venerdì 15 maggio 2026

Calcata e la Valle del Treja. Archeologia e antropologia. Misteri irrisolti...


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Tanti anni fa, durante la mia permanenza nella Valle del Treja, a Calcata,  percepii misteriosi  messaggi dall’inconscio, che mi indicavano quello che Calcata era stata ed il suo ruolo nelle trame primigenie della vita nella società umana. E’ come se gli antichi spiriti del Treja, mi parlassero per confidarmi dei segreti rimasti per troppo tempo nascosti. A dire il vero la verità su Calcata e sull’antichità della civilizzazione ad essa collegata mi era stata svelata già con la ricerca dell’archeologo inglese Potter, che negli anni ’60 fece una grande campagna di scavi su Narce, una delle tre colline che costituivano la mitica Fescennium,  in cui si manifestò la civiltà falisca,  riscontrando le vetustà del sito, risalente al Villanoviano. 
In un’altra occasione ricordo la visita di Marcello Creti, un sensitivo che viveva a Sutri,  un altro antico centro dell'Agro Falisco, il quale mi raccontò di una antica civiltà Antalidea che aveva trovato rifugio a Calcata, attenzione non si tratta dei rifugiati di Atlantide bensì di una mitica popolazione di “prima che nascessero gli dei”, secondo lui di origine extraterrestre io invece propendo per una provenienza terrestre, dalla valle dell’Indo e del Saraswati (ove fiorirono le grandi antichissime  città di Moenjo Daro, Harappa e Dwarka) che subì un tracollo in seguito all’essiccazione del fiume Saraswati ed a una grande guerra universale (per quei tempi) avvenuta  moltissimi anni prima di Cristo. 
Secondo gli storici indiani tale guerra è descritta nel Mahabharata, un’epica in cui si parla di armi potentissime e di veicoli volanti. Insomma presuppongo che una fazione transfuga riuscì infine a rifugiarsi lontano dal campo di battaglia, qui nella Valle del Treja (che tra l’altro riprende il nome di un maestro d’origine divina chiamato Dattatreya) contribuendo infine alla fondazione di Fescennium (la mitica città primigenia dei Falisci). Infatti i Falisci parlavano una lingua indoeuropea (molto simile al sanscrito) essendo in realtà il latino stesso, cosa che mi fa presupporre che i latini non fossero altro che una tribù falisca. Ma di tutto questo parlerò magari un’altra volta…
Insomma l’importanza di Calcata e della Valle del Treja mi era stata rivelata in vari modi, ma non c’è un vero e proprio riconoscimento ufficiale delle mie teorie da parte degli archeologi e storici italiani, che preferiscono non sbottonarsi su ipotesi “fantasiose”, sia pur affascinanti e presumibilmente vere. Comunque è certo che Calcata è all’origine di ogni altra civilizzazione italica, essendo il luogo in cui una civiltà si manifestò per prima... Una singolarità sta anche nel nome Calcata - in sanscrito Kalikat-  che significa "Dimora di Kali", la grande dea primordiale.

Comunque una testimonianza archeologica  riuscii ad ottenerla attraverso l'amica Gilda Bocconi, archeologa operante nell'Agro Falisco.  Gilda, in quanto studiosa e ricercatrice titolata,  conobbe profondamente il territorio in cui si sviluppò la civiltà Falisca, che ebbe Fescennium come origine. La sua fu una conoscenza diretta,  prima operando a Capena e studiando i Falisci Capenati e poi a Nepi, città di confine tra Falisci ed Etruschi. Spesso le confidai le mie sensazioni su questa antica origine di Calcata e  percepii la sua disponibilità ad accondiscendere, almeno in parte, alle mie teorie “fantascientifiche”. Gilda era una persona incredibile, all’apparenza sembrava l’incarnazione della Grande Madre…

Gli ultimi anni della sua esistenza li trascorse restando chiusa in una casetta in mezzo ad un bosco, riuscendo a malapena a spostare la sua mole corporea fra il tavolo dov’era la sua macchina da scrivere ed il suo letto. Proprio in quel periodo di sua totale inamovibilità fisica ma di piena lucidità mentale riuscii a convincerla a scrivere alcune “ipotesi” sulla nascita della civilizzazione falisca e sul nostro rapporto personale. Quello che segue è il suo articolo sul tema.


Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




"Non ricordo esattamente quando andai per la prima volta a Calcata ma ho ben presente il senso di vertigine che ebbi nel passare sul ponte sospeso nel vuoto e poi sulla via stretta fra il dirupo e la parete rocciosa, messi i piedi in terra, l’accogliente piazzetta mi rassicurò definitivamente. Passai sotto la porta e in poco tempo, oltrepassato il paese medio ed entrata in quello antico, mi sono trovata di nuovo affacciata sul nulla, in posizione aerea in uno sfolgorio di verde e di sole. Rimasi incantata dal contrasto fra il borgo piuttosto piccolo, raccolto, dalle architetture graziose, quasi un nido, e gli aspri e selvaggi orridi della valle del Treja.

Narce si ergeva ardita proprio di fronte, Narce, la favolosa Narce! Croce e delizia di una generazione di archeologi italiani ed inglesi. In quel periodo frequentavo i corsi di proto-storiaeuropea e, benché non avessi partecipato agli scavi, vivevo l’atmosfera bollente delle dispute e delle gelosie che aveva suscitato quel ritrovamento importantissimo. L’insediamento testimoniava infatti una continuità di vita dal Medio Bronzo (XIV sec. a.C.) al VI secolo a. C.. In seguito gli abitanti si erano spostati anche su Pizzo Piede, Montelisanti e sull’attuale Calcata.

Era la prova dell’autoctonia degli Etruschi e dei Falisci, accettando però l’ipotesi dell’arrivo di piccoli gruppi, mercanti e artigiani, provenienti soprattutto dal mondo egeo-anatolico.

Tornai a Calcata in seguito, quando seppi come il Comitato per Calcata Viva fosse riuscito a far togliere il vincolo di inabitabilità. Capena, nella quale nel frattempo mi ero trasferita aveva gli stessi problemi.

Fu allora che conobbi anche il Circolo vegetariano e Paolo D’Arpini. Il Circolo si trovava sulla destra, prima di passare sotto l’arco, e spesso vi si poteva incontrare Paolo seduto su una scaletta, un pò nascosto dai fiori (o dalle erbacce), contornato da cipolline, broccoletti e melucce piccole ma buone, quasi sempre calmo e olimpico (perché le tempeste lui le nasconde socchiudendo gli occhi), con un berretto alla ‘garibaldina’, sornione guarda chi passa, quando ti riconosce si alza sorridente e ti fa entrare al Circolo. Malgrado l’aspetto egli ha portato avanti molte iniziative per la valorizzazione della valle del Treja: la lotta per impedire una discarica inquinante, la difesa dell’identità locale, con il bioregionalismo, e altre attività per la libertà individuale.

Ricordo ancora con piacere le riunioni che spesso terminavano con un convivio sempre accompagnato da un ottimo vinello e da dolcetti paesani. A quel tempo ero una accanita fumatrice ed ho sofferto perché al Circolo non si poteva fumare, spesso (per rifarmi) andavo in un baretto vicino, simpatico e all’antica, gestito da una famiglia, dove potevo fumare voluttuosamente. Comunque Paolo è un vulcano di idee, con lui puoi anche non essere d’accordo su certe cose, infatti egli accetta volentieri il dibattito ed il confronto. Osservando lo stemma di Calcata, ho cercato di spiegarmi meglio questo nome (ed il suo significato). In effetti la forma è quella di un tallone, tallone di calcare, cioè roccia, ma forse il nome è estensibile anche ad un altro vicino insediamento diruto, in cui vi sono i resti della chiesa di Santa Maria di Calcata.

Nell’antichità era indicato come ‘tallone’ anche la pietra al centro dei circoli sacri, ove erano celebrati i riti ed i sacrifici, certo nella zona son stati ritrovati diversi templi sin ora di epoca ellenistica (IV sec. a.C.) mentre sappiamo che Narce (Fescennium?) risale all’età del bronzo. Chissà se proprio nell’attuale Calcata fosse situata l’antica area sacra? Probabilmente resta solo un’ipotesi, una sensazione, così come Paolo ’sente’ ed immagina gli antichi falisci della valle del Treja nello spirito arguto e smaliziato dei “Riti Fescennini” e le preghiere alla Dea Madre, manifestazione della natura e della vita". 

Gilda Bocconi



P.S. I Riti Fescennini (nati nella mitica città falisca di Fescennium,  nell'attuale Valle del Treja e Calcata) e le preghiere alla Dea Madre rappresentano due anime opposte e complementari del mondo antico italico: l'esuberanza goliardica e liberatoria da un lato, e la devozione spirituale, primordiale e legata alla natura dall'altro.

domenica 10 maggio 2026

Ritrovare se stessi nelle cose semplici. Manuale di sopravvivenza spicciola...


