martedì 29 settembre 2020

A search on lay spirituality... - Una ricerca sulla spiritualità laica


In my experience, the relationship with a teacher does not have the purpose of transmitting any doctrine or spiritual teaching but rather to perceive the "touch" or "perfume" of its realization. His words are just a subterfuge to convey his "grace" (there is no other word more pertinent and appropriate to describe this "passage") ... spending time in his "presence" ...

Once again I asked myself about the implementation of a  lay spirituality and how it can affect our daily life, especially in consideration of the fact that today our life in the world must correspond to the needs of efficiency and participation, as in society they are more accepted forms of "absence" that are specifically directed to the spiritual quest.

This above all in the awareness that lay spirituality cannot be inserted in any "religious" vein ... There are communities and aggregations for Christians, Mohammedans, Buddhists .. in short, for those "engaged" in religions, and that's it! All in all I believe that for us lay people life "in the world" is more congenial, also because our research never goes beyond the self .. and the self is present everywhere and at all times ...

The individual I (ego) arises from the reflection of consciousness in the mirror of the mind. An identification superimposition with the observed object. The object is the body-mind that reacts in relation (to contact) with other external objects. The moment that, in self-knowledge, the fictitious identity with the agent vanishes, what remains is pure awareness. It is therefore not necessary, for the purpose of realization, that the images - the world and the observer - disappear, it is sufficient for the false identity with the object / reflected subject (ego) to disappear. This means that the world can safely continue to manifest itself not being perceived as a separate reality, much as we might consider a dream to the dreamer.

At this point the Self and its manifestation are seen as the exact same thing while the sense of the separative self (of me and the other) is obliterated.

Ultimately dualism is only self-ignorance. The sage observes the actions unfolding without there being any propensity or intention or judgment in him. Spontaneously everything happens conveniently and consequently to the designated "destiny". Destiny is the response to the natural interaction (and predisposition) of the various psychic elements and aspects involved ...

Since everything happens automatically there is no "preference" in the behavior of the wise.

Indeed, his own action is (apparently) intentional only in the eyes of "others", since for the wise everything happens by itself. Every event experienced simply happens in his presence and he is the silent and detached witness. Its action (or state) can be compared to sleepwalking, or to awake sleep.

And also the concept of "destiny" or deliberate action has a meaning only in the mind of the observer who is still identified with the outside, that is, of an ego that identifies with the agent and his actions. But the moment - as already said - that this identification is destroyed, every other connected concept disappears.

Wisdom consists in remaining immune from delusion after understanding the truth. The fear of action and its consequences (karma) remains only in those who see the slightest difference between themselves and the other. As long as there is the idea that the body / mind is the ego, one cannot be an expression of truth. But it is certainly possible for anyone, and in any condition, to know their true nature since it is absolutely true and real, it is the unicum for everyone.

In fact, the state of pure Being is common to all and is the direct experience of each one. Living one's true nature this is meant by self-realization, as the self is present here and now.

The thought of feeling separate is the only obstacle to the realization of the all-pervading and omnipresent Being. And also from the empirical point of view, identifying with the agent (ego) is an impediment to the proper functioning of the psychosomatic apparatus, in the context of global functioning. Therefore, intellectual acceptance of the truth is already a liberating form from the intentional (rational) propensity to act. What is bound to happen will happen.

It is in everyone's experience that struggling with the question is a handicap in finding the answer.

Paolo D’Arpini - spiritolaico@gmail.com









Testo Italiano:

Secondo la mia esperienza il rapporto con un maestro non ha lo scopo della trasmissione di qualsivoglia dottrina o insegnamento spirituale bensì di percepire il “tocco” o “profumo” della sua realizzazione. Le sue parole sono solo un sotterfugio per trasmettere la sua “grazia” (non c’è altra parola più pertinente ed appropriata per descrivere questo "passaggio")… trascorrendo il tempo nella sua “presenza”…  

Ancora una volta mi sono interrogato sull’attuazione di una spiritualità laica e di come essa possa influire sulla nostra vita quotidiana, soprattutto in considerazione che oggigiorno la nostra vita nel mondo deve corrispondere ad esigenze  di efficienza e di partecipazione, in quanto nella società non sono più accettate forme di “assenza” che siano specificatamente dirette alla ricerca spirituale.

Questo soprattutto nella consapevolezza che la spiritualità laicità non può essere inserita in alcun filone “religioso”… Esistono comunità ed aggregazioni per cristiani, maomettani, buddisti.. insomma per gli “impegnati” nelle religioni, e basta!Tutto sommato ritengo che per noi laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo…

L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.Il momento che, nell’autoconoscenza l’identità fittizia con l’agente svanisce quel che resta è la pura consapevolezza. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potremmo considerare un sogno rispetto al sognatore.

A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato.

In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di Sé.Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi ed aspetti psichici coinvolti…

Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio.

Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, o  al sonno da sveglio.

Ed inoltre anche il concetto di “destino” o di azione deliberata ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.

La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità. Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno.

Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.

Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente.  E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale. Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.


E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.

Paolo D’Arpini



mercoledì 23 settembre 2020

The "sweet death" from the standpoint of lay spirituality - La "dolce morte" nell'ottica della spiritualità laica

 


Recently, perhaps as a result of uncertainty about life due to the increase in ills and ailments, which causes discouragement and the desire to end it, the Holy See has returned to the discourse of euthanasia. In a document published in the Congregation for the Doctrine of the Faith, the Vatican reaffirms its condemnation of euthanasia, defining it "a murderous act that no one can legitimize".

During the "Samaritanus bonus" press conference, held on 22 September 2020, on the care of people in the critical and terminal phases of life, the Vatican's concepts and opinions on the practice of assisted suicide were reiterated: "Euthanasia does not represent an act of compassion ". (http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/09/22/0477/01073.html)

The whole discourse on the voluntary acceptance of death can be said to begin with Socrates and his decision to submit to intoxication, or rather not to flee the sentence imposed on him by the Athenians for poisoning with hemlock. In his day some of the close disciples advised him not to accept the sentence and to save his skin by running away from Athens but the undeterred philosopher suggested: "Sooner or later death comes anyway, now if I ran away for the love of life I would deny the value of democracy and of the freely expressed popular verdict, moreover not knowing what awaits me in the “post mortem”, the innate curiosity of the researcher in me pushes me not to shy away from this experience, which comes spontaneously. If after death there is nothing left I will be able to enjoy a well deserved rest if instead there is still consciousness and existence then I will finally be able to correspond with noble and elevated spirits and have an interesting sharing on the meaning of Being. In both cases, why worry? " With these serene words, Socrates drank the deadly brew and died of it, describing in detail his physical and psychic experiences at each moment of the death process.

From an ethical  and lay point of view, euthanasia has its own moral dignity, not only in Western culture but also in the East, where honorable "suicide" is accepted, see the case of self-gutting (harakiri) in Japan, or ascent on the pyre of the ascetics still alive in India (and in this regard I remember the story of the guru taken by Alexander the Great in the Gangetic plain and who sacrificed himself on the burning fire shortly before Alexander's death).

Even in China and in Indian American culture, "sacrificial death" is accepted as a normal fact, even in Mesoamerican history it is said that the creation of the world took place precisely following the "sacrifice" of two important gods (one ugly and one beautiful) who they threw themselves into the primordial fire and from this gave birth to life on earth.

