sabato 4 aprile 2026

La legge del karma non perdona… ma insegna!

 


Con i tempi che corrono, pieni di disastri, cattiverie, guerre, oppressioni, miserie… molta gente continua a chiedersi “…ci sarà mai giustizia in questo mondo? Perché i malvagi prosperano ed i buoni sono sempre vittime?” e simili dubbi.

Il fatto è che anche i cosiddetti buoni molto spesso sono oppressori, magari non di altri uomini ma nei confronti della natura, degli animali, di se stessi.  Questi atteggiamenti poi richiedono una compensazione karmica. Questo almeno è il dettame della legge di Causa ed Effetto. La cosa va avanti con slanci pendolari fra alti e bassi, fra bene e male, finché il movimento non si affievolisce e si  trova una moderazione, una via di mezzo, come la chiamano i buddisti.

Son convinto che in questo momento storico, detto Kali Yuga, visto anche l’enorme aumento della popolazione umana, si sono reincarnate sul pianeta milioni e milioni di anime degradate. Si vede anche dal basso livello di coscienza che contraddistingue la nostra epoca. E si vede soprattutto dalle sperequazioni sociali e dalla violenza interspecista e fra i sessi. Molti perseguitati del passato sono diventati persecutori. Molte azioni cercano una compensazione. In tal modo il male, ovvero la febbre del desiderio di vendetta, prevale sul perdono e sull’amore per il prossimo e per la vita. La vita stessa sembra una punizione. Insomma  il destino ci impartisce   una lezione spirituale e finché non l’abbiamo appresa siamo costretti a ripetere la prova…

Spesso, durante  la mia permanenza in India, diverse persone ponevano domande ai vari maestri presso i quali andavo a soggiornare in merito al destino dei popoli, alla crudeltà di Hitler, alla persecuzione millenaria degli ebrei,  alla distruzione delle civiltà  meso-americane, alle guerre civili e simili argomenti apocalittici. La riposta dei saggi era sempre più o meno la stessa: “Come esiste un destino individuale esiste anche un destino per le nazioni e per i popoli”.

Insomma par di capire che la summa di atti e coinvolgimenti che videro diverse anime convergere in un particolare momento storico  non è altro che un riaggiustamento karmico. Questo non significa che coloro che furono perseguitati come ebrei, ad esempio, sono  nati sempre in quella religione o razza, anzi parrebbe essere proprio il contrario, e cioè che l’entrata in un particolare karma collettivo sia necessario per un riequilibrio degli opposti. Ad esempio se diversi individui furono perseguitati durante la strage degli Ugonotti pareggiano il conto perseguitando a loro volta, in  un’altra condizione, gli zaristi durante la rivoluzione bolscevica. Oppure se le anime dei Maya cercano rivalsa si incarnano in Spagna e scatenano la guerra civile.

Quindi  perseguitati e persecutori si scambiano le parti a seconda delle circostanze sino al compimento finale ed alla comprensione che son la stessa identica cosa, sono lo stesso sognatore che prende  varie forme.

Lasciando da parte questa analisi generale voglio solo soffermarmi un attimo sulla tendenza karmica che contraddistingue il popolo ebraico.

La chiave della comprensione del destino di questo popolo sta nel senso del dominio, della trasgressione e della punizione. “Occhio per occhio, dente per dente”.  E quando ci si trova alle strette si preferisce la morte onorevole, come avvenne ai rivoluzionari di Masada che preferirono il suicidio collettivo piuttosto che cadere in mano ai Romani. Ma l’esempio più significativo di questa filosofia di vita è il famoso detto: “Muoia Sansone con tutti i Filistei” . Che siano tutti morti è meglio che qualcuno salvato, soprattutto se quel qualcuno è un “nemico”.

Questo mi fa pensare a cosa succederà alle testate nucleari costruite da Israele. Finché si tratta di spedire queste bombe verso la lontana Persia non ci sono problemi ma se si tratta di usarle contro i nemici vicini, come  la Siria od il Libano, i rischi di ricadute per i cittadini israeliani sono maggiori. Ma se dovessero infine essere usate contro la Palestina chi si salverebbe? Il muoia Sansone con tutti i Filistei è ancora un mito ricorrente.

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



giovedì 2 aprile 2026

La fantastoria di Saul Arpino e del suo Giornaletto...