La vera sopravvivenza della nostra specie non è garantita dalle multinazionali che  proseguono nella distruzione del patrimonio genetico delle essenze naturali, portata avanti con l'immissione degli OGM, bensì dalla conoscenza e conservazione dei valori nutritivi delle piante spontanee presenti in natura. La propagazione di questa conoscenza è quel che tentò di fare Linneo, il botanico che amava la natura.

L'analisi sistematica delle specie vegetali presenti nel mondo iniziò nella fredda Svezia nella metà del '700, dove Linneo e la schiera dei suoi discepoli si presero la briga di raccogliere informazioni sulle specie arboree, sistemando un catalogo botanico di tutto ciò che cresce sulla faccia della Terra. Potremmo dire che Linneo avviò la prima "banca del seme" egli era un ricercatore amante della natura e la sua opera era a vantaggio di tutta l'umanità. Oggi, strano a dirsi, l'onere della conservazione delle erbe commestibili ed officinali è passata dai ricercatori erboristici alle multinazionali (fra cui Monsanto e Syngenta, i due colossi del geneticamente modificato), infatti in un luogo freddo come la patria di Linneo, nell'isola di Spitzbergen nel mare di Barents, esse  hanno costruito una mastodontica superbanca di tutte le sementi presenti nel mondo. Una banca scavata nel granito, con speciali aeratori, portelloni e muraglie in cemento armato a prova di bomba.

Forse ci si aspetta la fine del mondo? Oppure semplicemente si cerca attraverso i brevetti di appropriarsi dei diritti d'autore della vita sul pianeta? Non voglio però assumere un atteggiamento catastrofista, poiché di situazioni drammatiche il pianeta Terra ne ha vissute ben altre. Quello che conta è il mantenimento dell'intelligenza e della capacità di sopravvivenza e tale capacità, come abbiamo visto accadere nell'isola di Bikini, sede degli esperimenti nucleari francesi, ha una forza inimmaginabile. Infatti lì dove ci si aspettava la morte si è invece scoperto un ecosistema eccezionalmente vitale e prospero, soprattutto in "assenza" dell'uomo.

L'isola dei "pazzi stranamore" di Spitsbergen sarà come la torre di Babele, ne son certo, in quel fortilizio del "valore aggiunto" resterà solo un accumulo morto di informazioni. La capacità elaborativa della vita si farà beffe dell'arroganza "scientifica" e, malgrado l'apparente cecità, l'uomo non potrà distruggere la vita (di cui egli stesso è emanazione). E questo nonostante la sterile ricerca umana di "gossip", che ha preso il sopravvento sulla capacità di riscoprire giorno per giorno la freschezza della vita, alla fine la capacità di conservazione saprà "affermarsi". Lo vedo in quel che succede negli interstizi dell'asfalto, in mezzo alle immondizie, tra i veleni più pestilenziali di questa società opulenta e un po' tonta... 


Eppure l'uomo è la somma di una complicata rete di complessi, psicosi, nevrosi, istinti, fissazioni e intuizioni. Sapete poi come le scimmie vengono prese in trappola? Si mette nella foresta una gabbietta inchiodata al suolo in cui è ben visibile un grosso frutto, la scimmia l'afferra con la mano ma poi non può più estrarla, se non lasciando il frutto, ma la sua avidità è talmente tanta che preferisce restar lì finché arriva l'ideatore della trappola e afferra la scimmia per la collottola....


Vediamo cosa succede all'uomo!

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

mercoledì 6 maggio 2026

Intervista sull'Ecologia profonda con Eduardo Zarelli... "Il valore intrinseco della Vita umana e non umana sulla Terra"

 


martedì 5 maggio 2026

La riscoperta di Sé, nella natura - "Bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica"...

 


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Per me bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica, rappresentano un modo di sentire e di affrontare la vita, che ci permea a vari gradi e livelli ed in tutti i settori del nostro vivere: i rapporti con gli altri esseri viventi e la natura, i rapporti sociali, quelli familiari, l’atteggiamento sul lavoro, qualsiasi esso sia, con la salute e l’alimentazione, con l’ambiente civile, col luogo che ci ospita, ma prima di tutto con noi stessi; un percorso che prima di tutto, ci porta a conoscere la nostra vera natura, priva di condizionamenti. Solo così potremo tornare, non al primitivismo, ma ad un’integrazione naturale con il mondo di cui facciamo parte.

