martedì 16 giugno 2026

Spiritualità laica e vita nel mondo...

 


“Sia che continuiate a vivere in famiglia o che vi rinunciate e andiate a vivere in una foresta, la vostra mente vi perseguiterà. L’ego è la fonte dei pensieri. Esso crea il corpo e il mondo e vi fa pensare di essere un grihastha (mondano). Se rinuncerete al mondo non farete altro che sostituire il pensiero di sannyasi (rinunciante) a quello di grihastha e l’ambiente di foresta all’ambiente della famiglia. Gli ostacoli mentali però resteranno lì, anzi, in un nuovo ambiente persino aumenteranno. Non serve a nulla cambiare ambiente. L’ostacolo è nella mente, che deve essere “compresa” sia a casa che nella foresta. Se potete farlo in una foresta, perché non nella società? Allora perché cambiare ambiente? Potete impegnarvi nella ricerca anche adesso, in qualunque ambiente vi troviate.” (Ramana Maharshi)

Ritengo che per noi spiritualisti laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo…
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L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.
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Il momento che, nell’autoconoscenza, l’identità fittizia con l’agente scompare quel che resta è la pura consapevolezza del Sé. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potrebbe esserlo un sogno rispetto al sognatore. A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato. In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di sé.
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Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi coinvolti… Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio. Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.
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Ed inoltre anche il concetto di “destino” e di azione ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.  
La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità.

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Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno. Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.
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Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente. E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale . Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.
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E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




lunedì 15 giugno 2026

Manifesto per la realizzazione di una comunità ideale bioregionale...

 


Un sovvertimento di valori è necessario per la comprensione di ciò che realmente è utile  per sviluppare intelligenza e  qualità della vita in una comunità ideale.

Occorre andare oltre il “salto della quaglia” ed avventurarsi sulle cime impervie, imitando il volo dell’aquila che dall’alto osserva il territorio e lo fa proprio. L’aquila tutto scorge mentre la quaglia vola basso, anzi bassissimo, e vede solo la sua piccola porzione di terra.

Allo stesso tempo, da un punto di vista dell’ecologia profonda bioregionale, possiamo dire che entrambe le visioni sono necessarie, non si può trascurare né l’una né l’altra. Ma se trascurassimo la visione dell’aquila sarebbe come se credessimo di conoscere il mondo stando dentro al pozzo, come fece quella piccola rana nella storia zen...

Tradotto in termini pratici questo significa che non si può essere maturi nella coscienza ecologica e sociale solo se ci si occupa del nostro campiello, della capretta nell’ovile, del pollo nell’aia, del ruscello che scorre dietro casa e delle piantine che crescono nel vaso sul terrazzo… o delle mille noie di mercato, del condominio, di precedenze strutturali, di beghe gerarchiche, etc.

Del lontano e del vicino va tenuto conto per una integrazione nel nostro abitare in un determinato luogo, pur restando coscienti della comune appartenenza alla vita, in ogni luogo.

Dobbiamo essere consapevoli dell’inscindibilità della vita, partendo dal contesto familiare  in cui viviamo, osservando le cose con l’occhio dell’ecologia profonda, nell'habitat, nella società e nell’ambito istituzionale ed amministrativo.

Insomma abbiamo bisogno della spiritualità e della ragione, della cultura e delle sue variegate espressioni di pensiero ma anche di sensazioni, percezioni, intuizioni, sentimenti.

Altrimenti la nostra società sarà solo una sterile macchinetta funzionale e burocratica, la nostra battaglia sarà solo una continua ricerca di aggiustamenti esteriori con nuove leggi e leggine. Come possiamo far parte di un contesto “umano” e socialmente integro se non consideriamo anche –forse in questo momento storico direi “soprattutto”- le necessità del mantenimento delle dignità umane, della riscoperta dei valori morali e spirituali?

Ci vuole uno scossone intellettuale ed amorevole nella nostra attitudine, occorre avviare un bio-ragionamento al nostro interno. Dovremmo  essere attivi nel contesto sociale in cui viviamo ed ottemperare al dovere di manifestare il “bioregionalismo”, “l’ecologia profonda” e la “spiritualità laica”  nella nostra comunità.  

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana



sabato 13 giugno 2026

Non-dualismo nel Taoismo, nell’I Ching, nel Vedanta e nel pensiero occidentale classico...