 

Risultati immagini per treia

• Bioregionalismo Treia •


Alcuni anni fa non so come ho ricevuto una mail, una specie di articolo di un blog: "Bioregionalismo Treia", in cui si parlava di agricoltura naturale. Interessato e riconoscendo il nome  di  Saul Arpino (alias quel Paolo D'Arpini conosciuto all'incontro bioregionale del 2007 a  Pizzone *) avevo mandato alcuni miei scritti ricevendo questa risposta: “io questa roba non la apro!”. Spaventato mi chiesi: “che cosa gli ho mandato una bomba!?”. Scoprii tempo dopo, non so perché, non apriva i pdf. Comunque iniziammo a relazionarci e ne è nata una amicizia telematica, che ancora dura.

Poi ho scoperto “Il Giornaletto di Saul”,  una sorta di scatola contenitore di 12 cassetti o link, per gli approfondimenti, la pagina principale rappresenta il  13°  elemento che amalgama e mette in relazione tutti gli altri:
Il Giornaletto di Saul: http://saul-arpino.blogspot.it/
Altra Calcata… altro mondo: http://altracalcata-altromondo.blogspot.it/
(Ed occasionalmente anche in altri blog)
Il Giornaletto di Saul  (*) si apre ogni giorno sempre con la stessa didascalia di presentazione e la foto di un ragazzotto con maglia a strisce che racconta di sé. Segue la foto o immagine del giorno e l’editoriale giornaliero, di seguito le notizie del diario di bordo per la navigazione nel quotidiano. Infine si chiude con un saluto che può essere una poesia un aforisma a volte un paradosso.
Saul Arpino
Ma chi questo Saul Arpino, esiste veramente? Nessuno sa da dove è arrivato, come è arrivato, quando è arrivato. Si sa solo che è arrivato a Roma in un caldo pomeriggio d’estate di fine giugno. Caldo decadente nella Roma decadente del pre (o post) materialismo televisivo.
Questa è cosa buona (mentre per fare le correzioni il cavolfiore messo a cuocere si è bruciato, ma non completamente, per fortuna)!
In quella grande biblioteca romana, Saul non ci poteva credere di avere a disposizione tutti quei libri che poteva leggere quando voleva, gli impegni lavorativi erano relativi visto che si trattava solo di controllare i lettori e far rispettare il silenzio nelle varie sale. E da lì aveva iniziato a viaggiare nel mondo attraverso i libri, era andato diverse volte in Africa, poi in India dove si era fermato parecchio tempo a studiare le varie culture, si era appassionato di Confucio il Tao e Lao Tsu. Aveva girato un po l’Europa l’Italia e anche Roma, la cultura classica la religione la storia, l’arte, ecc.
Sora Cesita che legge
Un giorno, nella biblioteca, entrò quella strana signora con gli occhiali spessi un dito, uno strano cappello a fiori fuori moda, aveva chiesto un libro sui funghi. Lui si prodigò e le procurò dei testi scientifici, libri di fiabe e tanti altri libri in cui si parlava dei funghi. Quella signora di nome Cesira era rimasta tutto il giorno a leggere silenziosa in disparte, composta concentrata e indaffarata, alla sera riconsegnò tutti i libri che aveva consultato e uscendo disse: “Da tutti questi libri, non sono riuscita a capire se con i funghi ci va l’aglio o la cipolla”.
Saul tornò a casa ma da quel giorno non fu più tranquillo, la sua vita era cambiata quel paradosso lo aveva sconvolto. E tra l’apprensione generale di amici e parenti aveva lasciato il lavoro e se ne era andato a vivere in un piccolo borgo della Tuscia, scavato nel tufo nella pietra, Calcata. Era rimasto lì parecchi anni cercando di risolvere il paradosso. Mangiava spesso funghi e le erbe che raccoglieva nei dintorni alternando sempre aglio e cipolla. Ancora non riusciva a risolvere il paradosso, diveniva sempre più integralista bioniere e anticonsumista, non usava più l’acqua corrente e non aveva la corrente elettrica viveva in una specie di antro, l’antro di Saul.
Paolo D'Arpini a Calcata
Finalmente,  all’improvviso, sopraggiunse l’illuminazione, aveva scoperto contemporaneamente che con i funghi ci stavano bene sia l’aglio che la cipolla e ancor più assurdo aveva scoperto soprattutto che i funghi non gli piacevano affatto. Aveva poi letto quella stranacosa degli Hare Krishna, che non mangiano i funghi perché secondo loro la terra attraverso i funghi tira fuori energie negative. Felice della scoperta iniziò la nuova vita da illuminato. Dopo un po’ di tempo ricevette anche un dono dal Cielo: Caterina. Si era materializzata davanti ai suoi occhi in un luminoso giorno di mezza estate. Alla fine andarono a vivere felici e contenti a Treia nella bioregione della Marca centrale.
Saul portò con sé tutti i suoi semi telematici che iniziò a spargere nella grande campagna virtuale, per chi volesse coltivarli e condividerli nella grande opera tutt’ora in atto di empatia, social gardening, giardinaggio sociale e di margine, coltivazione di persone e relazioni.
Una delle più grandi opere della telematica contemporanea virtuale e non solo. Come un grande tappeto di "riciclaggio della memoria" che si srotola quotidianamente davanti ai nostri occhi e con che piacere!
Ecco nelle fiabe ci si dice che superate le prove dell’indistinto e del quotidiano si vive felici e contenti.
Saul e Caterina nella loro fiaba ci indicano la via e spiegano realmente come si fa a vivere felici e contenti.
Paolo e Caterina nell'orto di Treia
Ogni tanto i ricordi affiorano dal grande lago della memoria. quando ero piccolo un po’ per le illustrazioni delle fiabe che leggevo un po’ per la mia immaginazione ero molto affascinato dalla vita nei borghi che ambientavo in un medioevo fantastico un po’ lirico un po’ rurale. Crescendo la mia immaginazione si è sedimentata nei borghi antichi delle Marche. Sento che Saul è un uomo fortunato anche se spesso la vita insegna che le cose non sono mai come sembrano. Quest’Omino Bianco con la sua Ava si è barricato, bariccato, abbarbicato in questo piccolo borgo della Marca centrale o nel gotico marchigiano contemporaneo con tutti i suoi semi telematici che sparge e disperde nel vento facendo fiorire il cielo virtuale e virtuoso, con una sapienza costruttiva carica e piena di energia vitale impressa ed espressa con la forza della pazienza e dell’amore.
Come diciamo spesso tiriamo i sogni fuori dal cassetto, Saul ne tiene 12 di cassetti (ed anche qualcun altro) in questo suo enorme dodecaneso, grande contenitore di sogni di ogni dove e di ogni quando, dal profumo suadente di polvere di cioccolato e cannella sul cappuccino caldo del baretto di Treia.
Sebastian (Alias Ferdinando Renzetti)
cappuccino caldo
(*) Presentazione del Giornaletto di Saul sul Gruppo FB:  https://www.facebook.com/groups/171694546355215/permalink/652347364956595/