At the same time, always from time immemorial, the emphasis has been placed on the seriousness of suicide as an act of karmic regression, for example in the Christian tradition a terrible hellish circle is inflicted on suicides and even in India and Tibet numerous reincarnations are reserved for suicides expiative (such as the blind or seriously ill). But in this case we are talking about acts of suicide in which we want to escape from our karmic duty, we do not have the courage to face the tests that life sends us and therefore these tests must be brought back to the soul. In short, there is always the doubt that self-induced death is a kind of escape or carelessness towards life, as in the case of death caused by excesses and vices, in this sense even therapeutic persecution - which keeps the patient alive. "All costs" - could be seen as an expiative karmic form.

While, from the point of view of the Hippocratic Oath, the so-called "donation" of organs is nothing more than a legalized murder, in fact many anesthetists refuse to certify the "brain death" of injured people (especially young people) who are then harvested healthy organs, since such removals can only occur on "a living organism" - the victim's heart is still beating - while the examination of thought waves signaling brain activity indicates a flat line. This does not mean, however, that this "brain death" is real death, in fact the same condition manifests itself, for example, in a state of deep absorption, like the yogi's samadhi, but we already know that from samadhi one can safely go out and resume functions vital ... From which we deduce that "materially" the donation of organs occurs by "killing" the donor.

These hypocrisies and medical falsehoods are then "balanced" from a moralistic point of view in the maintenance of an irremediably sick body that is artificially kept "alive" like so many striking cases described in the news.

Leaving aside the "morality", however, the question of legality and human right remains open, in Italy as in the rest of the world the legislator decides (in theory) on a rational basis and therefore the legislation is still open even if confused.

Paolo D'Arpini









Testo Italiano:

Recentemente, forse in seguito alla incertezza sulla vita  dovuta all'incremento di mali e malanni,  che è causa di scoramento e di desiderio di farla finita, la Santa Sede è tornata sul discorso dell'eutanasia.  In un documento pubblicato sulla Congregazione della Dottrina della Fede, il Vaticano ribadisce la condanna nei confronti  dell'eutanasia definendola "un atto omicida che nessuno può legittimare". 

Durante la conferenza Stampa  "Samaritanus bonus",  tenuta il 22 settembre 2020, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita,   sono stati ribaditi i concetti e le opinioni del Vaticano sulla pratica del suicidio assistito: "L'eutanasia non rappresenta un atto di compassione".
 (http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/09/22/0477/01073.html)   

Tutto il discorso sulla accettazione volontaria della morte si può dire che inizi con Socrate e con la sua decisione di sottomettersi  all’intossicazione, ovvero di non fuggire alla condanna inflittagli dagli ateniesi per avvelenamento con la cicuta.   Ai suoi tempi alcuni dei discepoli stretti gli consigliarono di non accettare la sentenza e di salvare la pelle scappando da Atene ma il filosofo imperterrito suggerì: “Prima o poi la morte arriva comunque, ora se io fuggissi per amore della vita negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare liberamente espresso, inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel  “post mortem”  la curiosità innata del ricercatore che è in me  mi spinge a non scantonare da questa esperienza,  che  viene spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla  potrò godermi un meritato riposo se invece vi è ancora coscienza ed esistenza allora potrò    finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed avere una interessante condivisione sul significa dell’Essere. In entrambi i casi perché preoccuparsi?” Con queste parole serene Socrate bevette l’infuso mortale e se ne  morì descrivendo dettagliatamente le sue esperienze  fisiche e psichiche in ogni momento del processo di dipartita.

 Dal punto di vista etico e laico, l’eutanasia   ha una sua  dignità morale, non solo nella cultura occidentale ma anche in oriente, ove è accettato il “suicidio” onorevole, vedi il caso  dell’auto sbudellamento (harakiri) in Giappone, o l’ascesa sulla pira degli asceti ancor vivi in India (ed a questo proposito ricordo la storia del guru prelevato da Alessandro Magno  nella piana gangetica e che si  immolò sul fuoco ardente poco prima della morte di Alessandro stesso).  

Anche in Cina e nella cultura indioamericana la “morte sacrificale” viene accettata come un fatto normale, addirittura nella storia mesoamericana si narra che la creazione del mondo avvenne proprio in seguito al “sacrificio” di due importanti Dei (uno brutto ed uno bello) che si gettarono nel fuoco primordiale e da ciò fecero nascere la vita sulla terra.
 
Allo stesso tempo, sempre da epoche immemorabili, viene posto l’accento sulla gravità del suicidio come atto di regressione karmica, ad esempio nella tradizione cristiana ai suicidi è comminato un girone infernale pessimo e persino in India ed in Tibet ai suicidi vengono riservate numerose reincarnazioni espiative (come ciechi o malati gravi).  Ma in questo caso si parla di atti di suicidio in cui si vuole fuggire dal proprio dovere karmico, non si ha il coraggio cioè  di affrontare le prove che la vita ci manda e quindi queste prove devono essere riportate davanti all’anima. Insomma c’è sempre il dubbio che  la morte auto- indotta sia una specie di fuga o noncuranza  verso la vita, come nel caso di morte causata da eccessi e vizi,  in tal senso persino la persecuzione terapeutica -che tiene in vita il malato a “tutti i costi”-  potrebbe esser vista come una forma karmica espiativa.

Mentre, dal punto di vista del giuramento di Ippocrate,  la cosiddetta “donazione” degli organi non è altro che un omicidio legalizzato, infatti molti anestesisti si rifiutano di certificare la “morte cerebrale” di infortunati (soprattutto giovani) ai quali vengono poi espiantati degli organi sani, poiché  tali asportazioni possono avvenire solo su “un organismo  vivo”  -il cuore della vittima  ancora batte-  mentre l’esame delle onde pensiero segnalanti l’attività cerebrale  indica  una linea piatta. Il che non significa però che tale “morte cerebrale” sia reale decesso, infatti la stessa condizione si manifesta ad esempio in uno stato di assorbimento profondo, come il samadhi dello yogi, ma già sappiamo che dal samadhi si può tranquillamente uscire e riprendere le funzioni vitali… Dal che se ne deduce che “materialmente” la donazione degli organi avviene “uccidendo” il donatore.

Queste ipocrisie e falsità mediche sono poi  “pareggiate” dal punto di vista moralistico nel mantenimento in vita di un corpo malato irrimediabilmente che viene mantenuto artificialmente “vivo” come tanti casi eclatanti descritti dalla cronaca.

Lasciando  da parte la “morale” resta comunque aperto il discorso della legalità e del diritto umano,  in Italia come nel resto del mondo  il legislatore decide (in teoria) su base  razionale e quindi la normativa  è ancora aperta sia pur confusa.

Paolo D'Arpini

sabato 19 settembre 2020

"Travel companions. The lay spiritual search begins and ends in the Self" by Paolo D'Arpini. Review by Lorenzo Merlo - "Compagni di viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel Sé" di Paolo D'Arpini. Recensione di Lorenzo Merlo

Immagine  rivisitata da Daniela Spurio


Some considerations generated by reading the new book by Paolo D’Arpini, "Travel Companions. The lay spiritual search begins and ends in the Self"


