le alte montagne, le foreste che devono restare intonse, ecc. ed ognuno di quegli 8 miliardi (ed oltre) dovrebbe autoprodurre il suo cibo, ecc. cosa resta della Terra? Per questa ragione ipotizzo una ecolocizzazione dei centri urbani limitando le loro dimensioni ad un massimo di centomila abitanti per nucleo e mantenendo un adeguato territorio extra urbano per le produzioni agricole ed anche per il verde per gli animali selvatici... Il fatto è che gli umani in questo tipo di "civiltà" attuale si sono moltiplicati a dismisura ed inquinano tremendamente... forse per questo motivo Gaia sta predisponendo un collasso della civiltà dei consumi e il ridimensionamento della specie homo Sapiens...
Il discorso sulle "misure" dei diversi agglomerati e centri urbani è basato  su una logica "umanista". L'uomo è un animale sociale. Il nucleo base di sopravvivenza ecologica è un piccolo gruppo di 10 persone, un villaggio ne conterebbe 100, un modesto centro urbano 1000 ed infine il massimo della coesistenza uomo/natura/animali e della interconnessione sociale e culturale si manifesta in una città di 100.000 abitanti. Le metropoli con milioni di abitanti dovrebbero scomparire ed il loro territorio riconvertito ad ambiente naturale. Sembra un progetto utopico ma si svolgerebbe a piccoli passi e con l'aiuto di Madre Terra...

mercoledì 8 aprile 2026

La natura ama le differenze - Esiste una gerarchia razziale?...

 

“Gli Dei popolavano le terre, e dopo averle popolate nutrivano noi, lor possesso e prole, come i pastori il bestiame: però non costringevano i corpi con la forza dei pastori, che traggono al pascolo il bestiame con le percosse, ma, com’è l’uomo un animale docilissimo, dirigevano quasi dalla poppa di una nave, secondo la loro volontà, e adoperando come un timone la persuasione per muovere gli animi, reggevano così tutto il genere mortale” (Crizia – Platone)

Risultati immagini per Gli Dei popolavano le terre

Secondo me, è “in errore” chi pretende di stilare una gerarchia, basata sulla superiorità o sull’inferiorità, tra le razze.

Per il resto, una volta fissata la pari dignità, non possiamo che constatare come le razze, con le loro caratteristiche fisiche e psicologiche, esistano. Ciò va accettato come un dato di fatto. La Natura insegna che il mescolamento tra le razze resta sempre un’eccezione confermante la regola dell’autoconservazione delle differenze. Non ci si può, come scrive Paolo D'Arpini, “perdere” nella comunità, mantenendo le differenze.

Perdere o eliminare le differenze è come mescolare tutti i colori: si ottiene il grigio, ovvero il massimo dell’indistinzione, del brutto e dell’angoscia. Ne parla Michael Ende in “Momo”, tratteggiando l’immagine di “uomini grigi”, ladri di tempo.


Significativo è rilevare come negli Stati Uniti l’integrazione razziale non sia ancora avvenuta, almeno non in profondità. Anzi, si sa che tale società è tra le più violente esistenti sul pianeta. L’uguaglianza indiscriminata tra tutti gli uomini è un’utopia di stampo illuministico da cui sono scaturite e continuano a scaturire le peggiori ingiustizie. Gli uomini (e naturalmente anche le razze) sono tutti identici nello Spirito, ma differenti nella forma. Laddove molte etnie sono coesistite per millenni, come in India, ciò è potuto accadere in virtù di leggi tradizionali assai precise che, sul piano orizzontale, custodivano i limiti tra le differenze, ma che, verticalmente, tenevano sempre aperta la porta metafisica dell’Unità assoluta.


Confondere la dimensione formale con quella essenziale (in altri termini: lo svadharma – il dharma personale –, con il dharma metafisico universale: la Liberazione dall’ignoranza-sofferenza) è, a me sembra, un grave errore. Errore che, tra l’altro, molti sedicenti maestri orientali hanno alimentato e alimentano, diffondendo interpretazioni spurie delle più alte dottrine metafisiche. Del resto, basta osservare la Natura, maestra di vita: in genere le varie specie non si mescolano. La bellezza del mondo non è forse data dalle differenze coesistenti in modo equilibrato. Equilibrio vuol dire che a volte c’è lotta, a volte cooperazione; ciò è inevitabile.