martedì 31 marzo 2026

Bioregionalismo e società umana. Ri-abitare il luogo tra Civitas ed Urbs...


Treia. L'ultimo approdo

Essendo vissuto per l'intera mia esistenza in un contesto urbano posso affermare che massimamente il mio procedere “bioregionale” si è svolto in un ambito “cittadino”. Ma attenzione, essere un cittadino non significa  semplicemente abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un “organismo" comunitario  umano che si pone armonicamente nell'ambiente ed allo stesso tempo consente una interconnessione sociale. Ritengo, giunto al culmine della mia esistenza, di aver trovato infine una idonea ubicazione.  

Dal 2010 mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale. 


La mia esperienza cittadina comincia con  Roma, in cui sono nato e vissuto a più riprese in vari momenti della mia vita. Roma è abitata da 6 milioni di persone, è  una metropoli.  Poi venne Verona, che è stata la città in cui vissi la mia giovinezza, e conta quasi mezzo milione di abitanti. Poi sperimentati per un lungo periodo l'esistenza in un piccolissimo borgo della Tuscia, Calcata, che conta  meno di mille paesani. Infine mi sono stabilito a Treia, una cittadina storica marchigiana, che  arriva quasi a diecimila abitanti. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l’ambiente senza dover rinunciare ai vantaggi della “civitas”, essendo noi umani esseri altamente socializzanti….

La parola “Bioregionalismo” come pure il termine “Ecologia profonda” sono neologismi coniati verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all’avvento dell’industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il “bioregionalismo” (che equivale all’ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – genius loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una sostanziale comunità inizia con un agglomerato di 1000 persone, il quale consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Qui ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario si diceva che era nata una società composita, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i  diecimila abitanti.  Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi  ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività che possono interagire.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) sono paritetiche l'una l'altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi e svolgeranno attività diverse  ma  funzionali all'insieme, con essi possiamo mantenere  rapporti personali come fra membri di una grande tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che diecimila abitanti sono un limite. Giacché questo è il livello di interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Quindi non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati urbani, ma occorre portare elementi di riequilibrio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini idrici, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando terreni e corsi d'acqua inquinati  affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita, contribuendo in tal modo all’autosufficienza dell'area urbana. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:

1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.