 


giovedì 11 giugno 2026

Il tempo del "Farsi incontro"...



Ci stiamo avvicinando senza ritegno al momento del massimo fulgore della luce: il solstizio d'estate. Questo momento   rappresenta l'incontro tra Cielo e Terra. Tra maschile e femminile. Anzi... l'attuazione di questo incontro è propriamente allorché il femminile, subito dopo l'evento solstiziale, si fa incontro al maschile, per soddisfare le esigenze di una continuità. 

Infatti l'esagramma  dell'I Ching  collegato, dal 21 giugno al 21 luglio, è proprio quello del "Farsi Incontro".  

Sotto vi è il trigramma Sun e sopra il trigramma Kien.

Kou significa “Il Farsi Incontro”, riceve il suo significato dalla linea oscura che sale dal basso. Nella serie è detto: “Con la risolutezza ci si imbatte certamente in qualche cosa, per questo viene il segno “il farsi incontro” che vuol dire “imbattersi”. Si allude ad un momento in cui il principio oscuro (femminile) inaspettatamente e segretamente si infiltra dal basso.

Commento alla decisione, in chiave matriarcale.  Quando cielo e terra s'incontrano, tutte le creature acquistano solide forme. Quando il solido incontra il mezzo ed il giusto, ogni cosa sotto il cielo progredisce con splendore. Grande invero è il senso del farsi incontro.

Nota. In Cina il matrimonio è un’istituzione che deve durare. Quando invece una ragazza spontaneamente si avvicina all'uomo  vuol dire che la sua indole non è modesta. Ma ciò che si deve evitare in una società  patriarcale ha invece un significato nello svolgimento degli eventi naturali… (nel senso che, se la donna non avvicina l’uomo, nulla ne sorge…).

L’Immagine.
Sotto il cielo vi è il vento. L’immagine del farsi incontro. Così fa il principe quando emana i suoi ordini e li proclama ai quattro venti.

Commento sulla sesta linea. Qui si considera l’arrivo della prima linea (femminile) che sale dal basso come fosse un melone, che viene riposto a maturare tra le foglie di salice. Perciò non ha luogo alcun intervento violento e si lascia che il frutto, che ci è dato in custodia,  pervenga alla sua naturale completezza (insomma si aspetta che spontaneamente il femminile si conceda). Ed ecco che matura da sé. Il frutto ci tocca in sorte, non è una cosa fatta ad arte, bensì un decreto del destino al quale ci si attiene…. (chiaro?).


Risultati immagini per Il farsi incontro

Il momento.
Raggiunto il summit, il momento massimo della luce, la lunghezza dei giorni riprende lentamente  a calare. Questo è il tempo in  cui il femminile avvicina il maschile. La stagione del Cancro in Occidente.  Un mio amico mi disse “il Cancro è sempre pregno, è come una donna perennemente gravida”. Dice il commento all’esagramma "Il Farsi Incontro" nel Libro dei Mutamenti “Quando cielo e terra si vengono incontro tutto il  mondo giunge  a prosperità. Quando principe ed aiutante si vengono incontro il mondo giunge all’ordine. Un venirsi incontro vicendevole dei principi destinati l’uno all’altro, e l’uno all’altro dipendenti, è necessario ma deve essere scevro da pensieri indegni, altrimenti è dannoso”.  E nella 5^ linea: “Un melone coperto da foglie di salice… ed ecco che gli cade in sorte dal cielo”.
Con la luna.
Questi son giorni di foglia ascendente,  è molto favorevole il trapianto e la semina di radici commestibili, l’insalata trapiantata in luna calante si incappuccia bene,  al contrario non è favorevole la semina di piante che debbono crescere in altezza né la potatura di alberi da frutto.
Cura del mese.
Rossore della pelle. L’olio di iperico è un ottimo rimedio.  A proposito ricordarsi di raccogliere i fiori d’iperico il giorno del solstizio, che solitamente cade il 21 od il 22  giugno, ultimo giorno utile è  il 23 giugno  (Vigilia di S. Giovanni).  L’olio d’iperico preparato mettendo a macerare i fiori in olio d’oliva sotto il sole per alcuni giorni è ottimo per curare sia i mali dell’estate che quelli dell’inverno, rinforza la pelle ed anche le ossa.
Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Paolo e Caterina mangiano il melone maturo

“La relazione è qualcosa di concluso di finito. L'amore non è mai una relazione, piuttosto è un continuo relazionarsi, è un fiume che fluisce senza fine” (Osho)





mercoledì 10 giugno 2026

La coscienza è la capacità della vita di conoscere se stessa... - Life is Consciousness...