Qual è il dramma maggiore del mondo moderno se non la distruzione della biodiversità? Il livellamento mondialista sta mescolando tutti i colori non certo per “amore” o per “rispetto” dell’Unità principiale. Quel che si vuole ottenere è un mondo di esseri umani disanimati, capaci solo di produrre merci e di consumare. Si pretende persino di manipolare, monopolizzare e omologare il mondo animale, vegetale e quello minerale. Quindi ben vengano le lingue, i dialetti, le razze, i popoli, le tribù, le patrie, le religioni, le tradizioni, gli usi e costumi e tutte le differenze che nella loro precisa identità (principio di individuazione) tengono vivo lo stupore e la meraviglia. L’importante è non dimenticare mai che essere diversi, essere se stessi, non vuol dire essere spiritualmente “superiori” o “inferiori”; nella tradizione neo-platonica Dio viene inteso come un Centro che è dappertutto e la cui circonferenza non è in alcun luogo. Perciò, come sta scritto nel Corano: “Ovunque vi giriate, là è la faccia di Dio”. L’onnipervadenza divina non ci suggerisce, tuttavia, che sia auspicabile nutrirsi di veleno, o mangiare nello stesso piatto di un maiale (con tutto il rispetto per questo animale) o elogiare un delinquente, o rigettare ogni forma di autodifesa, o promuovere arbitrariamente una guerra, bensì che ci è dato preservare la nostra identità senza però giudicare in modo definitivo quel che è diverso o contrastante con noi.

Concludo con una citazione di Alain Daniélou, profondo conoscitore dell’India: “Tutti i tentativi di riforme sociali che non tengano sufficientemente conto della natura dell’uomo individuale e collettivo sono inevitabilmente votati allo scacco. Se le esaminiamo dal punto di vista di uno studio sistematico delle tendenze collettive degli esseri umani, noi siamo obbligati a notare che le ideologie moderne non sono che astrazioni, sogni che non corrispondono ad alcuna società reale né possibile. Nella misura in cui si vogliono ignorare i fatti biologici, le differenze tra i sessi, le razze, le specie, invece di cercare di armonizzarle, si creano delle società fittizie che non corrispondono alla realtà e che, di conseguenza, sono costantemente agitate da conflitti e da disordini alcuni dei quali possono essere fatali, e che inoltre sono inevitabilmente ingiusti e disumani, poiché è sempre il più scaltro che si appropria di tutti i benefici e non il più meritevole” (da “I quattro sensi della vita”, Vi 1998, p. 37).

Subramanyam


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Mia integrazione: 

"Ricordo la storia del re Janaka…. Tanto tempo fa alcuni preti vollero mettere alla prova la realizzazione dell’Uno professata da Janaka, un re che viveva l’unitarietà di tutte le cose. Essi inviarono alla sua reggia un gruppo composto da un bramino (casta sacerdotale), un intoccabile, una vacca, un elefante ed un cane. Quando il gruppo giunse davanti al re, egli inviò il bramino nel posto dove sedevano gli altri sacerdoti, l’intoccabile in mezzo agli altri intoccabili, la vacca fu mandata nella stalla, l’elefante nella rimessa degli elefanti ed il cane nel branco reale dei cani e diede istruzioni affinché di ognuno venisse presa cura nel modo dovuto. 

Allora i preti lo interrogarono e gli chiesero come mai aveva separato quegli esseri: “perché li hai separati individualmente, non sono tutti la stessa cosa per te?”. Janaka rispose “sì tutti sono Uno, ma l’auto soddisfazione cambia seconda la natura dell’individuo. Ad ognuno di essi deve esser dato secondo la propria natura individuale e le proprie esigenze”.

Anche se in una commedia uno stesso uomo recita diverse parti, il suo comportamento varia a seconda del ruolo giocato – come affermava Ramana Maharshi- egli non viene avvantaggiato né diminuito dal ruolo impersonato."

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


martedì 7 aprile 2026

Lo sviluppo dell'agricoltura bioregionale in quel di Treia...



"Il cibo dei nostri padri è il cibo giusto anche per i nostri figli" (P.D'A.)
 

Ante Scriptum:  "Ringrazio l’amico Paolo D'Arpini per l’invito. È bene che si sappia che intervengo a questo dibattito sull'alimentazione bioregionale, organizzato  al Circolo vegetariano di Treia, perché non si può dire di no ad un caro amico, pur nella consapevolezza di non avere una specifica  competenza nella materia di cui si sta trattando. Al riguardo avrei potuto parlare solo dei miei ricordi di vita contadina fino a quasi trent’anni, nella quale le erbe erano le regine della produzione spontanea del campo, della coltivazione dell’orto e dell’alimentazione umana e animale, di tante famiglie come la mia in queste zone. Ma su questo sono stati scritti, anche di recente, molti libri e non mi addentro nella questione.

Paolo mi chiede sempre di fare il mio mestiere, cioè lo storico, e dunque di trovare riscontri nel passato di Treia e del circondario riguardanti il tema che aleggia più di ogni altro nell’incontro che si sta svolgendo: oggi il tema riguarda le erbe e il loro uso e valore. Per storicizzare l’argomento ritorno alle mie ricerche svolte nel tempo nell’Archivio della nostra più importante istituzione culturale, l’Accademia Georgica..."