2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e produttive. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.

3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.

4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.

Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema.

Paolo D’Arpini.  Rete Bioregionale Italiana


A Treia

domenica 29 marzo 2026

Crop circles ed archeologia fantastica...



Da un sacco di tempo, da quando assistetti ad una proiezione di un documentario sui “Crop Circles” si accese in me la curiosità di conoscere qualcosa di più sull’argomento. Andai persino a visitare il veggente stimmatizzato Giorgio Bongiovanni, che ha un centro di ricerca nelle Marche. Sant’Elpidio a Mare, mi pare si chiama il paese, dove restai in un campeggio, assieme all’amica Lidia Bonura, per almeno una settimana. Leggendo libri e giornali sugli UFO, sulle visioni paradisiache, sui segreti di Fatima ed altro ancora e visitando spesso, a pranzo e cena, il centro di ricerca, dove era anche la redazione di una rivista sugli extraterrestri: “Non siamo soli”. Purtroppo Bongiovanni era assente, sempre impegnato in conferenze all’estero e simili attività. Perciò non potei stabilire nessuna verità su questi “Crop Circles”. Successivamente ne parlai con varie persone che dicono di averli visti personalmente e mi hanno confermato che tali fenomeni sono reali, sia pur inspiegabili!

Ultimamente ho smesso d’interessarmi di certe faccende, preferendo occuparmi delle contingenze quotidiane, o dell’analisi del mio stato di coscienza qui ed ora. Non voglio dire che altre forme di vita non possono esistere sulla faccia del pianeta o nell’Universo… anzi, son convinto che esistano, ma “ognuno per sé e Dio per tutti” come dice il proverbio….
In effetti nella tradizione indiana si fa riferimento a diverse sfere di esistenza, ci sono esseri viventi per ogni elemento: Etere (Dei), Aria (enti sottili), Fuoco (geni), Acqua (creature fluide), Terra (vita organica in generale). Insomma da qualche parte, in qualche altra dimensione o stato vitale esistono più manifestazioni viventi… ed inoltre -sempre secondo la tradizione indiana ora convalidata dagli scienziati- persino la Terra, il pianeta terra, è un essere vivo e cosciente…. e questo tra l’altro potrebbe spiegare l’apparizione sulla sua superficie dei miracolosi “crop circles”.
Beh, un gruppo di ricercatori, indagando nel futuribile dei Cerchi nel Grano, ha invece trovato un reperto archeologico di assoluta consistenza fisica e storica…
Ma va? Proprio così miei cari, leggete qui dabbasso:
“Seguono i cerchi nel grano (crop circles) e trovano una necropoli antichissima, in una località presso Stonehenge…
Nella campagna inglese è stato scoperto un sito di era megalitica più antico di Stonehenge, in un frangente singolare: seguendo una serie di cerchi nel grano (i famosi crop circle) una ricercatrice britannica, Helen Wickstead, responsabile del Damerham Archaeology Project, dell’Università Kingston di Londra è giunta ad un sito finora ignorato. “Come il sito sia rimasto nascosto all’occhio umano per tutto questo tempo, resta un mistero” ha affermato l’archeologa, confermata dal collega Joshua Pollard. La regione infatti è stata esplorata in lungo e in largo, per cercare elementi in grado di risolvere i misteri della vicina Stonehenge. E invece, quasi per caso, durante una perlustrazione aerea dell’English Heritage, l’agenzia governativa britannica per la preservazione storica del patrimonio, sono stati notati strani crop circle, i famosi cerchi nel grano. In realtà stavolta non c’è nessun goliardo universitario, ma si sarebbe trattato di interferenze nella crescita della vegetazione causate da strutture funerarie sotterranee nei pressi del villaggio di Damerham. Così, una volta scesi a terra, i responsabili sono andati a verificare e hanno trovato due tombe sovrastate da tumuli enormi. La più grande è lunga settanta metri. “Questi tumuli funerari sono ritrovamenti molto rari e sono le prime forme di architettura conosciute” ha confermato Helen Wickstead. E ha aggiunto: “Durante la tarda Età della Pietra, si credeva che le persone della regione lasciassero i loro defunti a cielo aperto in modo che gli uccelli e gli altri animali se ne cibassero. Invece per un motivo che non ci è ancora chiaro, crani e ossa di gente sepolta furono poi portate nella struttura funeraria”. Altri ritrovamenti, tra cui resti di templi in legno, fanno pensare che il sito rimase un centro importante per le comunità agricole della zona anche nell’Età del Bronzo"  30 giugno 2009   (http://www.storiainrete.com )"
Insomma alle meraviglie del Creato non si può porre limite!