 


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La vita nasce dall’inorganico ma se non fosse già presente nella materia in forma germinale come potrebbe sorgere e trasformarsi in intelligenza e coscienza?
Da ciò se ne deduce che la coscienza e l’intelligenza sono come una “fragranza” della materia e quindi non vi è reale separazione.
La differenza è solo nella fase… La vita è un'espressione manifestativa della materia e la coscienza è la capacità della vita di conoscere se stessa. Partendo da questa considerazione osserviamo che la spinta evolutiva di questa intelligenza/vita si evolve attraverso stati diversi di consapevolezza.
Nelle forme pensiero esistono gradi descrittivi della maturità assunta da questa intelligenza. Tralasciamo per il momento gli aspetti più vicini all’animalità, all’istinto, e prendiamo in considerazione solo gli aspetti “sottili” del pensiero umano. Osserviamo che sia in occidente che in oriente vengono descritti gli aspetti separativi e unificativi del processo mentale che conosce l'interno e l'esterno (solve et coagula).
In Grecia come in India si è parlato di pensiero duale e pensiero non-duale. Nel pensiero duale viene inserita ogni forma cristallizzata separativa, come il teismo e l’ateismo. Queste due categorie infatti sono viste come sfaccettature della stessa conformazione separativa.
Il teista è colui che crede in un dio separato da sé, lo immagina in veste di essere superiore e dotato di immensi poteri e vede se stesso come creatura alla sua mercé.
L’ateo crede di non credere, ovvero nega ogni sostanza all’ipotetico dio basando il suo credo sul relativismo materialista. Ovviamente entrambe queste "fedi" si basano sulla piccolezza e separatezza dell’io ed abbisognano di uno sforzo continuo e costante per affermare o negare, un tentativo frustrante che comunque non prende in considerazione l’agente primo, l’io, se non in forma passiva e marginale. Questo modo di pensare duale è lo stesso sia per il religioso che per l’ateo materialista che crede in causa-effetto o nella fortuità del caso. E’ un percorso puramente speculativo, basato comunque sul credere.
La fase evoluta dell’auto-conoscenza, definita non-duale, è quella in cui si inizia a tener conto del soggetto reale, ovvero la coscienza attraverso la quale ogni percezione e sentimento sono possibili, si riconosce nella consapevolezza la matrice della propria esistenza.
L’esperienza empirica viene portata alle sue estreme conseguenze con il riconoscimento della costante presenza dell’io nel processo implicato. Viene superato così il modello del credere in verità precostituite accettando la realtà intrinseca dello sperimentatore che esperimenta, in quanto entità inscindibile.
L'uomo di conoscenza, il saggio che conosce se stesso in quanto pura consapevolezza, non ha assolutamente bisogno di credere in alcunché, la sua realizzazione è totale e definitiva, la sua presenza non è limitata ad un nome forma, egli si conosce come il tutto dal quale ognuno di noi proviene e risiede.
In questo stato né sente il bisogno né ha mezzi per esprimere la sua esperienza, giacché il linguaggio umano è molto distante dall’esperienza diretta del Sé.
Il saggio non vede differenza alcuna fra sé e l'altro, egli sa che la base vitale è la stessa per ognuno (materia-spirito in continua trasformazione), egli “conosce” che la coscienza e l’esistenza sono inseparabili nell’assoluta unità (uno senza due) e resta in silenzio.
Infatti anche queste parole, descrittive del suo stato, non possono significare la sua esperienza.
Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

English text:

Life arises from the inorganic, but if it were not already present in matter in a germinal form, how could it arise and transform into intelligence and consciousness?
From this we can deduce that consciousness and intelligence are like a "fragrance" of matter and therefore there is no real separation.

The difference lies only in the phase... Life is a manifest expression of matter, and consciousness is life's ability to know itself. Starting from this consideration, we observe that the evolutionary drive of this intelligence/life evolves through different states of awareness.

