giovedì 11 gennaio 2024

Religione della Natura - Materia e spirito sono espressioni della "Divinità"...




Ai primordi della cultura umana la differenza fra Natura e “divinità” era impercettibile, la speculazione filosofica non era arrivata a presupporre un creatore separato, in quanto autore della creazione. Infatti nella antica tradizione matristica e panteistica la Natura coincideva con la Madre Universale, la quale da se stessa ed in se stessa produce tutti i fenomeni, manifestando tutte le forme. In questa visione non vi è alcuna separazione o differenza fra la Matrice e le sue emanazioni, viventi o amorfe che siano. Animali, piante, montagne, corsi d’acqua, mari, cielo stellato, luna, esseri umani… tutto compartecipa ed è espressione dell’atto creativo, parte indivisibile di un Unicum. La creazione in questa ottica è vista come qualcosa di spontaneo e naturale, una ricorrenza ciclica che sorge dalla terra, sulla terra insiste ed alla terra ritorna, in un continuo ripetersi senza un “oltre”. Questa è anche la visione della Religione della Natura. 

Tutto è presente nel Tutto, nell’eterno qui ed ora. 

Questa beata visione non si è esaurita con il trascorrere delle generazioni, essa è durata a lungo, ed ancora permane nelle menti illuminate. Il suo procedere ellittico conserva il sapore dell’eternità.

Eppure qualcosa nel corso del tempo è cambiato, l’eterno è stato virtualizzato e trasferito in un ipotetico aldilà. Un aldilà per il quale occorre guadagnarsi il passaggio, pena l’estinzione o la dannazione.

La beatitudine dell’appartenere al Tutto si offuscò nel momento in cui l’uomo cominciò a separare se stesso dal Tutto, allorché in lui nacque il senso dell’io e del mio. Forse corrisponde al momento in cui egli scoprì la sua funzione “seminativa” nella riproduzione. Questo fatto lo rese arrogante, alimentò il concetto della sua “autorità”, nel senso che prese a considerarsi egli stesso “autore” individuale della vita. E per trasposizione virtuale immaginò un ipotetico dio creatore, a sua immagine e somiglianza. 

La Natura, in quanto femmina, divenne materia passiva, mentre il creatore, sia in veste di dio che di uomo, fu interpretato come “alito” fecondatore e creatore (afferma la bibbia). Avvenuta questa separazione ecco che nella religione apparve il senso del peccato, legato alla vergogna per la promiscuità ed alla opposizione verso la “materia” contrapposta all’astrazione “spirituale”, con il risultato di condurre l’uomo “religioso” a distanziarsi dalle cose del mondo, ivi compresa la sessualità.
Ma come è possibile separare la vita dalla vita? Come può sopravvivere un essere vivente senza cibo e senza calore, senza amore? Non può…
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Da ciò se ne deduce che, malgrado la caparbia affermazione di un’entità spuria, definita “spirituale”, il processo di separazione dell’io dalla Natura non potrà mai avere compimento, resta solo una pia illusione dettata da una religione. Che prima divide e poi si arroga il diritto di “ri-unire” (religere) . La separazione fra spirito e materia, fra Natura e dio è una falsità, un’inversione nei valori naturali ed è causa di tristezza e di un insoddisfatto desiderio di compensazione. Insomma si rinuncia alla tetta materna per attaccarsi al ciucciotto.

Migliaia di anni son trascorsi, varie civiltà sono sorte e crollate, diverse religioni teiste hanno pervicacemente tentato di separare l’uomo dalla Natura, inculcandogli l’idea del “peccato originale”, della necessità di pentirsi, di ricorrere ad un salvatore, ad un messia, di volta in volta diverso, poiché ogni messia che separa l’uomo dal Tutto non può durare, come non può durare un incubo. Perciò la religione che trascura i modi della vita, ovvero la sua capacità di perpetuarsi, non potrà mai avere una definitiva attuazione, resterà un ibrido intellettualismo malato e sofferente. E perciò l’affermazione del modello religioso patriarcale che conosciamo non potrà mai affermarsi, poiché vive di promesse immaginarie, di dogmi reiterati, di continue riaffermazioni di fede. 

In un certo senso succede così non solo per i teismi ma anche per la scienza e le sue leggi che non durano a lungo ma vengono continuamente sostitute da nuove e più perfezionate “scoperte”. 

“Natura naturans” e “Natura naturata”. Entrambe coesistono, sono intercambiabili a seconda delle situazioni e dei momenti, pur -a volte- in apparente conflitto. Ma torniamo alla religiosità ed all’erotismo. E scopriamo che in verità queste due proiezioni non possono essere disgiunte, come nel cervello non può essere disgiunta la funzionalità dell’emisfero destro dal sinistro, la ragione dall’intuizione, la fase logica da quella analogica, la sincronicità dalla causa/effetto. La comprensione non è mai “univoca” ma richiede un “abbraccio”, l’intelligenza è una visione avvolgente e compenetrante.  Come avviene nel processo riproduttivo fra maschio e femmina.
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Allora, in tempi in cui la storia non era stata ancora confermata come modello lineare di memoria, la donna e l’uomo, uniti nella consapevole reciproca appartenenza e partecipazione all’evento vitale, vissero la religiosità attraverso l’unione sessuale.

Non posso però narravi ora l’intero excursus, passando da un popolo ad un altro popolo, civiltà dopo civiltà. Non ne ho la forza, né il tempo e nemmeno la voglia. Non posso parlare della sacra prostituzione nei templi dedicati alla Dea, delle iniziazioni sessuali nelle comunità dell’Europa antica, delle tendenze promiscue e poliamorose, dei riti pagani della fertilità, del Cantico dei cantici o delle strofe volgari del Risus Paschalis….
Almeno per cominciare, posso aprire una fessura, uno spiraglio minuto su alcuni aspetti dell’induismo, una religione che ha conservato a tutt’oggi molte forme di religiosità erotica. Gli episodi sono tanti, non basterebbe un’intera biblioteca a narrarli tutti. Mi limiterò quindi a descriverne alcune pagine, aperte quasi alla rinfusa. Voglio partire da un racconto mitologico in cui aneddoticamente si lascia intravvedere in che modo erotismo e religione abbiano trovato un punto d’incontro.

Si narra che in un tempo lontano in una foresta viveva una comunità di dotti rishi. Questi bramani era adepti in riti sacrificali, attraverso i quali avevano ottenuto grandi poteri psichici. Tutto il giorno essi offrivano sacrifici ed abluzioni agli dei ripetendo mantra vedici, mentre le loro mogli si occupavano delle faccende domestiche. I poteri occulti così ottenuti aveva fatto crescere la loro supponenza ed arroganza facendoli sentire superiori alla natura stessa. A quel punto il signore Shiva (spesso individuato con il nostro Dioniso), in qualità di compensatore e detentore dell’energia naturale, volle impartir loro un insegnamento. In compagnia di Vishnu, conservatore e rifugio di ogni creatura, che prese la forma di una irresistibile donna, