domenica 17 maggio 2026

L'alimentazione bioregionale mantiene il biosistema vitale...

 


"L'alimentazione bioregionale sostiene il biosistema vitale promuovendo una dieta a base vegetale, locale e di stagione. Questo modello riduce l'impronta di carbonio legata al trasporto e rispetta le capacità naturali del territorio, preservando la biodiversità locale e mantenendo in equilibrio le risorse naturali". 

Ricordo che sin dalla fondazione della Rete Bioregionale Italiana, avvenuta nel 1996,  cercai di inserire nel discorso dell'attuazione di un nuovo sistema ecologista, adatto al mantenimento della vita sul pianeta, la proposta vegetariana. Nel frattempo, con il passare degli anni, vennero assunte da diversi membri posizioni contrastanti, una è quella che sostiene la necessità di mangiar carne, visto che l'uomo primitivo era sopravvissuto proprio con quella alimentazione, la posizione opposta è quella del vegani che propugnano una dieta assolutamente vegetale, giustificata da motivi etici ed animalisti. 

Inutile dire che io personalmente, ma parecchi altri assieme a me, siamo rimasti convinti che il consumo dei prodotti cresciuti nel luogo in cui si vive, maturati spontaneamente, con l'integrazione di limitatissimi apporti di derivati animali, come il formaggio, il miele o le uova, ottenuti però con metodi naturali e da animali tenuti allo stato brado, possa essere una idonea risposta alla sopravvivenza, soprattutto nel nostro ambiente mediterraneo. 
Ovviamente la sola agricoltura moderna, sia pur biologica, non è sufficiente a garantire tutte le proprietà di cui un organismo umano ha bisogno, da qui la necessità di attingere alla fonte ricchissima di erbe spontanee (che facevano parte della dieta mediterranea antica) e che possono fornire tutti gli oligoelementi e le vitamine necessarie a mantenere l'uomo in buona salute. 
Tutto questo, però, non ha impedito all’agroindustria di  spingere  per le coltivazioni e gli allevamenti intensivi e  per l’introduzione di  immissioni OGM. Ma per fortuna, anche alcuni settori della società civile (vedi la recente campagna per l'Agricoltura Contadina) stanno attivandosi per rinforzare la  produzione agricola organica e per incentivare la ripopolazione di aree rurali non soggette a coltivazioni estensive. Anche in Italia il ritorno alla campagna e il tentativo di autoproduzione ed autonomia alimentare, portata avanti da diversi gruppi di carattere bioregionale  trova il favore di vari ambiti ecologisti in università e pensatoi d’Europa.
Il fatto è che per soddisfare la richiesta di cibo biologico, sempre più in crescita, è necessario che le tecniche organiche innovative, riconosciute come valide dalla Comunità Europea, siano adottate anche nei settori agricoli convenzionali ed in estensioni agricole facilitate ad una alta produzione. Il che significa che ampie aree attualmente utilizzate per l’agricoltura intensiva, che fa largo uso della chimica, dovrebbero pian piano essere riconvertite e recuperate per  la produzione organico biologica.
Ovviamente questa spinta verso il biologico è anche incentivata dal numero sempre più alto di vegetariani naturisti che chiedono maggiore disponibilità sul mercato di prodotti biologici. Vegetarismo e diete naturali vanno infatti di pari passo.
Il movimento vegetariano e bioregionale in qualche modo è comunque riuscito ad influenzare gli indirizzi comunitari,  promuovendo una maggiore sensibilità alimentare.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana


sabato 16 maggio 2026

L'arroganza e la stupidità del potere yankee e la distruzione del pianeta...

 


Dopo aver espropriato e distrutto le libere e dignitose popolazioni autoctone, che abitavano da secoli e millenni il "Nuovo Continente",  e fondato gli United States of America,  e dopo  una cruenta guerra civile tra "latrones", i nordamericani, assuefatti alla rapina,  hanno rivolto le loro mire di conquista verso le stesse nazioni europee di provenienza e verso i quattro continenti del mondo intero,   con una subdola proposta e progetto di conquista: esportare la democrazia delle loro "regole"!