Sede dell'Accademia Georgica di Treia

L’Accademia Georgica di Treia tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, si occupò soprattutto di agricoltura e si adoperò per migliorarla attraverso la sperimentazione di nuove tecniche di coltivazione e anche di prodotti non conosciuti nelle Marche. L’impegno principale venne dedicato all’importazione e alla sperimentazione di nuove colture, soprattutto erbacee e cerealicole.

Questi tentativi e obiettivi nascevano dalla consapevolezza che solo aiutando la natura si poteva aumentare la produzione di ciò che la terra offriva con conseguente miglioramento del tenore di vita delle popolazioni. Era la teoria fisiocratica che circolava nell’Europa del tempo e che la nostra Accademia abbracciò.

Dico subito che le sperimentazioni e gli studi teorici degli accademici venivano pubblicati in una rivista, il “Giornale di Arti e Commercio” la cui divulgazione rese famosa l’Accademia Georgica in tutta Europa.

Gli studi teorici degli accademici erano affiancati da accurati esperimenti condotti nei poderi dei soci o nell’Orto Botanico dell’Accademia. Sarebbe troppo lungo elencare tutte le sperimentazioni fatte dagli accademici per tentare di migliorare la produzione agricola e le condizioni di vita nelle campagne. Ricordo soltanto quelle esperienze agrarie legate alle erbe, o meglio alle erbacee, i cui risultati segnarono un'importante svolta nel settore agricolo. Voglio prima, però, sottolineare che gli accademici, consapevoli che il prodotto dei campi non dipendeva solo dal sapiente lavoro dell’uomo ma anche dalle condizioni climatiche, iniziarono nel 1799 osservazioni meteorologiche sistematiche allo scopo di conoscere meglio gli effetti delle condizioni atmosferiche sulle colture e sull’uomo.

Più tardi, nei primi anni dell’Ottocento, l’Accademia importò dal Meridione d’Italia una foraggera, nuova per le Marche, la sulla, e la diffuse nella zona determinando in poco tempo la valorizzazione agricola delle immense distese di terreno argilloso le quali, fino ad allora coltivate col vecchio sistema del maggese o per lo più lasciate incolte, trovarono nella nuova foraggera la pianta adatta alla locale rotazione, dando così anche un notevole impulso alla produzione zootecnica. 

La rivoluzione apportata dalla sulla nelle Marche trova la sua dimostrazione indiretta nello stesso Catasto perché, mentre nel Gregoriano (1816) i terreni argillosi presentavano un estimo bassissimo, le stesse terre hanno poi dato una produzione più alta, ben riscontrabile nel nuovo Catasto (1870) in cui l’estimo subì una spiccata inversione.

Analoga attenzione l’Accademia rivolse verso altre foraggere come l’erba medica, la lupinella, il lojetto e la verza alta o “Gran cavolo di Aniou”, e la rapa da foraggio. L’attività dell’Accademia è stata, quindi, particolarmente significativa nella diffusione della coltivazione delle foraggere, che sono poi diventate colture usuali nella zona. Le foraggere non erano conosciute né dai contadini locale né tantomeno dai proprietari dei fondi, in quanto esigenze di mercato e il fabbisogno alimentare imponevano nelle campagne la monocoltura granaria la quale, però, causava l’esaurimento della fertilità naturale dei terreni, rendendo indispensabile lasciare i campi inutilizzati nel lasso di tempo necessario al recupero della fertilità. Con i foraggi, invece, si evitava di lasciare incolti i terreni rendendo più celere il recupero della fertilità e, nel medesimo tempo, si otteneva un abbondante nutrimento per il bestiame.

Come operavano gli accademici? Scambiavano esperienze e consigli con colleghi e agronomi d’Italia e d’Europa, ma soprattutto scambiavano semi di nuove piante qui sconosciute. Ad esempio un contributo di fondamentale importanza che si deve all’Accademia treiese è l’introduzione della patata nelle campagne marchigiane. L’accademico più attivo qui a Treia, Fortunato Benigni, esaltando il valore nutritivo delle patate e della loro farina, adatta anche a fare il pane, scrisse: “Tolga Dio che questa nostra provincia debbasi mai trovare nelle lacrimevoli circostanze di soggiacere ad una carestia, come è avvenuto altre volte. Vedrebbesi allora chiaramente di qual vantaggio sia la coltura e moltiplicazione di una pianta così benefica”.

Ora solo qualche altro rapido cenno a quella intensa attività di rinnovamento. Ricordo gli studi “sulla coltivazione della canapa affatto negletta nel territorio di Treia da cui esce una strabocchevole somma di denaro che impiegasi per comprarla dai forestieri”. Per la coltivazione della canapa vennero fatti degli esperimenti lungo il Potenza e specialmente si sperimentarono nuove tecniche di macerazione.