"Although the most evident content of this book are the stories of Paul's encounters with various saints and sages, direct, physical, but sometimes only indirect encounters, the characters described and remembered had for Paul, and indirectly will have on the reader, the aim to help him discover his own Self ». [From the Afterword by Caterina Regazzi.]
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It is in these few words the center of a book and of a Master. Title that certainly does not please him. As Paul does not renounce to specify, a teacher is none other than us. We recognize and then elect our teacher by means of a subtle but precise feeling. No teacher who professes himself such is, that is, he is more like a barker. Not only that, calling, thinking, believing that you are a master is a positivist ambition that feeds the dual world. Many do not wait for the title to be able to boast it, to be able to consider themselves and be considered superior to those without it. But that arrogance, apparently due and considered harmless, in a spiritual context, energetically speaking, is a kind of oxymoron. Not being aware of it is a flaw for oneself and for any innocent disciples. If anything, it is we who elect someone to be a teacher. To say, that is my teacher, it is always re-calling the emotion, it is always walking on that bridge of energy on which something important for us had passed. However, in electing someone, there is a residual risk of a certain value, that of losing energy. To settle on the teacher's word is to interrupt one's personal research. Fatigue, dedication, getting lost, finding oneself not only cannot be delegated, but are the heart of those on the way. The experience is not transferable. Those who do not have sufficient motivation will remain permanently at dinner with the clichés of spirituality, without knowing how to recreate it.
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Not surprisingly, no saccenza or distance, between Paolo D'Arpini and the reader, transpires from the pages of Compagni di viaggio, in which you can read the evolutionary arc of a person who, in a certain sense, at the registry office and only there, it's Paolo D'Arpini.
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"Did you see that face in the photo in the window ... who is that, is it me?"
I could say yes and even no ... It is me for the conventions of the world, it is not me because the I cannot be fixed to a momentary and changing image ". (http://saul-arpino.blogspot.com/)
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Getting naked isn't for everyone. Even those who boast of having overcome vanity and pride have their corners which they skilfully conceal from others and, often, from themselves, to protect their image.
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"Very skeptical, almost hostile, towards all that paraspiritual interest that arose in Europe after 1968. And I had done it in '68, and also in '69, '70 and all the years to follow, in short, I had lived in the vortex, I was an intellectual, an enlightened one, who was going to do it among the gurus? " .
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By telling about his experiences, his thoughts and the excesses of youth not so virtuous, he creates in us an emotional short circuit that makes us live brother. Intimacy becomes a moment of beauty that we cannot, nor do we want to escape from. The book is also this. Besides then, also the return to balance. On the other hand, there is no lack of anecdotes from that Italian spiritual epic and beyond. That period that began in correspondence with the youth and workers' movements of the late 1960s. And, together with the anecdotes, here appear the formal sides, the faces, the ways of characters, known and less known, who gave the material to those meetings, domestic and international. Men like us, who have simply become aware that the dual dimension, in which thought is always on a ring eternally ready to take and give them, is not intellectually and rationally surmountable. 
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Therefore a collection of teachings at times identical but of different origins, coming from known and unknown characters Stories and minute legends that have sparked great awareness. Yes, because access to reality, always identical to ourselves, from the door of new awareness is always full of meaning, of the meaning of life. Travel companions is therefore a story of life, of evolution, which anyone can retrace through their own paths, which they can recreate through their own nature. In it are scattered many answers that all researchers ask themselves.
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«[…] I experienced the 'awakening of the Kundalini' in the presence of my Guru, sometimes I thought I was going crazy or that there was LSD in the food».
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In addition to our dedication, an aesthetic, emotional fact is needed to provoke an awareness - and everyone has his and her moment - so that the awareness of being all expressions of the One, as for every leaf of a plant, allows to access a different reality, a different oneself, other relationships. No longer overwhelmed by the ego but capable of compassion, gratitude, love. A reality no longer composed of separate parts, but recognizable as a whole, becomes evident, as much as the presumptuous attempt of modern science which believes it can separate it into independent parts. Adhering, identifying oneself to a point of view, means supporting the dual dimension of reality. A fact that is far from harmless, given that that identification constitutes the embers from which personal and historical fires will start again. The seeds of pain and discomfort reside right there. Believing that you have to defend your opinion is a kind of metaphysical litmus test that informs us about our state of emancipation from ourselves. The points of view are always to be defended with nails, they always imply fideism and ideological dogmas, the parents of conflicts. The Self is one for all, though hidden and silenced under layers of customs mistaken for truth. Aware of this unity, we become capable of learning not only from the Masters who belonged to Paul, but also from anyone and from every tradition. Both the I Ching, astrology, Jung, how the water behaves, what the fire or the greengrocer does under the house.
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"If the mystic ignores the secrets of the world, I wonder who the innkeeper learned them from."
Hafez, 1315-1390
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Elective teachings Paul calls them, those that emerge or occur without the need for an intellectual cue. If anything, the bridge is emotional. Therefore, an energetic fact would seem. A transit of spirit, from whoever has it, to whoever is ready to receive it. A kind of natural or, again, energetic maieutics. In practice we are witnessing an illuminating awakening that contains new awareness, therefore new realities. “New”, in italics because they had always been in us. But none of this, of this magic, is accomplished without our need as long as it is expressed in non-doing. There are many hidden and dark corners in which self-referential, secret selfish pettiness dwell. Light, to discover them and see their meaning, can come to us as a gift from anyone. Listening rather than affirmation broadens the donor population considerably.
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"It means accepting both glory and infamy, both success and failure, both recognition and offense".
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In the Self there is no uncertainty of truth. The One is recomposed in the Self, that ancestral dimension in which opposites come together and are explained. In the Self men live the secret of the Trinity, as Christians call it. They know they are individuals, they know they have freed themselves from the tearing constraints of duality. Lightly, they realize love and gratitude, without anyone pointing it out, they recognize the One wherever they look. In the Self there is not even need to bring arguments to support meditation as a source of balance, healing and health. Through it we realign ourselves to the energy flow that vices and selfishness had interrupted, producing ailments and diseases at various stages. It is no coincidence that if we were to look for the opposite of meditation, we would encounter thought-forms. Real entities that devour our spirit by feeding on the uninterrupted cycle of thoughts, essentially all destined for projects governed by superstitions, which will end up in the impasse of illusion. The difficulties were not lacking in Paolo and he tells us about them, as they will not be lacking in anyone who sets out on the path. There is only the path, with its adventures. No peak will save us from swinging. Movement is life and oscillation is the only human permanence. Life requires it so that it can experience through us and can also be strengthened. In fact, the pages also contain the egoic, dual thuds that Paul did not want to give up on narrating, as they support a research that was going in the opposite direction.
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"But before reaching this" self-awareness "I will have to go a long way back in time, to tell clips and clips of my dream, of my identification with the imaginary" I "that I thought I was for a long time.
[...]
Yeah, I imagined that there were gurus on every street corner ready to fool people with their litanies. “Don't worry, I'm a layman, I'll unmask them all”.