Mancherebbero al loro dominio la Russia, la Cina e poche altre nazioni, che sono comunque circondate da basi statunitensi e NATO. Queste entità statuali e territoriali ancora "indipendenti" sono  viste da Washington come un enorme bottino, dato il vasto territorio sul quale si trovano, con  il 60% delle risorse minerarie della Terra, acqua potabile, terreni agricoli, forza lavoro, capacità produttiva, popolazione,   ecc.  

La rapina potrà avvenire con il solito metodo attuato dagli USA: la guerra di conquista. Molto probabilmente con l'uso di ordigni nucleari.  

Se ciò avvenisse sarebbe comunque la “fine del mondo” sia per la Russia  e la Cina che per gli USA stessi e per  gli stati vassalli che svolgono il ruolo di fiancheggiatori.  A salvarsi dalla distruzione forse resterebbe l’Africa  Nera che da continente più povero del mondo tornerebbe ad essere la “casa” degli ultimi umani, come lo fu dei primi (magari dopo l'irradiazione nucleare saranno diventati umanoidi o mutanti in seguito ai veleni che avranno impestato il pianeta).

Siamo a livelli di fantascienza geopolitica ma gli yankee, “ingenui” ed allo stesso tempo  "arroganti", come sono, potrebbero pensare di farcela a “vincere”, oppure morire tutti insieme appassionatamente, come “consigliato” dai loro pard sionisti: “Muoia Sansone con tutti i filistei!”…

Forse qualche umano resterà in vita e forse avrà imparato la lezione, almeno questo è il mio "sogno" altrimenti toccherà ai topi  ripopolare il Pianeta Blù!

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana





Articolo collegato:

Il topo è destinato a succedere all'uomo?



Pare che l'uomo sia uscito fuori di testa, tanto che minaccia di autodistruggersi con un bell'olocausto termonucleare ed a  proposito di storie "fuori di testa"  affrontando il  discorso del possibile successore, come razza dominante sul Pianeta,  prendo l'esempio dalla vita selvatica che resiste alle radiazioni atomiche  (vedi: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2014/07/natura-ed-animali-quando-la.html). Tempo fa  ho scoperto che nei luoghi in cui erano stati fatti esperimenti nucleari erano sopravvissuti particolarmente bene i topi.



Continua: https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2022/03/il-topo-e-destinato-succedere-alluomo.html

venerdì 15 maggio 2026

Calcata e la Valle del Treja. Archeologia e antropologia. Misteri irrisolti...