Il livello di consapevolezza dell’essere umano sta aumentando, i modelli consumistici ed economicistici stanno mostrando il loro fallimento, la gente è sempre più stanca di essere presa in giro e comincia a farsi molte domande e a cercare a volte disordinatamente e troppo facilmente soluzioni a portata di mano ma che non sempre sono vere. Si tratta a volte semplicemente di spostare l’attenzione da un’illusione ad un’altra. L’essere umano ha bisogno di vincere la noia e la solitudine e ritrovare, momento per momento, nella sua vita, un nuovo giochino. 
Secondo me invece bisogna imparare a fare i conti con noia e solitudine, per trovare un giusto equilibrio e riscoprire un amore per noi stessi, come quello dei bambini.
I motivi di riflessione sono tanti, gli spunti dentro e fuori di noi si sprecano. Ogni momento può essere vissuto con un sentire “spirituale” e questo si può e si deve trasferire nel nostro modus vivendi, qualsiasi sia la situazione che stiamo attraversando.
Parlare di  bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica  ha il merito di puntare un faro su questi aspetti del vivere che ad un piccolo cercatore come me può illuminare un percorso accidentato ma entusiasmante e che una volta intrapreso, anche non conoscendo l’arrivo (che forse non esiste), non si può più arrestare. 

Caterina Regazzi


Mio commentino:  "...senza consapevolezza non può esistere il bioregionalismo, che equivale all'Ecologia Profonda, ovvero alla consapevolezza che tutto è Uno"

lunedì 4 maggio 2026

La spiritualità è un fatto personale...

“Quando sono venuta in questo mondo le uniche cose che sapevo erano amare, ridere e far splendere la mia luce. Poi, crescendo, mi hanno detto di smettere di ridere. "Prendi la vita sul serio" dicevano, "se vuoi farti strada." Così smisi di ridere. La gente mi diceva: "Stai attenta a chi ami, se non vuoi che il tuo cuore venga spezzato." Così smisi di amare. Mi dicevano: "Non far splendere la tua luce perché attiri troppo l'attenzione." Così smisi di splendere e diventai piccola e appassii e morii solo per apprendere, appena morta, che tutto ciò che conta nella vita è amare, ridere e far splendere la nostra luce.” (A. Moorjani)


Non nego il valore dell' ”io sono”, poiché è l’aspetto che consente al mondo di assumere una parvenza di realtà… è il potere della Coscienza, la Matrice Divina che crea il mondo.

Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato – esterno o interno – non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperienziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo “io”.

Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente, che può dividersi in varie forme, mai può scindersi quell’io radice da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno. Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio Sé.

“Spiritualità senza etichette” è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti.

C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse. Il percorso  cambia con le necessità del momento e con le  pulsioni individuali.

E’ la sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare.

I flussi passano la sorgente è perenne. Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India ed uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso.

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Post scriptum: “Lo scopo dello scritto è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono."





Commento di Caterina Regazzi: “Tu scrivi: Lo scopo dello scritto  è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo “Spiritualità Laica” , meno male che lo scopo è questo! Tutte queste parole secondo me sono semplicemente inutili e dici che vuoi chiarire qualcosa a qualcuno! Questi scritti mi fanno arrabbiare. Lo spirito è lo spirito, che bisogno c'è di cercare di spiegarlo, di descriverlo? Se uno lo percepisce eccolo, altrimenti non saranno certo delle parole che glielo faranno individuare!”

Mia rispostina: “Sì, è vero, ma ogni discorso "spirituale" è rivolto alla mente che ha bisogno di parole e di concetti. Poi ognuno scopre in se stesso ciò che è aldilà delle parole e dei concetti. Come? questo è un grande mistero...“ (P.D'A.)


domenica 3 maggio 2026

Taoismo come Spiritualità Laica...


Chi vede cosa?


La Spiritualità Laica è la prima forma di riconoscimento spirituale nell’uomo, che affonda le sue radici nello psichismo naturalistico, nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza prima dell’avvento di ogni religione.

Naturalmente è  possibile individuare  in alcune pseudo  religioni del passato questa “spiritualità naturale” priva di dogmi, di libri sacri e di preghiere.

Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore”  ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel taoismo; Brahman o Assoluto Non-duale nell’Advaita Vedanta;  Sunya o Vuoto nel buddismo.