Gli accademici di Treia si occuparono spesso e a lungo dei problemi relativi alla produzione dell’olio d’oliva cercando da un lato di migliorare il metodo di estrazione e dall’altro di ricavare olio da fonti alternative, come i granelli d’uva, i semi di rapa, quelli di lino e quelli delle “perelle delle fratte” o sanguigno. In questo campo l’Accademia treiese ottenne ottimi risultati, tanto che l’iniziativa, da semplice sperimentazione, divenne una vera e propria attività commerciale. Il pontefice Pio VI, con chirografo del 14 dicembre 1782, concesse per 18 anni una “privativa per la macinazione dei vinaccioli e semi di lino” Insomma, una esclusiva per quella produzione. Gli accademici si impegnarono a far costruire una macchina apposita per tali operazioni.

I risultati ottenuti nella sperimentazione dell’estrazione dell’olio dai semi, specialmente dai vinaccioli, recarono grande fama all’Accademia in tutta Europa. È riconosciuto dagli addetti ai lavori che l’estrazione posteriore di altri oli dai semi di altre piante ha tratto origine dall’iniziativa treiese. Si sperimentò anche l’estrazione di olio dai semi di girasole e di rapa.

A proposito delle rape vi leggo il titolo di una memoria relativa ad una sperimentazione del 1783: “L’istruzione del coltivare il seme di rapa col doppio oggetto di cavar l’olio dal seme e di impiegare le rape della diradatura in parte per alimentare gli uomini e in parte per ingrassare i bestiami, particolarmente i buoi vecchi scartati dall’aratro, tanto nelle campagne dell’agro romano quanto nei campi e nei poderi delle Marche”.

Mi piace sottolineare anche l’estrazione dell’olio dai semi di lino che cadde in un periodo, il 1793/94, in cui il prezzo dell’olio d’oliva divenne altissimo. Molto interessante e utile fu pure l’estrazione di olio dalle “perelle delle fratte”, il sanguigno, dal corniolo. Era un olio che si prestava ottimamente per l’illuminazione. Curioso l’esperimento che si fece per quantificare la durata dell’accensione dei lumi con i vari oli. Olio di oliva 4 ore e 38 m; olio di ricino, che pure veniva estratto dai semi di Kerva, 6 ore e 3 m; olio di semi di rapa 6 ore e 31 m; olio di vinaccioli 7 ore e 57 m; olio di sanguigno 8 ore e 1 m.

A proposito dell’olio di sanguigno si legge in un documento: “Et il lume dell’olio di sanguigno è stato il più chiaro di tutti gli altri e più bello del lume di cera”.

Potrei ancora dilungarmi nell’elencare altre interessanti sperimentazioni, ricordo solo il tentativo di coltivare il grano saraceno “da cui si può ricavar farina per far polenta, o mescolata ad altre farine di cereali, per la preparazione di pane, focacce o altro”. Si fecero tentativi per migliorare la produzione di lino, canapa e del moro-gelso e sul miglior modo di coltivare il baco filugello.

Questi ultimi esperimenti andarono a buon fine tanto che il territorio di Treia si riempì di gelsi e di allevamenti di bachi e nell’Ottocento e primi Novecento le industrie più importanti in città erano le filande Ciceri, con annesso laboratorio bacologico, che producevano tessuti soprattutto di seta.

Come vedete non ho parlato né di cicoria, né di insalata, né di agli e cipolle e simili. Erano questi prodotti della terra, spontanei o coltivati in abbondanza e, ovviamente da sempre molto consumati. Gli accademici non li trascurarono, anzi cercarono di migliorare la loro produzione, evitando con nuovi accorgimenti il dilavamento delle acque e proteggendo gli orti e i poderi studiando nuovi tipi di siepi fruttifere da installare intorno alle piccole coltivazioni. Furono anche dei pionieri e dei precursori dei nostri tempi in materia di ecologia e ambiente, perché propugnavano una via biologica nella difesa delle coltivazioni. Studiarono e individuarono insetti utili all’uomo e alle piante, ma capaci di distruggere insetti nocivi, ciò per evitare l’uso di veleni. Nel 1794 l’Accademia, grazie ai suoi ottimi esperimenti in questo campo, fu chiamata a Roma per presentare i suoi studi sul modo migliore per distruggere le cavallette che infestavano il territorio di Viterbo.

Prof. Alberto Meriggi - Storico

Alberto Meriggi e Paolo D'Arpini davanti all'Accademia Georgica di Treia



(Stralcio di un intervento tenuto a  Treia,  il 23 aprile 2017,  dal Prof. Alberto Meriggi alla tavola rotonda su  "Agricoltura bioregionale", presso il Circolo Vegetariano VV.TT.)  

lunedì 6 aprile 2026

In difesa dei "veri" ebrei...