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Tanti anni fa, durante la mia permanenza nella Valle del Treja, a Calcata,  percepii misteriosi  messaggi dall’inconscio, che mi indicavano quello che Calcata era stata ed il suo ruolo nelle trame primigenie della vita nella società umana. E’ come se gli antichi spiriti del Treja, mi parlassero per confidarmi dei segreti rimasti per troppo tempo nascosti. A dire il vero la verità su Calcata e sull’antichità della civilizzazione ad essa collegata mi era stata svelata già con la ricerca dell’archeologo inglese Potter, che negli anni ’60 fece una grande campagna di scavi su Narce, una delle tre colline che costituivano la mitica Fescennium,  in cui si manifestò la civiltà falisca,  riscontrando le vetustà del sito, risalente al Villanoviano. 
In un’altra occasione ricordo la visita di Marcello Creti, un sensitivo che viveva a Sutri,  un altro antico centro dell'Agro Falisco, il quale mi raccontò di una antica civiltà Antalidea che aveva trovato rifugio a Calcata, attenzione non si tratta dei rifugiati di Atlantide bensì di una mitica popolazione di “prima che nascessero gli dei”, secondo lui di origine extraterrestre io invece propendo per una provenienza terrestre, dalla valle dell’Indo e del Saraswati (ove fiorirono le grandi antichissime  città di Moenjo Daro, Harappa e Dwarka) che subì un tracollo in seguito all’essiccazione del fiume Saraswati ed a una grande guerra universale (per quei tempi) avvenuta  moltissimi anni prima di Cristo. 
Secondo gli storici indiani tale guerra è descritta nel Mahabharata, un’epica in cui si parla di armi potentissime e di veicoli volanti. Insomma presuppongo che una fazione transfuga riuscì infine a rifugiarsi lontano dal campo di battaglia, qui nella Valle del Treja (che tra l’altro riprende il nome di un maestro d’origine divina chiamato Dattatreya) contribuendo infine alla fondazione di Fescennium (la mitica città primigenia dei Falisci). Infatti i Falisci parlavano una lingua indoeuropea (molto simile al sanscrito) essendo in realtà il latino stesso, cosa che mi fa presupporre che i latini non fossero altro che una tribù falisca. Ma di tutto questo parlerò magari un’altra volta…
Insomma l’importanza di Calcata e della Valle del Treja mi era stata rivelata in vari modi, ma non c’è un vero e proprio riconoscimento ufficiale delle mie teorie da parte degli archeologi e storici italiani, che preferiscono non sbottonarsi su ipotesi “fantasiose”, sia pur affascinanti e presumibilmente vere. Comunque è certo che Calcata è all’origine di ogni altra civilizzazione italica, essendo il luogo in cui una civiltà si manifestò per prima... Una singolarità sta anche nel nome Calcata - in sanscrito Kalikat-  che significa "Dimora di Kali", la grande dea primordiale.

Comunque una testimonianza archeologica  riuscii ad ottenerla attraverso l'amica Gilda Bocconi, archeologa operante nell'Agro Falisco.  Gilda, in quanto studiosa e ricercatrice titolata,  conobbe profondamente il territorio in cui si sviluppò la civiltà Falisca, che ebbe Fescennium come origine. La sua fu una conoscenza diretta,  prima operando a Capena e studiando i Falisci Capenati e poi a Nepi, città di confine tra Falisci ed Etruschi. Spesso le confidai le mie sensazioni su questa antica origine di Calcata e  percepii la sua disponibilità ad accondiscendere, almeno in parte, alle mie teorie “fantascientifiche”. Gilda era una persona incredibile, all’apparenza sembrava l’incarnazione della Grande Madre…

Gli ultimi anni della sua esistenza li trascorse restando chiusa in una casetta in mezzo ad un bosco, riuscendo a malapena a spostare la sua mole corporea fra il tavolo dov’era la sua macchina da scrivere ed il suo letto. Proprio in quel periodo di sua totale inamovibilità fisica ma di piena lucidità mentale riuscii a convincerla a scrivere alcune “ipotesi” sulla nascita della civilizzazione falisca e sul nostro rapporto personale. Quello che segue è il suo articolo sul tema.


Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




"Non ricordo esattamente quando andai per la prima volta a Calcata ma ho ben presente il senso di vertigine che ebbi nel passare sul ponte sospeso nel vuoto e poi sulla via stretta fra il dirupo e la parete rocciosa, messi i piedi in terra, l’accogliente piazzetta mi rassicurò definitivamente. Passai sotto la porta e in poco tempo, oltrepassato il paese medio ed entrata in quello antico, mi sono trovata di nuovo affacciata sul nulla, in posizione aerea in uno sfolgorio di verde e di sole. Rimasi incantata dal contrasto fra il borgo piuttosto piccolo, raccolto, dalle architetture graziose, quasi un nido, e gli aspri e selvaggi orridi della valle del Treja.

Narce si ergeva ardita proprio di fronte, Narce, la favolosa Narce! Croce e delizia di una generazione di archeologi italiani ed inglesi. In quel periodo frequentavo i corsi di proto-storiaeuropea e, benché non avessi partecipato agli scavi, vivevo l’atmosfera bollente delle dispute e delle gelosie che aveva suscitato quel ritrovamento importantissimo. L’insediamento testimoniava infatti una continuità di vita dal Medio Bronzo (XIV sec. a.C.) al VI secolo a. C.. In seguito gli abitanti si erano spostati anche su Pizzo Piede, Montelisanti e sull’attuale Calcata.