In thought forms, there are descriptive degrees of the maturity reached by this intelligence. Let us leave aside for the moment the aspects closest to animality, to instinct, and consider only the "subtle" aspects of human thought. We note that both the West and the East describe the separative and unifying aspects of the mental process that knows the internal and external (solve et coagula).

In Greece as in India, there was talk of dual thought and non-dual thought. Dualistic thinking encompasses every crystallized form of separatism, such as theism and atheism. These two categories are, in fact, seen as facets of the same separative conformation.

The theist is someone who believes in a god separate from himself, imagining him as a superior being endowed with immense powers, and seeing himself as a creature at his mercy.

The atheist believes he doesn't believe; that is, he denies any substance to the hypothetical god, basing his belief on materialist relativism. Obviously, both of these "faiths" are based on the smallness and separateness of the self and require a continuous and constant effort to affirm or deny, a frustrating attempt that, in any case, fails to take into consideration the primary agent, the self, except in a passive and marginal form. This dualistic way of thinking is the same for both the religious and the materialist atheist, who believes in cause and effect or the fortuitousness of chance. It is a purely speculative path, nevertheless based on belief.

The advanced stage of self-knowledge, defined as non-dual, is when one begins to take into account the real subject, that is, the consciousness through which all perception and feeling are possible, and recognizes awareness as the matrix of one's existence.
Empirical experience is taken to its extreme consequences with the recognition of the constant presence of the self in the process involved. Thus, the model of believing in pre-established truths is transcended by accepting the intrinsic reality of the experiencer who experiences, as an inseparable entity.

The man of knowledge, the sage who knows himself as pure awareness, has absolutely no need to believe in anything; his realization is total and definitive, his presence is not limited to a name or form; he knows himself as the whole from which each of us comes and resides.

In this state, he neither feels the need nor has the means to express his experience, since human language is very distant from the direct experience of the Self. The sage sees no difference between himself and the other; he knows that the vital basis is the same for everyone (matter-spirit in constant transformation), he "knows" that consciousness and existence are inseparable in absolute unity (one without two), and he remains silent.

In fact, even these words, descriptive of his state, cannot convey his experience.

Paolo D'Arpini - Committee for Lay Spirituality


lunedì 8 giugno 2026

Dialogo a distanza fra Etain Addey e Paolo D’Arpini...

 