In precedenza mi sono occupato sovente dell’Advaita e del Buddismo, sento ora giunto il momento di parlare un po' più estensivamente del Taoismo,  talvolta descritto come  la “dottrina degli umili o dei semplici”, ed in tal senso il termine “laico” abbinato a tale sentire mi sembra estremamente consono. Infatti il significato originario di laico è proprio “semplice, umile,  fuori da ogni contesto ordinativo  sociale e religioso”.

Il padre riconosciuto di questa “filosofia di vita”  fu Lao Tse.  Cominciamo con il dire che nel pensiero di Lao Tse troviamo quella condanna dell’orgoglio e del raggiungimento, fondamentale in ogni spiritualità laica.  Sullo stesso filone si pone anche  il pensiero di Nisargadatta Maharaj,  saggio laico advaita…. ma anche nel proto-cristianesimo si può avvertire  un simile intendere, ad esempio nelle parole riferite a Gesù: “Tutto ciò che è eccelso fra gli uomini è abominazione dinanzi a Dio”.  

L’orgoglio, questa follia di grandezza ascritta all’individuo,  è semplicemente un’illusione dell’uomo… poiché di fronte al Tao ogni grandezza umana è da considerarsi nient’altro che vana. E qui si comprende anche  la causa sottile della  differenza ideologica tra  Confucianesimo e Taoismo,  ma di questo argomento magari parleremo in una prossima occasione. 

Nei detti di  Lao Tse spesso e spesso ritroviamo la disapprovazione dell’orgoglio e del criterio di raggiungimento personale e ciò in virtù della legge di concatenazione dei contrari, l’alternanza dello Yang e dello Yin che è la manifestazione cinetica del Tao. Infatti allorché la forza Yang, attiva, trova il suo culmine automaticamente è sospinta verso il suo contrario Yin, passivo.  

La punizione per l’orgoglio è quindi in Lao Tse una sorta di legge naturale. “Un gran vento -egli dice- non può durare più dello spazio di un mattino. Una bufera cessa col giorno. L’armata gloriosa non vincerà in eterno. L’albero elevato sarà abbattuto”  Egli spiega nel Tao Te King  come l’orgoglio stesso sia il presagio della caduta: “Colui che si alza sulla punta dei piedi non sta ritto.  Colui che marcia a passi gloriosi non farà un lungo cammino. Colui che si esibisce non brilla.  Colui che si esalta è senza onore. Colui che si prevale del suo talento è senza merito.  Colui che fa pompa dei suoi successi non vi si mantiene.  Questi sono per il Tao eccessi di nutrimento  e umori superflui.  Tutto ciò che è sotto il Cielo ne prende nausea. E l’uomo del Tao non rivolge loro nemmeno uno sguardo!”

Questa legge fondamentale non impedisce però a Lao Tse di mantenere un atteggiamento equanime e corretto  nei confronti delle cosiddette “vie del mondo”.  “La via del Cielo –egli dice- toglie all’eccedente per compensare il mancante ma la via degli uomini meschini toglie all’indigente per aumentare il ricco” . La via del Cielo, dirà successivamente Lie Tseu (un altro taoista), è la via dell’umiltà e la via degli uomini meschini è quella dell’arroganza.  Simile concetto viene espresso  nel Libro dei Proverbi, annunciando la caduta di Babilonia: “L’arroganza precede la rovina e l’orgoglio precede la caduta”.

Ma la disistima  per l’orgoglio e la considerazione per l’umiltà  non esauriscono la “dottrina” taoista.  Lao Tse considera il Tao una sorta di Madre che genera, nutre e protegge tutti gli esseri dell’universo.  In verità  è difficile affermare se il Tao “è”  o “non è”. Nella metafisica del Tao la kenosi originaria è priva di ogni sostanziale processo,  forma  o sostanza. Ne consegue che agli occhi del nostro pensiero determinista  la “pienezza” del Tao appare simile al “vuoto”.  Il Tao è visto come un abisso senza fondo e ciò non dimeno esso dà origine a tutte le cose, un vortice caotico da cui sorge ogni armonia.

Quindi se il vero Tao  al nostro percepire determinista  appare  come un nulla, che per noi  corrisponde alla corsa verso il vuoto del sé,  esso  segna il ritorno beato  nella  matrice silenziosa, che attira  e proietta  l’esperienza del pensiero  empirico  e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene.  Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non  valutazione taoista per un Dio personale. 

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

giovedì 30 aprile 2026

Il Bioregionalismo secondo Paolo Portoghesi...