Era la prova dell’autoctonia degli Etruschi e dei Falisci, accettando però l’ipotesi dell’arrivo di piccoli gruppi, mercanti e artigiani, provenienti soprattutto dal mondo egeo-anatolico.

Tornai a Calcata in seguito, quando seppi come il Comitato per Calcata Viva fosse riuscito a far togliere il vincolo di inabitabilità. Capena, nella quale nel frattempo mi ero trasferita aveva gli stessi problemi.

Fu allora che conobbi anche il Circolo vegetariano e Paolo D’Arpini. Il Circolo si trovava sulla destra, prima di passare sotto l’arco, e spesso vi si poteva incontrare Paolo seduto su una scaletta, un pò nascosto dai fiori (o dalle erbacce), contornato da cipolline, broccoletti e melucce piccole ma buone, quasi sempre calmo e olimpico (perché le tempeste lui le nasconde socchiudendo gli occhi), con un berretto alla ‘garibaldina’, sornione guarda chi passa, quando ti riconosce si alza sorridente e ti fa entrare al Circolo. Malgrado l’aspetto egli ha portato avanti molte iniziative per la valorizzazione della valle del Treja: la lotta per impedire una discarica inquinante, la difesa dell’identità locale, con il bioregionalismo, e altre attività per la libertà individuale.

Ricordo ancora con piacere le riunioni che spesso terminavano con un convivio sempre accompagnato da un ottimo vinello e da dolcetti paesani. A quel tempo ero una accanita fumatrice ed ho sofferto perché al Circolo non si poteva fumare, spesso (per rifarmi) andavo in un baretto vicino, simpatico e all’antica, gestito da una famiglia, dove potevo fumare voluttuosamente. Comunque Paolo è un vulcano di idee, con lui puoi anche non essere d’accordo su certe cose, infatti egli accetta volentieri il dibattito ed il confronto. Osservando lo stemma di Calcata, ho cercato di spiegarmi meglio questo nome (ed il suo significato). In effetti la forma è quella di un tallone, tallone di calcare, cioè roccia, ma forse il nome è estensibile anche ad un altro vicino insediamento diruto, in cui vi sono i resti della chiesa di Santa Maria di Calcata.

Nell’antichità era indicato come ‘tallone’ anche la pietra al centro dei circoli sacri, ove erano celebrati i riti ed i sacrifici, certo nella zona son stati ritrovati diversi templi sin ora di epoca ellenistica (IV sec. a.C.) mentre sappiamo che Narce (Fescennium?) risale all’età del bronzo. Chissà se proprio nell’attuale Calcata fosse situata l’antica area sacra? Probabilmente resta solo un’ipotesi, una sensazione, così come Paolo ’sente’ ed immagina gli antichi falisci della valle del Treja nello spirito arguto e smaliziato dei “Riti Fescennini” e le preghiere alla Dea Madre, manifestazione della natura e della vita". 

Gilda Bocconi



P.S. I Riti Fescennini (nati nella mitica città falisca di Fescennium,  nell'attuale Valle del Treja e Calcata) e le preghiere alla Dea Madre rappresentano due anime opposte e complementari del mondo antico italico: l'esuberanza goliardica e liberatoria da un lato, e la devozione spirituale, primordiale e legata alla natura dall'altro.

domenica 10 maggio 2026

Ritrovare se stessi nelle cose semplici. Manuale di sopravvivenza spicciola...


La vera sopravvivenza della nostra specie non è garantita dalle multinazionali che  proseguono nella distruzione del patrimonio genetico delle essenze naturali, portata avanti con l'immissione degli OGM, bensì dalla conoscenza e conservazione dei valori nutritivi delle piante spontanee presenti in natura. La propagazione di questa conoscenza è quel che tentò di fare Linneo, il botanico che amava la natura.