 

Ancora ricordo quella notte di Natale del 2013, in cui mi svegliai nel cuore della notte con l'ispirazione di scrivere un articolo in difesa degli ebrei, distinti dai "sionisti".  Quello scritto fu il risultato di  una meditata presa di coscienza,  in cui  dovetti  “separare” le cattive intenzioni di una parte nei confronti di un’altra parte, senza per questo rendere tutti colpevoli. Si chiama "discriminazione". Ed in verità ci vuole molta discriminazione e senso di giustizia  per restare in una "via di mezzo" e -forse- solo chi ha sangue ebreo nelle vene può compiere quest’opera senza sentirsi oppresso…

Per anni restai in una  sorta di incertezza "psicosomatica", da una parte sentivo il richiamo del sangue  e dall'altra non potevo fare a meno di riconoscere tutti gli errori commessi da Israele e dal sionismo. Finché non si viene a conoscenza di certi retroscena di politica economica e di geopolitica si rimane preda dell’opinione generale indotta  dai media prezzolati  e partigiani… 

Il discorso è molto lungo ma buona parte di questo percorso è possibile individuarlo in tanti articoli pubblicati sul tema che sono apparsi sul Giornaletto di Saul dal suo inizio.   

Per me è stato un lento scavare, una lenta presa di coscienza. Ci vuole molta discriminazione e senso di giustizia.  Ovvio, quindi,  che io personalmente non sono contrario agli ebrei, come non sono contrario all’esistenza di cristiani e di maomettani e buddisti, etc. Sono solo contrario agli estremismi ed alle oppressioni dell’uomo sull’uomo. Un vizietto che hanno avuto ed hanno quasi tutte le religioni e ideologie. 

Particolarmente pericolosi in questo periodo storico sono i sionisti, perché hanno ottenuto un potere a lungo cercato e stanno vivendo una sorta di vendetta nei confronti dell'umanità. 

Ma qui occorre sapere che la maggioranza dei sionisti non sono “specificatamente” ebrei.. o perlomeno appartengono alla famiglia ashkenazita, di origine kazara, quelli che si sono convertiti en masse nell’anno mille, quando erano stretti fra musulmani e cristiani e vollero trovare un modo di mantenere la loro identità e differenza… Dal punto di vista genetico non sono quindi “ebrei” anche se ormai sono diventati la maggioranza della comunità ebraica e sono i fondatori di Israele. 

Gli ebrei  “semiti” sono al massimo un 5 o 10% del totale… Ma questi ebrei originari (a volte si dice pure “ortodossi”) sono perseguitati in Israele, od anche in altre nazioni,   e si lamentano delle conseguenze del sionismo che fa ricadere su di loro le colpe dell’odio popolare  scatenato dagli israeliani e dai banchieri americani (sionisti) per le loro malefatte e prevaricazioni.


Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


Articolo  menzionato:

….iniziamo con il cercare di capire come e quando è nato questo sionismo.

Solitamente si ritiene che esso sia originato da un filone di pensiero, sorto all’interno della comunità ebraica, verso i primi anni del secolo scorso (od alla fine del precedente) ed abbia trovato una sua prima attuazione concreta nella fondazione di Israele. Questo fatto è stato comunque accompagnato da una forte crescita dell’influenza di un certo “ceto” ebraico nel campo economico e della finanza mondiale. Il nido in cui tale influenza ha potuto svilupparsi si trova negli USA, il cuore dell’America, ed in parte anche in Inghilterra. Fu proprio in seguito a questa forte influenza che l’Inghilterra acconsentì alla cessione della Palestina, al termine del secondo conflitto mondiale, affinché gli ebrei (vittime di persecuzioni e sterminio) potessero fondare (o rifondare) una loro patria. La famosa “terra promessa”… Ed il ritorno in quella casa ideale avvenne con una celere penetrazione e occupazione del territorio palestinese, considerato “proprio”.

E la nascita d’Israele, il necessario caposaldo per creare un precedente e stabilire un percorso futuro, sancì di fatto l’attuazione del sionismo. Una terra è come un tempio, se si possiede un tempio la religione viene santificata altrimenti è solo un’ipotesi. E l’identità sionista aveva ed ha bisogno proprio di questo: un tempio simbolo dell’avverarsi delle promesse del dio Jawè. Un ritorno alla casa madre dopo la diaspora provocata dalla distruzione del tempio ad opera di Tito.

Ma attenzione la diaspora ebraica in realtà non fu causata specificatamente dalla distruzione di Gerusalemme. Questo fatto militare contribuì soltanto ad incrementare un processo che era già avvenuto ed era in corso da secoli. La diaspora, od il nomadismo, degli ebrei era una componente della loro cultura, L’origine semitica pastorale di questa tribù patriarcale e la tendenza a vagare cercando nuovi pascoli era ben radicata nel dna ebraico. Il popolo ebraico, suddiviso in varie famiglie, era già sparso in tutto il mondo conosciuto allorché alcune sue bande presero ad insediarsi in Palestina, contrastando e sottomettendo gli agricoltori autoctoni, quelli che avevano costruito le prime città dell’antichità (ricordate la storia di Gerico?).