“Orfani della foresta…”
Paolo D’Arpini ha vissuto per  molti anni nelle grotte di tufo della Tuscia è stato quindi forse  la persona giusta per farci camminare nella Macchia Grande di Manziana come meditazione preparatoria al forum sull’ecologia profonda e spiritualità laica da lui organizzato, il 18 e 19 aprile 2008,  fra Calcata e Manziana.
Mantus era il dio del Mondo Sotterraneo degli etruschi e pare che il toponimo di Manziana, paese a nord di Roma,  derivi dal suo nome, anche perché è in quella foresta che si trova la caldara fumante che è l’entrata nel Mondo di Sotto. La Macchia Grande è unica in Europa, da secoli miracolosamente risparmiata dal taglio lasciando così intatta una parte della foresta d’alto fusto che, agli albori del neolitico, copriva l’intera penisola italica. E quando mai può succedere di poter camminare  in pianura dentro un bosco europeo, con alberi decidui alti centinaia di metri, con tronchi  impossibili da misurare con  le braccia? Si entra nel bosco ed improvvisamente si perdono tutti gli strati superficiali della propria personalità,  ogni velo dietro al quale noi moderni ci nascondiamo. La sensazione fortissima è quella di trovarsi a casa, nell’habitat originario,  nell’ambiente che appare solo nei nostri sogni…
L’uomo di medicina Rom, Patrick Jasper Lee,  afferma che l’inconscio degli europei è impregnato di questo ambiente boschivo, che è lo stesso delle nostre favole, dove fra le querce ed i frassini,  i carpini ed i lecci,  appaiono il lupo e l’orso, il cervo e la lepre, il cinghiale, la volpe ed anche l’orco, la strega, le fate, la capanna solitaria, il castello incantato… Questo scenario interiore rispecchia un nostro mondo esteriore, così come fu vissuto dopo l’arrivo dall’Africa per millenni dai primi gruppi umani che popolarono l’Europa cinquantamila e forse più anni fa. Quello fu il nostro mondo selvatico che ci nutrì, ci riparò e ci insegnò come vivere.
Mi ha sconvolto vagare sotto quella volta verde altissima, affondando i piedi nel tappeto fitto di ciclamini in fiore. Sarebbe stato facile perdersi se non vi fosse stato con noi  chi conosce bene quel bosco,  ma la tentazione di lasciarsi andare alla propria solitaria via è stata  forte… Non avrei mai immaginato che un bosco potesse commuovermi come è successo in quello di Manziana, era come se l’inconscio riconoscesse  immediatamente la sua matrice, la sua origine, e per la prima volta ho sentito come noi tutti siamo “orfani” di questo specifico habitat, come dolorosamente esso ci manchi nella vita quotidiana e come ci sentiamo subito riaccolti il momento in cui lo ritroviamo. Ho dimenticato il numero di ettari ricoperti dalla foresta di Manziana, forse l’ho dimenticato apposta poiché mi fa male sapere i suoi reali limiti, nella mia mente essa è senza dimensione.. Ecco dove sono le nostre radici spirituali.
Che si usi la definizione di cattedrale riferita ad un bosco è una metafora tristemente impropria, casomai è vero  il contrario! Questa considerazione inoltre ci suggerisce qualcosa circa il significato di “spiritualità”, ossia quella “dimensione” che ci fa vivere fisicamente il mondo selvatico.. rinverdendo così la nostra interiorità. Forse è  ignorando questo,   che  quando  gli inglesi giunsero in Australia non capirono la spiritualità degli aborigeni. Scrisse il capitano Hunter nel gennaio del 1788: “Non siamo riusciti a scoprire  quale potesse essere l’oggetto della loro adorazione, né il sole, la luna o le stelle sembrano interessarli più degli altri (!) animali che abitano questo vasto paese”. Certo fu impossibile per un europeo cristiano dell’ottocento penetrare e comprendere lo sguardo di chi vedeva il sacro in ogni essere ed in ogni paesaggio.
Tornando al convegno  in programma, quando nel pomeriggio giunse  l’ora dell’incontro, tenutosi poi nella sede dell’Università Agraria di Manziana,  il gruppo dei viandanti fu lacerato dalla necessità di uscire dal bosco, difatti alcuni partecipanti rinunciarono all’appuntamento  e  continuarono a disperdersi nella foresta, specialmente chi aveva con sé dei bambini, giustamente essi sentivano che era meglio vivere la vita che parlarne!
Infine,  con l’incertezza di lasciare il vero per il finto, un nutrito gruppo di persone,  fra cui io stessa, Maria Castronovo, Luisa Moglia, Peter Boom ed altri abitanti della Tuscia ci siam ritrovati a dialogare sulle nostre origini, da dove veniamo e cosa facciamo per sentirci “a casa”. E cosa vuol dire “essere del posto”?  Significa solo esserci nati?   Peter aveva iniziato a parlare di pan-sessualità ma non siamo riusciti a tornare sull’interessante argomento giacché pian piano è venuto fuori che ognuno dei presenti era un “forestiero” ovvero non nato nel posto, tutti condividevano l‘esperienza di essere immigrati  dal mondo urbano, ri-abitando cittadine e paesi e campagne della Tuscia, spesso non sentendosi accolti o capiti dagli abitanti originari. Questo tentativo di ritrovare una patria nei luoghi scelti per vivere era il sentimento comune dei partecipanti. Si percepiva dolore nei racconti di chi desiderava abbracciare e farsi abbracciare da chi lì viveva, sentendosi però frustrato in questo, trovandosi di fronte ad un lunghissimo “esame” o apprendistato per riuscire a diventare “nativo” ed accettato dagli altri.
Marco, che abita da anni a Blera,  ha suggerito una soluzione raccontando la sua esperienza di lunga vita in campagna, facendosi accettare dal luogo stesso,  ma forse questo  gli è stato possibile perché il suo lavoro è rivolto alla terra… Il fatto è che non è più nostra consuetudine cercare l’accordo con il luogo, considerandolo primario alla vita,  solitamente riteniamo che sia la comunità a doverci accettare.  Ma in verità il contenitore vero della nostra vita fisica e psichica è proprio il luogo, l’ambiente naturale, che ci ripara e nutre ed istruisce, se siamo pazienti e capaci di ascolto. Questa percezione alla quale  siamo giunti forse era stata resa possibile proprio da quella camminata nel bosco, forse lì ci era stato trasmesso che esiste  uno “spirito” presente nel luogo al quale rivolgerci per compagnia,  cibo, insegnamento. Personalmente  non amo la parola spiritualità né il termine laico, ritengo infatti che certe sensazioni vadano vissute e non spiegate, ma se esiste una “spiritualità laica” per riconoscerla basta guardarsi attorno e ricordarsi di far parte di una rete di relazioni, di umani e non umani, che comprende sempre il luogo in cui si manifesta.
Etain Addey