L'analisi sistematica delle specie vegetali presenti nel mondo iniziò nella fredda Svezia nella metà del '700, dove Linneo e la schiera dei suoi discepoli si presero la briga di raccogliere informazioni sulle specie arboree, sistemando un catalogo botanico di tutto ciò che cresce sulla faccia della Terra. Potremmo dire che Linneo avviò la prima "banca del seme" egli era un ricercatore amante della natura e la sua opera era a vantaggio di tutta l'umanità. Oggi, strano a dirsi, l'onere della conservazione delle erbe commestibili ed officinali è passata dai ricercatori erboristici alle multinazionali (fra cui Monsanto e Syngenta, i due colossi del geneticamente modificato), infatti in un luogo freddo come la patria di Linneo, nell'isola di Spitzbergen nel mare di Barents, esse  hanno costruito una mastodontica superbanca di tutte le sementi presenti nel mondo. Una banca scavata nel granito, con speciali aeratori, portelloni e muraglie in cemento armato a prova di bomba.

Forse ci si aspetta la fine del mondo? Oppure semplicemente si cerca attraverso i brevetti di appropriarsi dei diritti d'autore della vita sul pianeta? Non voglio però assumere un atteggiamento catastrofista, poiché di situazioni drammatiche il pianeta Terra ne ha vissute ben altre. Quello che conta è il mantenimento dell'intelligenza e della capacità di sopravvivenza e tale capacità, come abbiamo visto accadere nell'isola di Bikini, sede degli esperimenti nucleari francesi, ha una forza inimmaginabile. Infatti lì dove ci si aspettava la morte si è invece scoperto un ecosistema eccezionalmente vitale e prospero, soprattutto in "assenza" dell'uomo.

L'isola dei "pazzi stranamore" di Spitsbergen sarà come la torre di Babele, ne son certo, in quel fortilizio del "valore aggiunto" resterà solo un accumulo morto di informazioni. La capacità elaborativa della vita si farà beffe dell'arroganza "scientifica" e, malgrado l'apparente cecità, l'uomo non potrà distruggere la vita (di cui egli stesso è emanazione). E questo nonostante la sterile ricerca umana di "gossip", che ha preso il sopravvento sulla capacità di riscoprire giorno per giorno la freschezza della vita, alla fine la capacità di conservazione saprà "affermarsi". Lo vedo in quel che succede negli interstizi dell'asfalto, in mezzo alle immondizie, tra i veleni più pestilenziali di questa società opulenta e un po' tonta... 


Eppure l'uomo è la somma di una complicata rete di complessi, psicosi, nevrosi, istinti, fissazioni e intuizioni. Sapete poi come le scimmie vengono prese in trappola? Si mette nella foresta una gabbietta inchiodata al suolo in cui è ben visibile un grosso frutto, la scimmia l'afferra con la mano ma poi non può più estrarla, se non lasciando il frutto, ma la sua avidità è talmente tanta che preferisce restar lì finché arriva l'ideatore della trappola e afferra la scimmia per la collottola....


Vediamo cosa succede all'uomo!

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

mercoledì 6 maggio 2026

Intervista sull'Ecologia profonda con Eduardo Zarelli... "Il valore intrinseco della Vita umana e non umana sulla Terra"

 


martedì 5 maggio 2026

La riscoperta di Sé, nella natura - "Bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica"...

 


Risultati immagini per bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica

Per me bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica, rappresentano un modo di sentire e di affrontare la vita, che ci permea a vari gradi e livelli ed in tutti i settori del nostro vivere: i rapporti con gli altri esseri viventi e la natura, i rapporti sociali, quelli familiari, l’atteggiamento sul lavoro, qualsiasi esso sia, con la salute e l’alimentazione, con l’ambiente civile, col luogo che ci ospita, ma prima di tutto con noi stessi; un percorso che prima di tutto, ci porta a conoscere la nostra vera natura, priva di condizionamenti. Solo così potremo tornare, non al primitivismo, ma ad un’integrazione naturale con il mondo di cui facciamo parte.