 



La  parola "Bioregionalismo"  è un neologismo che  contraddistingue, più ancora che un progetto istituzionale, un modo di pensare e studiare che muove dall'esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra, un rapporto che implica rispetto, ammirazione, timore e che inibisce ogni forma di rapina e di spreco.

Questo rapporto si conquista a partire dalla volontà di capire il luogo in cui viviamo, in cui la nostra esistenza ha luogo, e si sviluppa quando, a partire da un luogo, si cerca di identificare un'area che presenta caratteri di relativa omogeneità sia rispetto alla realtà fisica del territorio, sia rispetto alle comunità umane che la abitano e a tutte le altre forme di vita che la caratterizzano.

Una bioregione non è un recinto di cui si definiscono stabilmente i confini ma una sorta di campo magnetico distinguibile dai campi vicini solo per la intensità decrescente delle caratteristiche che formano la sua identità.
Questa natura flessibile e problematica spiega perché un programma così ambizioso e coinvolgente non abbia ancora al suo attivo esperienze istituzionali esemplari. Di fatto più che un programma politico il bioregionalismo tenta di introdurre nella società moderna un modo di pensare e di "appartenere" che potrebbe gradualmente rivelarsi rivoluzionario, potrebbe cioé (sulla base di riflessioni che riguardano il benessere e l' utilità pratica evidente di certe decisioni) produrre una reazione a catena capace di ridimensionare il potere incontrastato della tecnica e dell'economia globalizzatrice che oggi ha il primato rispetto a qualunque altra esigenza umana. 

Che senso può avere - è lecito domandarsi - un modello di azione bioregionale in un mondo in cui sempre più la popolazione si accumula nelle grandi conurbazioni, dove lo stesso concetto di luogo entra in crisi rispetto ai rituali di una società che nega il valore della memoria? In un certo senso il bioregionalismo è una fede e come tutte le fedi non si misura con l'immediatezza ma con il flusso del tempo e alimenta la sua speranza di successo facendo assegnamento su processi in atto di lunga durata, non meno concreti di quelli che derivano dal primato dell'economia. 

Tra questi da una parte il processo di degrado dell'ambiente che impone ed imporrà all'umanità svolte decisive, dall'altra i sintomi dell'affermazione di un nuovo paradigma scientifico aperto a riconoscere (attraverso la visione olistica e l'approccio sistemico) la complessità delle scienze della natura, liberate dal fascino di una razionalità chiusa e dal mito di un adempimento finale, e che la conoscenza dovrebbe raggiungere per riconoscersi signora dell'universo. Si sono aperte -come scrive Prigogine- al dialogo con la natura che non può più essere dominata con un colpo d'occhio teorico, ma solo esplorata; al dialogo con un mondo aperto al quale noi stessi apparteniamo, alla costruzione del quale partecipiamo.

Il modo di pensare bioecologico d'altronde non nega il significato e il valore delle città ma ne contesta il mito dell'autosufficienza e della insularità, vedendo in esse il frutto di un mutevole delicato rapporto con la sua "regione" e il resto del mondo. Vivere in sintonia con la propria città diventa allora conoscere l'insieme di relazioni che ne definiscono il ruolo, spesso parassitario, rispetto al territorio, impegnandosi in un riequilibrio necessario per la sua sopravvivenza. 

Il bioregionalismo è allo stesso tempo molto semplice e molto complicato. Molto semplice, perché le sue componenti sono presenti e manifeste intorno a noi, proprio dove viviamo... Molto complicato perché è in contraddizione con i punti di vista convenzionali dei nostri giorni. Per cui è fin troppo facile considerarlo limitato, provinciale, nostalgico, utopistico o semplicemente irrilevante. Ci vorrà un po' di tempo prima che la gente capisca che il familiarizzarsi con il luogo non è nostalgico né utopistico ma piuttosto un modo 'realistico', ed alla portata di tutti, per creare possibilità pratiche ed immediate, capaci di rovesciare la tendenza al disastro ed all'incoscienza. 

Paolo Portoghesi

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Il prof. Paolo Portoghesi a Calcata


Intervento tenuto al Convegno  "Bioregionalismo ed Economia Sostenibile", organizzato dal Circolo Vegetariano VV.TT. a Calcata (Vt)  il 10 maggio 2003 e pubblicato nel libro "Riciclaggio della Memoria" a cura di Paolo D'Arpini.
 

Info: bioregionalismo.treia@gmail.com