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The book is therefore also a comfort for those still disoriented or rather only attracted by something they have perceived, by a glimpsed territory in which they feel they cannot move by themselves. In which they warn nebulously that all the tools made available by culture do not work except to end up in the dark every time it is believed to have found the mystery. Without autonomy, that is, without an inner guide, they always find themselves looking for a signal that shows them in which direction to proceed. In that limbic territory tormented by the abysses of dogmas, where what we were told creaks, and what we have felt is still not clear at all, we have all known it. It is a common experience, for this reason certain pages of Paul take us away a little from our foggy solitude. In that area of ​​research, however, it happens that some circumstances come to shed light through metaphors, allegories, similes. After all, the alchemical formula, both above and below, is a synthesis of the whole that from time to time, in front of each new awareness, returns to show its value.
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« "The spiritual teaching of Ramana Maharshi ". In it there was no talk of religions or even of God. There was talk of cinema and how I had transformed myself from a mere spectator into one of the characters projected in the film ».
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The fury, so welcome in the positivist camp, is not welcome in that territory with uncertain borders in which we are advancing. Instead, openness, unpretentiousness and careful humility are useful. This is how the risk of meeting one's Master rises.
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«For the Shaktipat [The transmission of divine Grace. Ed.] One must be ripe for divine grace. To receive the Master's Favor first of all a student must release his own grace on the Master.
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"Shaktipat? This is obviously only one way to define the awakening of spiritual energy that spontaneously occurs upon contact with a realized being. In other traditions this "awakening" has been defined in different ways: Holy Spirit, Satori, etc. In short, it is something that happens when the soul is ripe to detach itself from the separative illusion ".
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To what end do we aim? At a certain point it becomes clear to all people of Catholic culture that Heaven has nothing to do with it. At least as they have always told us about it, nothing more than a stale substitute for its symbolic esoteric meaning. Nothing, apart from permanently walking the path of knowledge; apart from liberation from the known, it is the aim we strive for.
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“Mukta, the living freedman. This "condition" (if it can be called that) is the goal of all spiritual knowledge ».
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The spirit, the spiritual. How to take the concept? How to recognize it? How to be sure of him? We transfer everything into the physical world and take what we call an idea. We all know what we are talking about. We don't ask ourselves questions about it. In our speeches we employ the concept of idea without risking improperness. It is the spirit of an action. Not only that, an idea that does not move us, does not lead to any creation, to any realization. It doesn't excite us and we remain still, so, let's move on to something else. Likewise, the spirit underlies matter and its forms. These are the physical expression of a spiritual idea. Without the spirit we are inanimate, creativity abandons us. They say that reading an essay requires a lot of concentration, that appreciating poetry is a matter of the heart and starting a novel is the medicine for the need for adventure. 
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What spiritual predisposition to read the book of Paul? Traveling companions does not need to be understood as he tells us about Self-realization. Wanting, in its form of demand, slows down the approach, constitutes an obstacle on the path of every researcher. Free from the positivistic desire to understand, one can continue to read it while remaining vibrissae, waiting for the vibration suitable for us. But at that point, as soon as we understand a meaning hitherto latent and elusive, the step is not completed. Intellectual understanding, which by culture makes us believe exhausts knowledge, is nothing compared to knowledge. Like the earth's crust compared to what lies beneath it. The passage is realized when our words and actions will recreate that meaning which, reading Paul, for the first time emerged from the depth that is in us.
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Speaking of his encounters, Paolo intersperses episodes of his personal experience on the path of freedom from the known. The latter, which is also the title of a book by Krishnamurti and, to return to the question of words, simultaneously means freedom from the self.
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Once he recognizes the I, the known, Maya, the Platonic Cave, he will describe in his own way, without thinking: what did the instructor tell me to do in these cases? Not seeing this question arise spontaneously in us, pronounced with a certain degree of bewilderment, is the sign of being on the path of the Self. A trace that we tend to recognize in the jungle of the shapes and mermaids of the world by looking inside and that we tend to get lost looking outside us. Re-creating is necessary to express in doing what we could only repeat with understanding. But that is not all. To be content with repeating means to follow clichés and dogmas. That is, exactly what traveling companions warns us about in several ways and on several occasions.
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"Philosophies are schematic cages and the yearning for self-knowledge does not need any concept or ideology. Indeed, I would say that the aim of secular spirituality is to free man from such ideologies. "
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Having taken the step that allows us - as happened to Truman when the bowsprit of his boat pierced the horizon drawn by the scenography in which he lived and which until that moment he had mistaken for reality and truth - to recognize the dual logic and its implicit suffering as well as fatuity, we will be able to observe how ideologies (not only those written down by thinkers) had always captured our attention and consumed our energy. We will be able to observe how a new creative flow is now available to us.
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But then what do Father-Son-Holy Spirit have to do with it? In the book, for those who read it carefully, it says what the Trinity is. In a way it's a scoop. No one has ever succeeded. But only in a certain sense, because by giving dignity to what we immediately fail to pigeonhole in our order, in which we believe we can compress the infinite, it becomes easy to recognize that One, I, Self, the center of gravity triangle of Paul's speech , finds the correspondence in God-Christ-Self Awareness. Different cultures have produced different languages. But the human need to fight towards infinity finds the same culmination in the traditions of the earth. With a clarification. The vulgate of Christianity has nothing to do with the esoteric interpretation of Christianity itself. And it is to the latter that these notes and comparisons refer. Here, however, it is appropriate to mention the other worry of Paul, evidently aware of the frequent misunderstanding in which people who are preparing to search for the self struggle: to point out that spirituality and religion are NOT synonymous and may even have no relationship . The Christianity of the bigots foresees a God who emerges from the clouds with his head in a triangle. That entity sees everything and knows everything. Otherwise Paul points out that whoever strips himself of the trappings that culture has made him believe to be real, comes to see that God is in nature, in things, in us. The spirit, or life, expresses itself through the cosmos. It is neither above nor outside of it. But even that is nothing when compared to what we can be once emancipated from what we thought we were. And what can we be apart from what we believe we are? Everything, because we already are. Because it was the ego that made us believe we were only him. The more me, the less creativity.
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"Ramana used to say: "Be what you are.". This is an invitation to accept oneself completely, both in terms of one's most intimate and true nature, the Self, and in terms of who we are in form as an expression of that Self. This is the basis of spiritual awakening. In fact, accepting ourselves does not mean giving up our own growth, on the contrary it means that we accept to grow starting from what we are ».
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"Everyone will be able to look inside and outside himself, with greater clarity and love".
[From the Afterword by Caterina Regazzi]
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So, the words. Paolo writes to them with simplicity, even lightly. It is always up to us to recreate the meaning useful for our purpose. And it certainly doesn't need to happen right away. Nor does it happen when we want it.
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P.S.
Paolo D’Arpini has been a certain and concrete spiritual reference for some Italians for several years. His various blogs, his daily newsletter, his ecological initiatives, his research on Secular Spirituality (way of being), Deep Ecology (way of conceiving nature / the divine) and Bioregionalism (way of conceiving sociality ) - three physical and metaphysical reflections originating from the same awareness - are an expression of this. However, what secular spirituality is made of, what it corresponds to and what it alludes to, even more than in the short essay of the final pages, in which Paul outlines his three warhorses, it can be seen, read, perceived in the lines of everything his book. Travel companions, although more dedicated to secular spirituality, necessarily also deals with Nature and Society.
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[Unless otherwise specified, all quoted passages were taken from Travel Companions.]