Grazie per aver letto sin qui, vostro affezionato, Paolo D’Arpini
Marche - Paolo D'Arpini al mare in attesa degli UFO

giovedì 26 marzo 2026

Frugivorismo. La corretta alimentazione umana...

 


La Coscienza, è comune a tutti gli esseri viventi… solo le capacità intellettive variano. Perché gli scienziati sono sicuri che l’uomo si sia evoluto da altre specie? Per una nutrita serie di ragioni. Le analisi sulle sequenze genetiche mostrano che il DNA dell’uomo è uguale al 99 per cento di quello di bonobo e scimpanzé, il che mostra con certezza quasi assoluta che veniamo tutti da un antenato comune. 
 
Migliaia di fossili documentano – con accuratezza sempre maggiore – l’esistenza di diverse specie di ominidi che si sono avvicendate sulla nostra linea evolutiva dopo che questa si è separata da quella degli altri primati antropomorfi e, più di recente, da quella di scimpanzé e bonobo.
 
Personalmente non sono un fanatico della teoria evoluzionista sto solo prospettando una “somiglianza” che giustifica la nostra natura di frugivori. 
 
Che l’uomo sia imparentato con la scimmia o meno sta di fatto che l’anatomia comparata ha dimostrato inequivocabilmente l’origine frugivora della nostra specie. Certo, frugivoro non significa vegano. Infatti gli altri frugivori, come la stragrande maggioranza dei primati, i suini, alcuni orsi, etc. si nutrono limitatamente  anche di prodotti di origine animale, in diverse proporzioni. Proprio in seguito a ciò l’uomo ha potuto adattarsi ad una alimentazione carnea, dovendo adattarsi ai cambiamenti ambientali del suo habitat, ma un conto è affrontare un’emergenza alimentare ed un altro è farne una consuetudine… 



Riporto qui di seguito un mio approfondimento su questo tema:

"Una idea morale utopica, come quella vegana ed antispecista, ha un grande appeal attrattivo su molti animalisti. Come tutte le idee aldilà della portata attuativa nella società corrente rischia però di diventare un’altra forma di “ismo”, una filosofia religiosa che cerca attraverso i suoi adepti di elevare la coscienza con il solo risultato di contribuire a ulteriormente dividere la società umana in “credenti” e “infedeli”.

Insomma la filosofia vegana manca di capacità attuativa e come tutte le filosofie e religioni resta un ideale alla portata di pochi “eletti” disgiunti dal contesto.

Ritengo personalmente che per andare verso una consapevolezza della comune appartenenza e della pari dignità e complementarietà della vita, insomma delle reciproche relazioni fra specie, sia importante che vengano riconosciute le differenze per poter allo stesso tempo riconoscere l’eticità naturale senza forzare la natura.

L’astrazione del pensiero trasformato in “morale” non aiuta la manifestazione di una spontanea “compassione” che si manifesta in un interspecismo maturo.

Tutti gli esseri viventi attingono e si originano dalla comune matrice che differenziandosi ha assunto le innumerevoli forme, ognuna complementare e relata alle altre, ognuna con alcuni aspetti evolutivi utili al mantenimento della vita ed alla ulteriore propagazione e fioritura di nuove specie.

L’uomo non è l’ultima parola in natura e questo deve essere sempre presente nella considerazione di chi si pone il “problema” del bene collettivo.

La vita si nutre della vita, su questo non ci sono dubbi, d’altra parte vediamo che esiste un  certo equilibrio   anche nel modo in cui questo costante e collettivo alimentarsi avviene. I microorganismi svolgono funzioni essenziali come  base alimentare degli organismi più complessi e contribuiscono al riciclaggio della materia morta.

Le piante procurano ossigeno e forniscono cibo agli animali ed allo stesso tempo ricevono humus e sostanze organiche utili in cambio. Gli animali  aiutano la propagazione delle piante, e qui non mi riferisco semplicemente agli insetti che facilitano l’impollinazione, bensì a tutte le specie di erbivori che sfogliando le piante senza ucciderle fan sì che esse affondino vieppiù le radici nella terra.