“Eccoci qui ed ora….”
Etain Addey, che abita in un vallone solitario dell’Umbria,  possiede il raro dono di saper trasmettere le immagini. Questa è una funzione sciamanica, la capacità di emettere forme pensiero rendendole visibili nella mente altrui. Questa è anche la capacità del poeta, dell’artista o di chiunque “rinunci” alla descrizione  logico analitica attingendo direttamente all’inconscio. Ed è perfettamente vero che lo Spirito non può essere descritto ma solo sperimentato e qui mi fermo alle sue ultime evocazioni, da cui “appare” che il luogo non è diverso dal sé attraverso il quale viene sperimentato, od almeno così mi sembra. Permanendo in quello stato “naturale” in cui ogni differenza fra veggente e visto scompare. Ed a questo punto che senso ha continuare a tentare di descrivere l’indefinibile (a causa della limitazione della mente)? Quel che “è” è pura e semplice coscienza, né persona né luogo, né uno né due … e nemmeno zero!
Lasciamo quindi da parte la metafisica onirica e parliamo veramente del “luogo” -della bioregione Tuscia in cui ci troviamo. La “nostra” terra viene oggi inquinata e svilita in vari modi, con le onde elettromagnetiche della condotta di Radio Vaticana, con le discariche avvelenate nelle cave dell’Agro Falisco, con le ciminiere puzzolenti di Montalto di Castro e Civitavecchia, con i pesticidi usati nelle monoculture, con la mega antenna che Raiway  istalla a Blera, con gli espropri di orti biologici per costruire inutili capannoni espositivi. A ciò si aggiunge il rischio di aeroporto per voli low cost a Viterbo  e la edificazione di inceneritori per rifiuti. Poi ci sono i vari scarichi fognari non o mal depurati di parecchi comuni, pozzi artesiani non controllati e soprattutto il continuo pompaggio di acque profonde operato da vari enti e dalle industrie di acque minerali, che contribuiscono ad impoverire  le falde sotterranee e consentono all’inquinamento di scendere sempre più... giù, sempre più giù!
Se vogliamo che il fascino  della vita in questa terra di Tuscia abbia un senso e sia possibile anche per le generazioni future è giunto ora il tempo di scelte improcrastinabili, legate alla nostra alimentazione ed abitudini, al tipo di beni di consumo utilizzati, al nostro approccio generale nei confronti della vita. Il riconoscimento del valore del nostro habitat, in quanto fonte di vita,  è semplicemente necessario poiché noi non siamo separati da esso, non siamo alieni su questa terra che cos’ brutalmente e stupidamente  distruggiamo, tutto ciò che vien fatto di male ad essa lo facciamo a noi stessi. E non basta dirlo che “dobbiamo diminuire il consumo e limitare la sudditanza energetica”. Economia non sono chiacchiere o speculazioni, economia significa “dare un nome  all’ambiente” e ciò che ha un nome  ha pure una funzione ed è vivo, anzi è l’unica risorsa vitale.
E qui debbo per forza inserire un’altra -per me- importante considerazione sul rapporto ecologico con l’habitat ed i suoi abitanti tutti.
Comincerò dagli “animali da compagnia”. Occorrono 750 scatolette di cibo per cani o gatti per avere l’equivalente in peso di una persona di media taglia (ossa escluse). Quindi dopo aver dato 750 scatolette ai  nostri “pets” è come se avessimo ucciso una persona dandola  loro in pasto. Sembra crudele ed esagerata una simile comparazione, il fatto è che dal punto di vista della vita non fa differenza fra un vitello od un uomo. In verità i cani ed i gatti nella nostra società non sono più “animali” sono semplici appendici dell’umano. Sono il nostro tentativo maldestro di giustificarci con noi stessi e con la natura. Quanti cani e gatti potrebbero sopravvivere naturalmente se non fossero da noi nutriti a scatolette? E perché li nutriamo?  Per quest’ultima domanda la risposta è semplice: abbiamo bisogno della loro complicità per sentirci “normali” (a posto con il conto) ed amici della vita. Tramite essi (i cani ed i gatti e gli altri pets) tentiamo di lenire il nostro malessere e la nostra alienazione. Ma torniamo alla domanda che non ha avuto ancora risposta….. i gatti in grado di sopravvivere sarebbero tanti quanti i gatti selvatici ed i cani sarebbero tanti quanti i lupi…. In Italia son ben pochi, forse qualche centinaio e non di più. Al contrario i cani ed i gatti domestici sono svariati milioni, molti milioni di esemplari che confermano il nostro malsano “vizio”.
Noi abbiamo il “vizio” del dominio sulla natura, un dominio che soprattutto si manifesta con l’agricoltura industriale  in ragione di soddisfare le esigenze dell’allevamento industriale. Divoriamo e distruggiamo la terra con l’allevamento e l’industria agricola. Gran parte dei quali frutti finisce nei cassonetti e nei mangimi per erbivori, un’altra va ai nostri “amici da compagnia” ed il restante serve a gonfiare l’uomo all’inverosimile, ammalandolo e rendendolo simile agli orchi delle favole…
Nessuna meraviglia che fra di noi stia scomparendo il senso dell’appartenenza comune alla vita, l’egoismo e la stupidità imperano sovrani,  vanno di pari passo con l’aumento dei consumi della carne e delle sofisticherie. In inglese le chiamano “delicatessen” ma è solo un eufemismo per non dire “cimitero” alimentare,  magari ben organizzato tanto quanto uno “splendido” campo di sterminio nazista.  Ma la differenza fra carnefici e vittime e sempre più labile, è sempre più confusa….
Naturalezza, magia, etica? Chiamiamo le cose con il loro nome… 
Paolo D'Arpini