Questa spinta espansionistica e la considerazione di avere un diritto, garantito dal loro dio, di appropriarsi dei beni altrui, ed inoltre la “distinzione” settaria che rendeva gli ebrei diversi da ogni altro popolo fece sì che nella loro cultura si affermasse la convinzione, un credo, che poneva il popolo eletto ad di sopra di ogni altro essere umano. Non me lo sto inventando, basterà leggere la bibbia e la torah per rendersene conto. Ma questo ora non c’entra con il mio discorso.. ritorniamo al tema principale.

Comunque un’ultima considerazione mi sia consentita. Per gli ebrei il fatto di considerarsi appartenenti ad una “unica” cultura, condivisa per trasmissione genetica, fece sì che il legante religioso fosse abbastanza forte da mantenere il senso della nazione e della comunità, pur non vivendo nella stessa terra. E questo è un punto saliente. Ma questo attaccamento ancestrale alle proprie radici etniche non è ancora la causa originaria del sionismo… Tutt’altro! Infatti per i veri ebrei, quelli nati e vissuti secondo la tradizione, il sionismo viene visto come una sorta di devianza, una eresia. Come lo fu l’eresia cristiana e maomettana. Infatti sappiamo bene che queste due religioni sorsero come varianti dell’ebraismo.

Ma cosa e chi intendo per “ebrei veri”? Non intendo riferirmi semplicisticamente a quegli ortodossi, con barboni e palandrane nere, che folkloristicamente si lamentano al muro del pianto, mi riferisco in generale a tutta la “gens” di origine ebraica, sia quella antecedente che quella successiva alla “diaspora” (del ‘70 d.C.). Sono i discendenti degli ebrei sparpagliati in tutto il mondo conosciuto dell’antichità, dalla Persia alla Grecia, dall’Egitto all’Italia, etc. ma tutti questi ebrei, meglio: i loro discendenti, sono oggi una minoranza ristretta della comunità internazionale giudea.

In verità questi ebrei “originali” sono oggi fra i più accaniti oppositori del sionismo. Ed il motivo è semplice: il sionismo nasce da elementi non ebraici.

Il sionismo sorge in un contesto razziale diverso da quello ebraico, è il risultato di una rivalsa storica da parte di “conversi” di origine caucasica turcomanna, che abbracciarono nel 740 della nostra era (sotto il Khagan Bulan) la “fede” del popolo eletto (per un malaugurato errore di alcuni rabbini), semplicemente per convenienza politica, per questioni di potere, per mantenere una differenziazione fra i due blocchi “religiosi” che allora si contendevano il dominio della terra: i musulmani ed i cristiani.

 Questi “conversi”, un intero popolo, i khazari (o cazari), formarono la componente ebraica dell’Europa orientale. Il sionismo comincia da loro, anche se non era ancora chiaro come modello. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro “fratelli maggiori” gli ebrei originari. Sono i successori di questi sedicenti ebrei (cosa contraria alla legge giudaica), che oggi compongono la schiera dei banchieri e finanzieri che dirigono la politica e l’economia e che hanno creato il fulcro sionista in Israele e che sono diventati la “maggioranza” del popolo eletto….

 Tanto per fare chiarezza…

Paolo D’Arpini, 25 dicembre 2013



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Articolo collegato:   http://paolodarpini.blogspot.it/2013/03/popolo-ebraico-non-esiste-lo-afferma.html

Altro articolo: http://paolodarpin http://paolodarpini.blogspot.it/2013/01/gli-ebrei-orientali-ashkenaziti-non.htmli.blogspot.it/2013/01/gli-ebrei-orientali-ashkenaziti-non.html


domenica 5 aprile 2026

Baba Muktananda come io l'ho conosciuto...

 

L'Ashram di Swami Muktananda negli anni '70 del secolo scorso


Come posso raccontare l’incontro avuto con me stesso, come potrei descrivere l’io dinnanzi all’Io? Questo riconoscimento del Sé avviene come stabilito dal destino. Per me accadde allorché mi trovai dinnanzi al mio Guru Muktananda. Ma definire un “qualcuno” Guru è una limitazione alla verità, poiché Guru non è semplicemente una persona ma è la Coscienza unitaria che anima e si manifesta in ogni persona. Quella Coscienza io sono. Ma prima di giungere a questa “consapevolezza di Sé” dovrò fare molta strada indietro nel tempo, per raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con l'immaginario “io” che ho creduto di essere per tanto tempo. Questo discorso metafisico è alquanto strano, non c’è altri che il “Sé” eppure quando si prefigura un “io” automaticamente la mente produce un soggetto che si ritiene attore ed usufruitore di ogni esperienza vissuta, questo io, od ego, è un’identità riflessa nello specchio della coscienza, è un’immagine speculare che non potrà mai essere il vero “Io” eppure ne rappresenta le caratteristiche, in quanto coscienza, come ogni immagine speculare…