Le piante producono frutti appetibili  ed i semi  vengono diffusi in altri spazi dagli animali. L’eccesso di erbivori viene calmierato con la presenza di predatori e fra erbivori e predatori c’è una armonia di co-presenza. Essi aumentano e decrescono sulla base delle necessità finali delle piante nell’ambiente.   

Tutti sanno che i leoni quando aggrediscono un branco di antilopi, ricevono dalle antilopi stesse un “tributo” in forma dell’animale più malandato del gruppo, una specie di “offerta/sacrificio” che tra l’altro ha la funzione di mantenere sano il branco. Insomma la natura pur nella sua apparente crudeltà è saggia e materna. Si occupa di tutti gli aspetti e nulla trascura per i suoi figli. Al contrario ove manca l’interscambio, come ad esempio nelle nostre periferie urbane in cui sono aumentati indiscriminatamente alcune specie avicole e terricole per la mancanza di idonei “calmieratori”.

Anche l’uomo per migliaia di anni ha rispettato questa “etica naturale” contribuendo a mantenere la vita sul pianeta in equilibrio. Solitamente l’uomo, come tutti gli animali frugivori, non ha bisogno di alimentarsi direttamente delle carni di altri animali. Vedasi le scimmie antropomorfe nostre cugine che fanno un uso insignificante di carne, assumendo solo piccole quantità di insetti o piccoli animaletti della foresta a mo’ di integrazione alimentare, quando necessario. Altrettanto fanno i cinghiali e gli orsi. Però, ad esempio, gli orsi che si sono spostati al polo nord ovviamente hanno modificato la loro dieta sino a renderla totalmente carnivora e così è avvenuto per l’uomo che nella sua lenta occupazione del pianeta  e spostandosi sempre più dall’habitat tropicale originario ha dovuto pian piano modificare in parte o totalmente le sue abitudini alimentari, per necessità di sopravvivenza.

La scoperta dell’agricoltura molto ha comunque contribuito per riportare l’uomo alla sua dieta originaria.  Fermo restando che a seconda della latitudine la dieta varia in base al reperimento di risorse alimentari, vediamo che oggigiorno le capacità produttive, senza voler ricorrere alla chimica od agli OGM,  garantirebbero all’uomo nutrimento sufficiente non solo  i 6 miliardi di individui che siamo ma per almeno 10 volte tanti…. E qui veniamo al punto dolente… L’uomo avendo perso un contatto diretto con la natura ha utilizzato le sue capacità  tecniche e la sua capacità di sottomettere (e sottomettersi) per assoggettare la sua stessa specie ed anche le altre ad un dominio utilizzativo e speculativo che non tiene conto della pari dignità di tutti gli esseri viventi.

L’uomo ha diviso la società umana in “schiavi” produttori di ricchezza (per l’uso di pochi “padroni”) e le specie animali in  “oggetti di mercato” da sfruttare ignominiosamente come merce.  I grandi  finanzieri ed i produttori del denaro, staccati dal contesto umano, galleggiano razzisticamente  sul resto dell’umanità e fingono di fornire ai loro sottoposti un benessere privo di valore, in forma di cibo sanguinolento e crudele  e malsano proveniente dagli allevamenti intensivi e dai macelli.

Questo meccanismo è non solo la causa della distruzione del pianeta, per il consumo di tutte le risorse e per l’avvelenamento degli elementi naturali, ma è anche causa della perdita totale dell’anima originaria, della naturale e rispettosa correlazione fra esseri viventi e habitat….

Mi rendo conto di aver toccato un argomento che a questo punto con l’etica propugnata dai cosiddetti animalisti viaggia in una sorta di parallelismo antagonista….

E’ vero che le abitudini alimentari vanno modificate in funzione di un ritornò alla naturalità.. ed è anche vero che non si può separare l’uomo dagli altri animali. Il muto aiuto è necessario per la reciproca sopravvivenza e per la comune crescita karmica. Gli spazi naturali vanno recuperati senza forzature e la specie umana non deve necessariamente saltare da “dominante” a “in estinzione”. Riscoprire il significato della fatica, del reciproco aiuto, della simbiosi mutualistica senza prevaricazioni… insomma  vivere in una Pace Interspecista è la chiave della nostra e “loro” sopravvivenza. 