domenica 7 giugno 2026

Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà...





Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà... etc. sono  diversi  approcci della stessa visione biocentrica, basata sulla comune appartenenza all'evento vita sulla Terra.   La visione biocentrica, o biopolitica,  implica una conduzione ordinata e rigorosamente etica ed ecologicamente sostenibile della società,  nella consapevolezza delle interconnessioni che esistono tra tutte le forme viventi e non viventi  del pianeta.
  
Questa concezione naturalistica è andata avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso, momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è  stato un repentino mutamento d’indirizzo e l'assunzione  di modelli utilitaristici ad esclusivo vantaggio di una elite umana. Coincide con l’inizio dell’era industriale, dell’economia di mercato e del consumismo,  della crescita dei grossi insediamenti urbani  e conseguente  allontanamento dal contesto naturale. In una società così degradata  la sopravvivenza  di una  struttura sociale  solidaristica è andata pian piano scomparendo. Ma forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio.

La soluzione alla crisi umanitaria  che la nostra società sta vivendo  sta nella così detta "decrescita" ovvero nel superamento dei modelli consumistici e dello schema sociale piramidale per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello.  In questo contesto ritengo che il primo passaggio per un cambiamento di paradigma  debba iniziare  dalla produzione del nostro cibo. 

L’agricoltura nel corso degli ultimi 50 anni  è stata offesa, bistrattata e mortificata. Oggi iniziamo a renderci conto che per ritrovare una via di salvezza per l’umanità occorre ripartire proprio da un rapporto più sano e corretto con la Terra, attraverso, in particolare, colture il più possibile biologiche, la distribuzione dei prodotti a Km 0 con il rapporto diretto tra produttore e consumatore, evitando il ricorso ai pesticidi chimici, agli ogm, promuovendo i gruppi di acquisto solidali e, soprattutto, rispettando il lavoro contro ogni forma di sfruttamento.  

Tutto questo può avvenire solo nel quadro di un nuovo modello  economico, umano e culturale, vedi, in particolare, la cosiddetta “decrescita felice”... 

Paolo D'Arpini  - Rete Bioregionale Italiana