Lascio da parte ogni tentativo goffo di descrivere l’indescrivibile e mi soffermo sull’aspetto riferibile di quell’incontro con il Sé, quel momento di realizzazione e di assoluta libertà e presenza che avvenne… presente ora come allora e come sempre sarà….. Ma quella meravigliosa “ri-unione” non poteva avvenire che nel momento stabilito dal fato, non poteva succedere ad esempio nel 1970 allorché Swami Muktananda visitò Roma e soggiornò in una semplice casa di Via Trionfale presso una semplice famiglia, di italiani "qualsiasi", la famiglia di Giacomo e Giovanna Pozzi. In quel tempo stavo ancora godendo dell’assoluta creatività del mio piccolo io. Dovevo spogliarmi di quelle vesti per mezzo di un viaggio a ritroso, nell’abbandono dell’identificazione, un viaggio che fisicamente mi portò ad attraversare tutta l’Africa, sino a perdere ogni voglia di essere qualcuno o qualcosa ed infine mi consegnò davanti a me stesso, ed allo stesso identico momento di fronte al Guru Swami Muktananda.


Immagine correlata

Accadde nel giugno del 1973. E qui di seguito brevemente vi riferisco il primo approccio di questo incontro…..



In viaggio verso il Sé.

Ce l’ho fatta, ho giusto i cento dollari per il passaggio (o poco più) ma sono sulla nave che mi porta in India, dopo aver attraversato l’Africa equatoriale in un viaggio epico e misterioso, con mezzi di fortuna e facendo la manche per il sostentamento spiccio. Mi sono spacciato per “scrittore in esilio” ho chiesto soldi a tutti senza vergogna e i soldi mi sono stati dati, in Costa d’Avorio, Alto Volta, Togo, Dahomey, Camerun, Congo Brazzà, Congo Belga, Impero  Centrafricano, Ruanda, Tanzania, Kenia… 

Eccomi, dopo esser rimasto sotto il sole nella spiaggia di Malindi, per un mese buono, ospite di un’amica, Walda, in un bellissimo cottage sul mare con l’unico compito di fumare il narghilè e giocare con la sabbia, infine mi sono stufato e con gli ultimi risparmi mi compro un biglietto di terza classe sul cargo che collega Mombasa a Bombay. 

Insomma il viaggio continua e, senza volerlo, non avendo altro posto dove andare, vado in India la terra dei Guru….

E’ l’estate del 1973, dopo dieci giorni di mal di mare sbarco a Bombay il 23 giugno. Lo ricordo bene perché era quello il giorno del mio 29° compleanno. Dopo l’Africa mi sembrava di non voler conoscere più altro, cosa andavo a fare in India con tutti quei guru che vivevano di storie raccontate? Molto scettico, quasi ostile, verso tutto quell’interesse paraspirituale che era sorto in Europa dopo il ’68…

Ed io il ’68 l’avevo fatto, ed anche il ’69, il ’70 e tutti gli anni a seguire, insomma avevo vissuto nel vortice, ero un intellettuale, un illuminato, che ci andavo a fare in mezzi ai guru?

Già, immaginavo che ci fossero guru ad ogni angolo di strada pronti ad imbambolare la gente con le loro litanie. "Niente paura, io son laico di natura, li smaschererò tutti.."  mi dicevo, e così pensando appena fuori del porto mi ritrovo su un calesse che corre a velocità stratosferica verso l’area centrale di Bombay, dove sta il grand-hotel Taj Mahal e gli alberghetti per occidentali.

Una fortuna pazzesca, non c’è posto in nessun albergo a poco costo e vado a bazzicare nella hall del Rex Hotel (a quel tempo abbastanza quotato), lì incontro subito due ragazze, una è italiana e si chiama Pupa l’altra italo-americana e si chiama Francis. Attacco bottone, sono specialista in questo, e trovo posto a gratis nel letto di Pupa e mi tengo buona Francis per un dopo. Potete immaginare la mia meraviglia allorché scopro che le due donzelle vengono proprio dall’ashram di un “famoso” guru, che dicono chiamarsi Muktananda, ma io non l’ho mai sentito nominare. 

Indago astutamente su di lui e siccome le ragazze mi invitano ad andarlo a conoscere accetto pensando che finalmente potrò confrontarmi con un guru. 