Bisogna stancarsi del “vizio” in cui siamo costretti a vivere ed iniziare a recuperare la capacità di procurarci il nostro cibo senza dover ricorrere al mercato e senza doversi vendere  ai “padroni del mondo”. La rivolta è necessaria, lo sforzo è necessario….

Mi rendo conto di non poter esaurire l’argomento con un singolo scritto… intanto ho buttato lì alcune riflessioni.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

Risultati immagini per paolo d'arpini vegetariano

Un sempio di ritorno ad una vita più naturale:  https://youtu.be/TPBd-dLr6x8

mercoledì 25 marzo 2026

"Sincronicità" di Massimo Teodorani - Recensione

 


La sincronicità, oggetto misterioso di cui tratta Massimo Teodorani nel suo libro omonimo,   ha fatto molto discutere psicologi, scienziati grandi e piccoli, terapeuti ma anche casalinghe, impiegati e venditori di palloncini. Perché la sincronicità ci tocca tutti, in qualche momento della vita in cui ci affacciamo nostro malgrado sull’imprevedibile, imperscrutabile, inconoscibile; e ci rende partecipi di quel tocco di metafisico di cui in verità è costellata l’esperienza umana, nonostante la pretestuosa evidenza, agitata come orgoglioso vessillo dagli accaniti sostenitori del razionale, che “tutto è sotto controllo”.

      Massimo Teodorani  traccia l’interessante parabola delle modalità con cui il concetto in questione si sia affermato, e ne addebita l’origine al momento epocale in cui lo psicanalista svizzero Jung mise in connessione le stratificazioni più profonde dell’animo con quel quid che sembra permeare il sottofondo della mente, da lui definito “inconscio collettivo”. Questa nozione rappresenta l’interfaccia, a livello informativo, dell’akasha della tradizione orientale: uno sterminato archivio in cui è registrata la traccia energetica di ogni pensiero, immagine o azione, le cui impronte possono essere rilevate mediante le opportune connessioni psichiche, di cui le sincronicità (dette anche “coincidenze significative”) sono l’aspetto più eclatante e comune al contempo.

      L’indagine di Jung gli permise di collegare l’esistenza di questa entità psichica di massa con i principi degli archetipi, ossia  modelli della realtà che di volta in volta risuonano e prendono vita in noi tramite l’influsso dell’inconscio collettivo nel loro  passaggio dal generale al particolare.

      Dall’incontro di Jung con il fisico quantistico austriaco Wolfgang Pauli, premio nobel, nacque una sintonia e una sinergia che vide i due lavorare a un comune progetto di enunciazione di un principio fisico vero e proprio che tenesse conto della sincronicità come evento oggettivamente riconoscibile nella realtà, unendo così idealmente la psiche con la fisica in un matrimonio concettuale dai vincoli apparentemente paradossali.

     Trattazione esauriente e appassionante, non scade mai nella tentazione di utilizzare un linguaggio troppo tecnico o di esibire concetti di difficile comprensione, pur mantenendo il rigore scientifico inerente all’argomento. Ammirevole dunque la capacità divulgativa e di sintesi di Teodorani, data la possibilità tutt’altro che remota di sperdersi nei dettagli e nella sostanziale indeterminatezza del soggetto trattato.

(Recensione di Simone Sutra)


Commento postumo di Tiziano Terzani: 
“Solo se riusciremo a vedere l'universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo”




martedì 24 marzo 2026

Bioregionalismo. Il pensiero di Thomas Berry e l'era ecozoica... che verrà....






Thomas Berry, gesuita, ecoteologo, storico delle culture,
bioregionalista e discepolo di Theilard de Chardin, è autore di
importanti libri come The Dream of the Earth e il recente The Universe
Story (insieme a Brian Swimme).
Berry propugna un cambiamento della società occidentale in chiave
ecocentrica che riconosca la storia della Terra come unico testo sacro
di una visione ecospirituale e olistica del mondo, in base alla quale
ciascuno si impegna a vivere con consapevolezza nella propria
bioregione.


The Universe Story riporta in un capitolo le condizioni necessarie
all’ingresso in quella che Berry ha definito l’Era Ecozoica.

L’Era Ecozoica:


1. L’Universo è una comunione di soggetti e non una collezione di oggetti.

2. La Terra esiste e può continuare a esistere solo in un
funzionamento integrale. Essa non può sopravvivere frammentata,
proprio come qualunque altro organismo. Tuttavia la Terra non possiede
un’uniformità globale. Essa è un complesso differenziato di cui va
sostenuta l’integrità e l’interrelazione delle varie espressioni
bioregionali.