Travel friends (Compagni di Viaggio)
By Paolo D’Arpini
OM Editions
For orders: info@omedizioni.it - ​​https://www.omedizioni.it/

Paolo D’Arpini has been spreading the Giornaletto di Saul (http://saul-arpino.blogspot.com/) daily for years and keeps several blogs updated: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/
http://www.circolovegetarianocalcata.it/
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To subscribe to the Journal of Saul write to: saul.arpino@gmail.com
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Lorenzo Merlo




Testo Italiano

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Qualche considerazione generata dalla lettura del nuovo libro di Paolo D’Arpini, "Compagni di Viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel Sé"

«Nonostante il contenuto più evidente di questo libro siano i racconti degli incontri di Paolo con vari santi e saggi, incontri diretti, fisici, ma a volte solo indiretti, i personaggi descritti e ricordati hanno avuto per Paolo, e indirettamente avranno sul lettore, lo scopo di aiutarlo a scoprire il proprio Sé». [Dalla Postfazione di Caterina Regazzi.]

È in queste poche parole il centro di un libro e di un Maestro. Titolo che certamente non gli aggrada. Come non rinuncia a precisare Paolo, un maestro non è altro da noi. Noi riconosciamo e poi eleggiamo il nostro maestro a mezzo di un sentimento sottile ma preciso. Nessun maestro che si professa tale lo è, ovvero, è più simile a un imbonitore. Non solo, chiamare, pensare, credere di essere un maestro è un’ambizione positivista che alimenta il mondo duale. Molti non attendono che il titolo per poterlo vantare, per poter ritenersi ed essere ritenuti superiori a chi ne è sprovvisto. Ma quell’arroganza, apparentemente dovuta e considerata innocua, in contesto spirituale, energeticamente parlando è una specie di ossimoro. Non averne coscienza è una falla per sé e per eventuali innocenti discepoli. Semmai siamo noi che eleggiamo qualcuno a maestro. Dire,quello è il mio maestro, è sempre ri-chiamare l’emozione, è sempre camminare su quel ponte di energia sul quale era transitato qualcosa di importante per noi. Tuttavia nell’eleggere qualcuno, c’è un rischio residuo e di un certo valore.Quello di perdere di energia. Adagiarsi sulla parola del maestro è interrompere la propria personale ricerca. La fatica, la dedizione, il perdersi, il ritrovarsi non solo non sono delegabili, ma sono il cuore di chi è sulla via. L’esperienza non è trasmissibile. Chi non ha sufficiente motivazione rimarrà permanentemente a cena con i luoghi comuni della spiritualità, senza saperla ricreare.

Non a caso, alcuna saccenza o distanza, tra Paolo D’Arpini e il lettore, traspare dalle pagine di Compagni di viaggio, in cui vi si legge l’arco evolutivo di una persona che, in un certo senso, all’anagrafe e solo lì, è Paolo D’Arpini.

«Avete visto quella faccia della foto in vetrina… chi è quello, sono forse io?
Potrei dire di sì ed anche di no… Sono io per le convenzioni del mondo, non sono io perché l’io non può essere fissato ad un’immagine momentanea e mutevole». (http://saul-arpino.blogspot.com/)

Mettersi a nudo non è per tutti. Anche chi vanta di aver superato vanità e orgoglio ha i suoi angoli che con maestria cela al prossimo e, spesso, a se stesso, per proteggere la propria immagine.

«Molto scettico, quasi ostile, verso tutto quell’interesse paraspirituale che era sorto in Europa dopo il ’68. E io il ’68 l’avevo fatto, e anche il ’69, il ’70 e tutti gli anni a seguire, insomma avevo vissuto nel vortice, ero un intellettuale, un illuminato, che ci andavo a fare in mezzo ai guru?».

Raccontando le sue esperienze, il suo pensiero e gli eccessi di gioventù non così virtuosi, crea in noi un corto circuito emozionale che ce lo fa vivere fratello. L’intimità diviene un momento di bellezza al quale non possiamo, né vogliamo sfuggire. Il libro è anche questo. Oltre poi, anche il ritorno all’equilibrio. Non mancano, invece, gli aneddoti di quell’epopea spirituale italiana e non solo. Quel periodo avviatosi in corrispondenza dei movimenti giovanili e operai del finire degli anni ’60 del secolo scorso. E, insieme agli aneddoti, ecco comparire i lati formali, i volti, i modi di personaggi, noti e meno noti, che davano la materia a quegli incontri, domestici e internazionali. Uomini come noi, semplicemente divenuti consapevoli che la dimensione duale, nella quale il pensiero è sempre su un ring eternamente pronto a prenderle e a darle, non è intellettualmente e razionalmente superabile. Dunque una raccolta di insegnamenti a volte identici ma di estrazione diversa, provenienti da personaggi noti e sconosciuti Storie e leggende minute che hanno scatenato grandi consapevolezze. Sì, perché l’accesso alla realtà, sempre identica a noi stessi, dalla porta della nuova consapevolezza è sempre piena di significato, di senso della vita. Compagni di viaggio è dunque una storia di vita, di evoluzione, che chiunque può ripercorrere attraverso i propri sentieri, che può ricreare tramite la propria natura. In esso sono sparse molte risposte che tutti i ricercatori si pongono.

«[…] sperimentai il “risveglio della Kundalini” alla presenza del mio Guru, a volte credevo di impazzire o che ci fosse Lsd nel cibo».

Oltre alla nostra dedizione, serve un fatto estetico, emozionale per provocare una presa di coscienza – e ognuno ha la sua e il suo momento – affinché la consapevolezza d’essere tutti espressioni dell’Uno, come per ogni foglia di una pianta, ci permetta di accedere a una realtà differente, ad un se stessi diverso, a relazioni altre. Non più prevaricate dall’io ma capaci di compassione, gratitudine, amore. Una realtà non più composta da parti separate, ma riconoscibile come un intero, diviene evidente, altrettanto quanto il presuntuoso tentativo della scienza moderna che crede di poterla separare in parti indipendenti. Aderire, identificarsi a un punto di vista, significa sostenere la dimensione duale della realtà. Un fatto tutt’altro che innocuo, visto che quell’identificazione costituisce la brace dalla quale ripartiranno gli incendi personali e storici. I semi del dolore e del malessere hanno residenza proprio lì.  Ritenere di dover difendere la propria opinione è una specie di cartina di tornasole metafisica che ci informa sul nostro stato di emancipazione da noi stessi. I punti di vista sono sempre da difendere con le unghie, sempre implicano fideismo e dogmi ideologici, i genitori dei conflitti. Il Sé è uno per tutti, sebbene nascosto e zittito sotto strati di consuetudini scambiate per verità. Consapevoli di questa unità, diveniamo capaci di imparare oltre che dai Maestri che sono stati di Paolo, da chiunque e da ogni tradizione. Sia l’I Ching, l’astrologia, Jung, come si comporta l’acqua, cosa fa il fuoco o l’ortolano sotto casa.

«Se il mistico ignora i segreti del mondo mi chiedo l’oste da chi li ha imparati».
Hafez, 1315-1390

Insegnamenti elettivi li chiama Paolo, quelli che emergono o avvengono senza la necessità di uno spunto intellettuale. Semmai il ponte è emozionale. Dunque, un fatto energetico si direbbe. Un transito di spirito, da chi ne dispone, a colui che è pronto a riceverlo. Una specie di maieutica naturale o, ancora, energetica. In pratica si assiste ad un risveglio illuminante che contiene nuove consapevolezze, perciò nuove realtà. “Nuove”, in corsivo perché sempre erano state in noi. Ma nulla di tutto ciò, di questa magia, si compie senza la nostra esigenza purché espressa nel non-fare. Molti sono gli angoli reconditi e bui in cui albergano autoreferenziali, segrete meschinità egoi-che. La luce, per scoprirle e vederne il significato, può giungerci in dono da chiunque. Essere in ascolto invece che in affermazione, amplia considerevolmente la popolazione dei donatori.

«Significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa».

Nel Sé non v’è incertezza di verità. Nel Sé si ricompone l’Uno, quella dimensione ancestrale in cui gli opposti si riuniscono e si spiegano. Nel Sé gli uomini vivono il segreto della Trinità, come la chiamano i cristiani. Sanno di essere individui, sanno di essersi liberati dai laceranti vincoli delladualità. Leggeri realizzano l’amore e la gratitudine, senza che nessuno glielo indichi, riconoscono l’Uno ovunque osservino. Nel Sé non c’è neppure bisogno di portare argomenti per sostenere la meditazione come fonte di equilibrio, guarigione e salute. Attraverso essa ci riallineiamo al flusso energetico che vizi ed egoismi avevano interrotto, producendo malesseri e malattie a vario stadio. Non a caso se si dovesse cercare l’opposto della meditazione, incontreremmo le forme-pensiero. Vere entità che ci divorano lo spirito nutrendosi del ciclo ininterrotto di pensieri, sostanzialmente tutti destinati a progetti retti da superstizioni, che finiranno nel vicolo cieco dell’illusione. Le difficoltà non sono mancate a Paolo e ce le racconta, come non mancheranno a chiunque si metta sulla via. C’è solo il percorso, con le sue avventure. Nessuna vetta ci sottrarrà dall’oscillare. Il movimento è vita e l’oscillazione la sola permanenza umana. La vita lo richiede affinché attraverso noi faccia esperienza e possa anch’essa rinforzarsi. Nelle pagine albergano infatti anche i tonfi egoici, duali, che Paolo non ha voluto rinunciare a narrare, in quanto supporti di una ricerca che andava dirigendosi in senso opposto.