Immaginatevi uno come me  che si è fatto tutta l’Africa, in mezzo a mille pericoli, sommosse, aggressioni, baruffe, fame, sete, paura, sonno, malaria, erba, insomma tutto quanto possa forgiare un uomo, renderlo sicuro di sé –entro un certo limite s’intende- uno che ha viaggiato e sa, conosce le situazioni ed i pensieri della gente, un sopravvissuto a se stesso, quell’uomo, io, si trova a doversi togliere gli stivali per entrare dentro il tempio del guru. Sì, togliere gli stivali, praticamente spogliarsi impedirsi una via di fuga, umiliarsi…

Non c’è nulla da fare o ti togli gli stivali o non entri, questa è la regola. Me li sono tolti, perché son più forte persino degli stivali, non ne ho bisogno... ed entro nel tempio. Stanno cantando un canto dolce, dicono che durerà una settimana di seguito,  il “mantra” lo conosco l’avevo già sentito sulla nave che mi portava in India cantato sulla tolda da gruppi estatici di indiani accompagnati dall’harmonium a soffietto. Qui è la stessa cosa, ma c’è più sintonia, la melodia è trascinante, ed a me piace cantare, mi metto a cantare anch’io… E mentre canto, e passa il tempo, insondabilmente mi ritrovo presente a me stesso. 

Ma star seduto per terra sul pavimento così a lungo mi fa venire una voglia incredibile di andare a pisciare, sto per alzarmi ma una voce interna a quel punto mi ordina “puoi andare a pisciare solo dopo esserti inchinato”. Come, inchinarmi io? Cos’è questa nuova barzelletta che mi frulla in testa? Resto bloccato non posso muovermi son controllato da una forza sconosciuta, anzi ri conosciuta, passa altro tempo ed alla fine debbo cedere non ce la faccio più, mi inchino, come ho visto fare qualche altro, di fronte ad una statua nera, sopra c’è scritto “Om Namah Shivaya”. 

Stranamente non resto impressionato dall’esperienza, mi pare che non abbia importanza è stato solo un momento di debolezza.

Ed ora l’incontro con il guru. E’ scesa la sera, abbiamo già cenato, Muktananda sta seduto sui gradini della sua dimora in un cortile interno dell’ashram. Vedo delle persone che passano in fila davanti a lui e chiedo a qualcuno “Di che si tratta? Che succede?” – “Oh, il maestro sta distribuendo il prasad”.  

Curioso mi metto anch’io in fila pensando, finalmente potrò vedere in faccia questo guru, ma la notte è buia non vi sono luci se non qualche lumino qua e là, all’improvviso mi trovo di fronte al guru, non vedo nemmeno la sua forma solo un’ombra nell’ombra, un’intuizione mi si staglia però nitida nella mente, inequivocabile ed inconfondibile “Ecco, ti ha riconosciuto!” 

Ma subito dopo penso “com’è possibile,  non l’ho neanche mai visto..” . Abbacinato ed imbambolato, resto fermo lì davanti mentre Muktananda mi spinge un qualcosa sulla mano, resto immobile, pietrificato, finché qualcuno da dietro la fila mi spintona per farmi procedere. 

Nella mano ritrovo un pezzo di dolce al latte. Che farne? Indovino che la cosa migliore sia di mangiarmelo. Com’era buono!

Paolo D’Arpini


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Consigli spirituali

Se uno si atteggia a maestro ma non è mai stato discepolo, sappi che è solo una pestilenza.

L’Universo è perché tu sei, Dio è perché tu sei. Oh amico perché ignori te stesso per cercare un altro?

Quegli parla molte lingue, ha visitato numerosi paesi, ha ottenuto vari titoli e grande successo. Ma – oh amico – se egli non gode la gioia dell’anima è solo un accattone.

Nella mia ricerca della verità ho viaggiato a lungo, ho interrogato parecchia gente e visitato vari luoghi sacri, ma nessuna risposta giunse. Poi mi son fermato ed ho trovato la verità, dentro di me.

Se cancelli “io” tu diventi l’Io.

Una prostituta che vende il suo corpo per guadagnarsi da vivere è sicuramente meglio di uno yogi che usa la sua conoscenza per farsi un
nome, salire nella scala sociale, godere di piaceri mondani o conquistare ricchezze.

Sii amico del maestro che ti eleva al suo stesso livello, che ti affranca dalla trappola di nome e forma e ti rende libero come se stesso.

Se una goccia d’acqua si fonde nell’oceano non è più una goccia, è l’oceano.

Oh amico, se vuoi restare in pace non usare furbizia con il tuo maestro.

Non fuggire perché temi le difficoltà, ovunque tu vada le difficoltà ti seguiranno, ricordalo.

Oh amico, tu sei nato nel ventre di donna, sei cresciuto succhiando il suo latte, perché distruggi te stesso accusandola?

Se cerchi l’amore, la bellezza ed il rispetto nella tua vita, controlla i tuoi sensi.

Un mendicante che ha una mente serena vive meglio di un imperatore.

Oh amico, altisonanti titoli quali eccellenza, onorevole, reverendo o conquistare gli omaggi del mondo, son tutti fiori di plastica e null’altro, se il messaggio della saggezza non è presente.

Ognuno cerca il posto od il rapporto ideale. Rendi il tuo stesso cuore ideale, perché vagare di porta in porta?

Swami Muktananda



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Video collegati. 

Sadguru Ki Arati:    https://www.youtube.com/watch?v=0rGEPcX8nrA