3. La Terra è un bene che ci è stato offerto in godimento soggetto a
scadenza. å destinata a danni irreversibili nei suoi maggiori sistemi
di funzionamento.

4. Gli esseri umani rappresentano un elemento derivato rispetto alla
Terra, che è primaria. Ogni istituzione umana, professione, programma
e attività, devono porla al centro dei propri interessi. Nella teoria
economica, per esempio, la prima legge deve essere quella della tutela
dell’economia terrestre. Un Prodotto Nazionale Lordo in crescita a cui
si affianca un Prodotto Terrestre Lordo in deficit rivela l’assurdità
della nostra attuale situazione. Per la categoria medica deve essere
chiaro che non si può avere gente sana su un pianeta malato.

5. L’intero sistema di funzionamento della Terra si è alterato nella
transizione dall’Era Cenozoica a quella Ecozoica. I principali
sviluppi del Cenozoico avvennero interamente al di fuori di ogni
intervento umano.
Nell’Ecozoico noi umani avremo invece un’influenza determinante in
quasi tutti i processi evolutivi: anche se non sappiamo come produrre
un filo d’erba, questo non potrà crescere se non è accettato, protetto
e sostenuto da noi. Il potere costruttivo della nostra creatività nei
sistemi naturali della vita è minimo, il nostro potere di negazione,
immenso.

6. Per essere valido il "progresso" deve coinvolgere globalmente la
Terra e tutti i suoi aspetti. Definire "progresso" lo sfruttamento
umano del pianeta è una distorsione inaccettabile.

7. L’Ecozoico potrà diventare una realtà solo mediante il
riconoscimento della dimensione femminile della Terra, mediante la la
liberazione delle donne dall’oppressione e dalle costrizioni da loro
sopportate in passato e mediante l’assunzione di una responsabilità
comune, sia maschile che femminile, per stabilire una comunità
terrestre integrata.

8. Nel periodo Ecozoico emerge un nuovo ruolo sia per la scienza che
per la tecnologia. La scienza dovrebbe provvedere a una comprensione
integrale del funzionamento della Terra e delle modalità in cui le
attività umane e terrestri possono vicendevolmente potenziarsi. Le
scienze biologiche dovrebbero sviluppare un "sentimento per tutto ciò
che vive", un rispetto più profondo della soggettività presente nei
vari esseri viventi della Terra. Le tecnologie umane devono
armonizzarsi con quelle del mondo naturale.

9. Nuovi principi etici devono emergere attraverso il riconoscimento
del male assoluto del biocidio e del genocidio, come pure di tutti gli
altri mali che riguardano più specificamente gli umani.

10. È necessaria una nuova sensibilità religiosa, una sensibilità che
riconosca la dimensione sacra della Terra e accetti il mondo naturale
come manifestazione primaria del mistero ultimo dell’esistenza.

11. È necessario un nuovo linguaggio ecozoico. Il nostro idioma
cenozoico è radicalmente inadeguato. Si dovrebbe procedere alla
compilazione di un nuovo dizionario che comprenda nuove definizioni
dell’esistente e l’introduzione di neologismi per i nuovi modi di
essere e per i comportamenti che stanno emergendo.

12. Psichicamente tutti gli archetipi dell’inconscio collettivo
acquistano una nuova validità, come pure nuove vie di funzionamento;
specialmente nella nostra comprensione simbolica del viaggio
iniziatico, del mito della morte -rinascita, della Grande Madre e
dell’albero della vita.

13. Si prevedono nuovi sviluppi nel rituale, in tutte le arti e nella
letteratura. Specialmente il teatro può trovare straordinarie
opportunità nelle tematiche grandiose che vengono elaborate in questi
tempi. I conflitti, finora limitati alla semplice dimensione umana,
acquisteranno risvolti impensati nella stupenda transizione tra la
fine del Cenozoico e l’emergente Ecozoico: dimensioni epiche che
superano ogni aspettativa.

14. La mitigazione dell’attuale rovinosa situazione (attraverso il
riciclaggio di materiali, il contenimento dei consumi e la cura degli
ecosistemi) sarà vana se il nostro intento è quello di limitarci a
rendere accettabile il presente sistema. Queste attività
indispensabili daranno i loro frutti solo se lo scopo è quello di
costruire un nuovo ordine.

Traduzione di Paolo D’Arpini e Stefano Panzarasa - Rete Bioregionale Italiana