«Ma prima di giungere a questa “consapevolezza di Sé” dovrò fare molta strada indietro nel tempo, per raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con l’immaginario “io” che ho creduto di essere per tanto tempo.
[…]
Già, immaginavo che ci fossero dei guru ad ogni angolo di strada pronti ad imbambolare la gente con le loro litanie. “Niente paura, io sono laico, li smaschererò tutti”».

Il libro è dunque anche un conforto per coloro ancora disorientati o meglio soltanto attratti da qualcosa che hanno percepito, da un territorio intravisto nel quale sentono di non sapersi muovere da soli. In cui avvertono nebulosamente che tutti gli strumenti resi disponibili dalla cultura non funzionano se non per finire nel buio ogni volta che si è creduto d’aver trovato l’arcano. Senza autonomia, ovvero senza una guida interiore, si trovano sempre a caccia di un segnale che gli indichi in che direzione procedere. In quel territorio limbico e tormentato dagli abissi dei dogmi, dove quello che ci avevano detto scricchiola, e quello che abbiamo avvertito non è ancora per niente chiaro, lo abbiamo conosciuto tutti. È esperienza comune, per questo certe pagine di Paolo ci sottraggono un po’ dalla nostra nebbiosa solitudine. In quel territorio di ricerca, accade però che qualche circostanza venga a fare luce attraverso metafore, allegorie, similitudini. Del resto la formula alchemica così in alto come in basso è una sintesi del tutto che di volta in volta, davanti ad ogni nuova consapevolezza, ritorna a mostrare il suo valore.

«“The spiritual teaching of Ramana Maharshi”. In esso non si parlava di religioni e nemmeno di Dio. Si parlava di cinematografo e di come io mi fossi trasformato da semplice spettatore in uno dei personaggi proiettati nel film».

L’accanimento, così gradito in campo positivista, non è gradito a quel territorio dai confini incerti in cui ci stiamo inoltrando. È utile invece l’apertura, la non pretesa, l’umiltà attenta. È così che il rischio di incontrare il proprio Maestro si alza.

«Per lo Shaktipat [La trasmissione della Grazia divina. N.d.A.] uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro».

«Shaktipat? Questo ovviamente è solo un modo per definire il risveglio dell’energia spirituale che spontaneamente avviene al contatto con un essere realizzato. In altre tradizioni questo “risve-glio” è stato definito in modi diversi: Spirito Santo, Satori, etc. Insomma è qualcosa che succede quando l’anima è matura a distaccarsi dall’illusione separativa».

A quale fine tendiamo? A un certo punto diviene chiaro a tutte le persone di cultura cattolica che il Paradiso non c’entra niente. Almeno così come ce ne hanno sempre parlato, nient’altro che un succedaneo stantio del suo simbolico significato esoterico. Nulla, a parte il permanente percorrere la via della conoscenza; a parte la liberazione dal conosciuto, è lo scopo a cui tendiamo.

«Mukta, il liberato vivente. Questa “condizione” (se così si può chiamare) è il fine di ogni conoscenza spirituale».

Lo spirito, lo spirituale. Come prendere il concetto? Come riconoscerlo? Come essere certi di lui? Trasferiamo tutto nel mondo fisico e prendiamo ciò che chiamiamo idea. Tutti sappiamo di cosa stiamo parlando. Non ci poniamo domande su essa. Nei nostri discorsi impieghiamo il concetto idea senza rischiare improprietà. Essa è lo spirito di un’azione. Non solo, un’idea che non ci muove, non porta ad alcuna creazione, a nessuna realizzazione. Non ci emoziona e restiamo fermi, così, passiamo ad altro. Allo stesso modo, lo spirito soggiace alla materia e alle sue forme. Queste sono l’espressione fisica di un’idea spirituale. Senza lo spirito siamo inanimati, la creatività ci abbandona. Dicono che per leggere un saggio occorra molta concentrazione, che apprezzare la poesia sia una questione di cuore e iniziare un romanzo sia la medicina per il bisogno d’avventura. Quale predisposizione spirituale per leggere il libro di Paolo? Compagni di viaggio non ha bisogno di essere compreso mentre ci racconta della realizzazione del Sé. Volere, nella sua forma di pretesa, rallenta l’avvicinamento, costituisce un ostacolo sulla via di ogni ricercatore. Liberi dal positivistico voler capire, si può seguitare a leggerlo restando vibrisse, in attesa della vibrazione adatta a noi. Ma a quel punto, appena compreso un senso fino ad allora latente e sfuggente, il passo non è ultimato. La comprensione intellettuale, che per cultura ci fa credere esaurisca il sapere, non è niente rispetto alla conoscenza. Come la crosta terrestre rispetto a ciò che le sta sotto. Il passo si realizza quando saranno le nostre parole e azioni a ricreare quel significato che, leggendo Paolo, per la prima volta era emerso dalla profondità che è in noi. Parlando dei suoi incontri, Paolo intercala episodi della sua esperienza personale sulla via della libertà dal conosciuto. Quest’ultima, che è anche il titolo di un libro di Krishnamurti e, per tornare alla questione delle parole, significa contemporaneamente libertà dall’io.

Una volta riconosciuto l’io, il conosciuto, Maya, la Caverna platonica, descriverà a modo suo, senza più pensare: cosa mi ha detto di fare l’istruttore in questi casi? Non vedere più sorgere in noi spontanea questa domanda, pronunciata con un certo grado di smarrimento, è il segnale di essere sulla via del Sé. Una traccia che si tende a riconoscere nella giungla delle forme e delle sirene del mondo guardandosi dentro e che si tende a smarrire cercando fuori da noi. Ri-creare è necessario per esprimere nel fare ciò che con la comprensione avremmo potuto solo ripetere. Ma non è tutto. Accontentarsi di ripetere, significa seguire luoghi comuni e dogmi. Ovvero, esattamente ciò da cui Compagni di viaggio, in più modi e a più riprese, ci mette in guardia.

«Le filosofie son gabbie schematiche e l’anelito verso l’autoconoscenza non ha bisogno di alcun concetto o ideologia. Anzi direi che il fine della Spiritualità Laica è quello di liberare l’uomo da tali ideologie.».

Compiuto il passo che ci permette – come successe a Truman quando il bompresso della sua barca bucò l’orizzonte disegnato della scenografia entro la quale viveva e che fino a quel momento aveva scambiato per realtà e verità – di riconoscere la logica duale e la sua implicita sofferenza oltre che fatuità, potremo osservare come le ideologie (non soltanto quelle messe per iscritto dai pensatori) avevano sempre catturato la nostra attenzione e consumato la nostra energia. Potremo osservare come un nuovo flusso creativo sia ora disponibile per noi.