Il livello di consapevolezza dell’essere umano sta aumentando, i modelli consumistici ed economicistici stanno mostrando il loro fallimento, la gente è sempre più stanca di essere presa in giro e comincia a farsi molte domande e a cercare a volte disordinatamente e troppo facilmente soluzioni a portata di mano ma che non sempre sono vere. Si tratta a volte semplicemente di spostare l’attenzione da un’illusione ad un’altra. L’essere umano ha bisogno di vincere la noia e la solitudine e ritrovare, momento per momento, nella sua vita, un nuovo giochino. 
Secondo me invece bisogna imparare a fare i conti con noia e solitudine, per trovare un giusto equilibrio e riscoprire un amore per noi stessi, come quello dei bambini.
I motivi di riflessione sono tanti, gli spunti dentro e fuori di noi si sprecano. Ogni momento può essere vissuto con un sentire “spirituale” e questo si può e si deve trasferire nel nostro modus vivendi, qualsiasi sia la situazione che stiamo attraversando.
Parlare di  bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica  ha il merito di puntare un faro su questi aspetti del vivere che ad un piccolo cercatore come me può illuminare un percorso accidentato ma entusiasmante e che una volta intrapreso, anche non conoscendo l’arrivo (che forse non esiste), non si può più arrestare. 

Caterina Regazzi


Mio commentino:  "...senza consapevolezza non può esistere il bioregionalismo, che equivale all'Ecologia Profonda, ovvero alla consapevolezza che tutto è Uno"

lunedì 4 maggio 2026

La spiritualità è un fatto personale...

“Quando sono venuta in questo mondo le uniche cose che sapevo erano amare, ridere e far splendere la mia luce. Poi, crescendo, mi hanno detto di smettere di ridere. "Prendi la vita sul serio" dicevano, "se vuoi farti strada." Così smisi di ridere. La gente mi diceva: "Stai attenta a chi ami, se non vuoi che il tuo cuore venga spezzato." Così smisi di amare. Mi dicevano: "Non far splendere la tua luce perché attiri troppo l'attenzione." Così smisi di splendere e diventai piccola e appassii e morii solo per apprendere, appena morta, che tutto ciò che conta nella vita è amare, ridere e far splendere la nostra luce.” (A. Moorjani)


Non nego il valore dell' ”io sono”, poiché è l’aspetto che consente al mondo di assumere una parvenza di realtà… è il potere della Coscienza, la Matrice Divina che crea il mondo.

Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato – esterno o interno – non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperienziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo “io”.

Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente, che può dividersi in varie forme, mai può scindersi quell’io radice da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno. Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio Sé.

“Spiritualità senza etichette” è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti.

C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse. Il percorso  cambia con le necessità del momento e con le  pulsioni individuali.

E’ la sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare.

I flussi passano la sorgente è perenne. Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India ed uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso.

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Post scriptum: “Lo scopo dello scritto è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono."





Commento di Caterina Regazzi: “Tu scrivi: Lo scopo dello scritto  è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo “Spiritualità Laica” , meno male che lo scopo è questo! Tutte queste parole secondo me sono semplicemente inutili e dici che vuoi chiarire qualcosa a qualcuno! Questi scritti mi fanno arrabbiare. Lo spirito è lo spirito, che bisogno c'è di cercare di spiegarlo, di descriverlo? Se uno lo percepisce eccolo, altrimenti non saranno certo delle parole che glielo faranno individuare!”

Mia rispostina: “Sì, è vero, ma ogni discorso "spirituale" è rivolto alla mente che ha bisogno di parole e di concetti. Poi ognuno scopre in se stesso ciò che è aldilà delle parole e dei concetti. Come? questo è un grande mistero...“ (P.D'A.)