Ma allora Padre-Figlio-Spirito Santo cosa c’entrano? Nel libro, per chi lo leggerà con attenzione, c’è scritto cosa è la Trinità. In un certo senso è uno scoop. Nessuno ci è mai riuscito. Ma solo in un certo senso, perché dando dignità a ciò che da subito non riusciamo a incasellare nel nostro ordine, in cui crediamo di poter comprimere l’infinito, diventa facile riconoscere che Uno, Io, Sé, il triangolo baricentro del discorso di Paolo, trova la corrispondenza nel Dio-Cristo-Consapevolezza del Sé. Culture diverse hanno prodotto linguaggi differenti. Ma l’esigenza umana di tenzone verso l’infinito trova nelle tradizioni della terra il medesimo culmine. Con una precisazione. La vulgata del Cristianesimo non ha nulla a che vedere con l’interpretazione esoterica del Cristianesimo stesso. Ed è a quest’ultimo che si rifanno tali note e comparazioni. Qui, però, è opportuno accennare all’altro cruccio di Paolo, evidentemente consapevole dell’equivoco frequente in cui si arrovellano le persone che si apprestano alla ricerca del sé: fare presente che spiritualità e religione NON sono sinonimi e possono anche non avere alcuna relazione. Il Cristianesimo dei bigotti prevede un Dio che sbuca dalle nubi con la sua testa a triangolo. Quell’ente vede tutto e sa tutto. Diversamente Paolo fa notare che chi si denuda dagli orpelli che la cultura gli ha fatto credere essere reali, arriva a vedere che Dio è nella natura, nelle cose, in noi. Lo spirito, o vita, si esprime per mezzo del cosmo. Non ne è sopra, né fuori. Ma anche questo non è nulla, se paragonato a ciò che possiamo essere una volta emancipati da ciò che credevamo di essere. E cosa possiamo essere a parte quanto crediamo di essere? Tutto, perché lo siamo già. Perché era l’io a farci credere di essere solo lui. Più io, corrisponde a meno creatività.

«Ramana diceva: “Sii ciò che sei”. Questo è un invito ad accettarsi completamente, sia in ter-mini della propria natura più intima e vera, il Sé, che per quel che siamo nella forma in quanto espressione di quel Sé. Questa è la base del risveglio spirituale. Infatti accettarsi non significa rinunciare alla propria crescita, anzi vuol dire che accettiamo di crescere partendo da ciò che sia-mo».

«Ognuno potrà guardare dentro e fuori di sé, con maggiore chiarezza e amore».
[Dalla Postfazione di Caterina Regazzi]

Dunque, le parole. Paolo le scrive con semplicità, anche con leggerezza. Sempre, sta a noi ricrearne il senso utile al nostro intento. E non è certo necessario che accada subito. Né che accada quando lo vogliamo.

Lorenzo Merlo

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P.S.

Paolo D’Arpini è per alcuni italiani un riferimento spirituale certo e concreto da diversi anni. I suoi diversi blog, la sua newsletter quotidiana, le sue iniziative ecologiste, la sua ricerca sulla Spiritualità Laica (modo di essere), l’Ecologia Profonda (modo di concepire la natura/il divino) e il Bioregionalismo (modo di concepire la socialità) – tre riflessi fisici e metafisici originati dalla medesima consapevolezza – ne sono espressione. Tuttavia, di cosa sia fatta la Spiritualità laica, a cosa corrisponda e a cosa alluda, ancor più che nel breve saggio delle pagine finali, in cui Paolo delinea i suoi tre cavalli di battaglia, si vede, si legge, si percepisce nelle righe di tutto il suo libro. Compagni di viaggio, per quanto maggiormente dedicato alla Spiritualità laica, tratta necessariamente anche di Natura e Società.

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[Salvo quando specificato, tutti i brani citati sono stati tratti da Compagni di viaggio.]

Compagni di viaggio
Di Paolo D’Arpini
OM Edizioni
Per ordini: info@omedizioni.it – https://www.omedizioni.it/

Paolo D’Arpini diffonde quotidianamente da anni Il Giornaletto di Saul  (http://saul-arpino.blogspot.com/
)  e tiene aggiornati diversi blog:




venerdì 18 settembre 2020

You are the Buddha. There is nothing to be done... - Tu sei il Buddha. Non c'è nulla da fare...


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This is what the Buddha did. He didn’t say, “I’ll try.” He didn’t say, “I hope I’ll find the Truth.” He didn’t say, “I’ll do my best.” He didn’t say, “If not in this lifetime, then maybe next lifetime.” He came to the point where he didn’t look for anyone else to tell him the Truth or show him the Truth. He came to the point where he took it all on himself. He sat alone under the Bodhi Tree and vo...wed never to give up until the Truth be realized.


The power of this very simple, yet unshakable intention and absolute stand to be liberated in this lifetime propelled him to awaken to the simple fact that he and all beings are liberated—that all beings are freedom itself. Pure awakeness.

The Buddha was no different from you. No different. That is why he serves as a good model, because he was as you are now. So don’t worship the Buddha. Don’t put him on a pedestal. Don’t even look up to him. Become him. Have the same intentions, take the same stand. Be the Buddha now! Put an end to all delaying, to all excuses, to all bowing down to saintly figures of the past or present. Stand up!

You are the Buddha! You are freedom itself! Stop dreaming your dream! Stop pretending that you are in bondage—stop telling yourself that lie! Stop pretending to be someone, or something! You are no one, you are no-thing! You are not this body or this mind. This body and mind exist within who and what you are. You are pure consciousness, already free, awake, and liberated. Stand up and walk out of your dream. I am here to say that you can do this.

Step out of the dream of your concepts and ideas. Step out of the dream of what you imagine enlightenment to be. Step out of the dream of who you think you are. Step out of the dream of everything you have ever known. Step out of your dream of being a deluded person. Stop telling yourself those lies and dreaming those dreams. Step out of all of that. You can do it. Nothing is holding you back. There are no requirements and no prerequisites to awaken. There is nothing to be done, nothing to think, nowhere to go.

Just stop all dreaming. Stop all doing. Stop all excuses. Just stop and be still. Effortlessly be still. Grace will do the rest.

At each and every moment from here on out, have the intention to directly experience Truth, your true liberated Self. Don’t think about the Truth—directly return to your experience here, now, moment to moment. Experience Truth. Experience your Self. Dive into your experience. Your experience! Your experience of hearing, of seeing, of tasting, of breathing, of your heart beating, of your feet touching the floor, of the birds, of the wind.

Experience the vastness of who you are. Experience the freedom of who you are. You are the Buddha—experience that. You are the Buddha.
(Adyashanti)




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Testo Italiano:

Questo è ciò che fece il Buddha. Non ha detto: "Ci proverò". Non ha detto: "Spero di trovare la verità". Non ha detto: "Farò del mio meglio". Non ha detto: "Se non in questa vita, forse nella prossima vita". È arrivato al punto in cui non ha cercato nessun altro per dirgli la verità o mostrargli la verità. È arrivato al punto in cui ha preso tutto su di sé. Si sedette da solo sotto l'albero della Bodhi e non volle mai arrendersi finché la Verità non fosse stata realizzata.

Il potere di questa intenzione molto semplice, ma incrollabile e di questa posizione assoluta per essere liberato in questa vita lo ha spinto a risvegliarsi al semplice fatto che lui e tutti gli esseri sono liberati - che tutti gli esseri sono la libertà stessa. Puro risveglio.

Il Buddha non era diverso da te. Nessuna differenza. Questo è il motivo per cui funge da buon modello, perché era come sei adesso. Quindi non adorare il Buddha. Non metterlo su un piedistallo. Non guardarlo nemmeno. Diventa lui. Avere le stesse intenzioni, assumere la stessa posizione. Sii il Buddha adesso! Poni fine a ogni ritardo, a tutte le scuse, a tutti che si inchinano alle figure sante del passato o del presente. In piedi!

Tu sei il Buddha! Sei la libertà stessa! Smettila di sognare il tuo sogno! Smettila di fingere di essere in schiavitù, smettila di dirti quella bugia! Smettila di fingere di essere qualcuno o qualcosa! Non sei nessuno, non sei niente! Non sei questo corpo o questa mente. Questo corpo e mente esistono all'interno di chi e cosa sei. Sei pura coscienza, già libera, sveglia e liberata. Alzati ed esci dal tuo sogno. 

Esci dal sogno dei tuoi concetti e delle tue idee. Esci dal sogno di ciò che immagini che sia l'illuminazione. Esci dal sogno di chi pensi di essere. Esci dal sogno di tutto ciò che hai mai conosciuto. Esci dal tuo sogno di essere una persona illusa. Smettila di dirti quelle bugie e di sognare quei sogni. Esci da tutto questo. Puoi farlo. Niente ti trattiene. Non ci sono requisiti né prerequisiti per il risveglio. Non c'è niente da fare, niente da pensare, nessun posto dove andare.

Smettila di sognare. Smettila di fare. Smettila con tutte le scuse. Fermati e resta immobile. Stai fermo senza sforzo. Grace farà il resto.

In ogni momento, da qui in avanti, abbi l'intenzione di sperimentare direttamente la Verità, il tuo vero Sé liberato. Non pensare alla Verità: torna direttamente alla tua esperienza qui, ora, momento per momento. Sperimenta la verità. Sperimenta il tuo Sé. Immergiti nella tua esperienza. La tua esperienza! La tua esperienza dell'udito, del vedere, del gusto, del respiro, del tuo cuore che batte, dei tuoi piedi che toccano il pavimento, degli uccelli, del vento.

Sperimenta la vastità di chi sei. Sperimenta la libertà di chi sei. Tu sei il Buddha, sperimentalo. Tu sei il Buddha.
Adyashanti

lunedì 14 settembre 2020

Hints on the sayings of Buddha and Krishna... by Nisargadatta Maharaj - Chiarimenti sui detti di Buddha e Krishna ... di Nisargadatta Maharaj




"Most religious books are supposed to be the spoken word of some enlightened person.However enlightened a person, he must speak on the basis of certain concepts that he finds acceptable. But the remarkable distinction of the Bhagavad Gita is that Lord Krishna has spoken from the standpoint that he is the source of all manifestation, i.e. from the standpoint not of the phenomenon, but of the noumenon, from... the standpoint "the total manifestation is myself".

This is the uniqueness of the Gita. Consider what must have happened before any ancient religious text got recorded. In every case, the enlightened person must have had thoughts which he must have put into words, and the words used may not have been quite adequate to convey his exact thoughts.

The master's words would have been heard by the person who recorded them, and what he recorded would surely have been according to his own understanding and interpretation. After this first handwritten record, various copies of it would have been made by several persons and the copies could have contained numerous errors. In other words, what the reader at any particular time reads and tries to assimilate could be quite different from what was really intended to be conveyed by the original master.

Add to all this the unwitting or deliberate interpolations by various scholars in the course of centuries, and you will understand the problem I am trying to convey to you. I am told that the Buddha himself spoke only in the Maghadi language, whilst his teaching, as recorded, is in Pali or in Sanskrit, which could have been done only many many years later; and what we now have of his teaching must have passed through numerous hands. Imagine the number of alterations and additions that must have crept into it over a long period.

Is it then any wonder that now there are differences of opinion and disputes about what the Buddha actually did say, or intended to say? In these circumstances, when I ask you to read the Gita from the standpoint of Lord Krishna, I ask you to give up at once the identity with the body-mind complex when reading it. I ask you to read it from the point of view that you are the animating consciousness — the Krishnaconsciousness— and not the phenomenal object to which it gives sentience— so that the knowledge that is the Gita may be truly unfolded to you. You will then understand that in the Vishva-rupa-darshan what Lord Krishna showed Arjuna was not only his own Svarupa, but the Svarupa — the true identity—of Arjuna himself, and thus, of all the readers of the Gita.

In short, read the Gita from the standpoint of Lord Krishna, as the Krishna-consciousness; you will then realize that a phenomenon can not be 'liberated' because it has no independent existence; it is only an illusion, a shadow.

If the Gita is read in this spirit, the consciousness, which has mistakenly identified itself with the body-mind construct, will become aware of its true nature and merge with its source."

Nisargadatta Maharaj


Nisargadatta Maharaj – Ornella De Benedetti

Testo Italiano:

"La maggior parte dei libri religiosi dovrebbe rappresentare la parola di una persona illuminata. Comunque una persona illuminata dovrebbe parlare sulla base di certi concetti che trova accettabili. Ma la notevole distinzione della Bhagavad Gita è che il Signore Krishna ha parlato dal punto di vista che lui è la fonte di ogni manifestazione, cioè dal punto di vista non del fenomeno, ma del noumeno, dal ... punto di vista "la manifestazione totale sono Io stesso".

Questa è l'unicità della Gita. Considera cosa deve essere accaduto prima che qualsiasi antico testo religioso fosse registrato. In ogni caso, la persona illuminata deve aver avuto pensieri che deve aver messo in parole e le parole usate potrebbero non essere state del tutto adeguate per trasmettere i suoi pensieri esatti.

Le parole del maestro sarebbero state ascoltate dalla persona che le ha registrate, e ciò che ha registrato sarebbe stato sicuramente secondo la sua comprensione e interpretazione. Dopo questa prima annotazione manoscritta, varie copie sarebbero state fatte da più persone e le copie avrebbero potuto contenere numerosi errori. In altre parole, ciò che il lettore legge in un determinato momento e il tentativo di assimilare potrebbe essere molto diverso da quello che era veramente inteso essere trasmesso dal maestro originale.

Aggiungete a tutto ciò le interpolazioni inconsapevoli o deliberate di vari studiosi nel corso dei secoli, e capirete il problema che sto cercando di trasmettervi. Mi è stato detto che lo stesso Buddha parlava solo in lingua maghadi, mentre il suo insegnamento, come registrato, è in pali o in sanscrito, cosa che avrebbe potuto essere eseguita solo molti anni dopo; e quello che ora abbiamo del suo insegnamento deve essere passato attraverso numerose mani. Immagina il numero di modifiche e aggiunte che devono essersi introdotte in esso per un lungo periodo.

C'è quindi da meravigliarsi che ora ci siano divergenze di opinione e controversie su ciò che il Buddha ha effettivamente detto o intendeva dire? In queste circostanze, quando vi chiedo di leggere la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, vi chiedo di rinunciare immediatamente all'identità con il complesso corpo-mente durante la lettura. Vi chiedo di leggerlo dal punto di vista che voi siete la coscienza animatrice - la coscienza di Krishna - e non l'oggetto fenomenico a cui dà la sensibilità - in modo che la conoscenza che è la Gita può esserti veramente rivelata. Capirai allora che nel Vishva-rupa-darshan ciò che il Signore Krishna mostrò ad Arjuna non era solo il suo Svarupa, ma lo Svarupa - la vera identità - di Arjuna stesso e quindi di tutti i lettori della Gita.

In breve, leggi la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, come la coscienza di Krishna; ti accorgerai allora che un fenomeno non può essere "liberato" perché non ha esistenza indipendente; esso è solo un'illusione, un'ombra.

Se la Gita viene letta con questo spirito, la coscienza, che si è erroneamente identificata con il costrutto corpo-mente, diventerà consapevole della sua vera natura e si fonderà con la sua fonte ".


Nisargadatta Maharaj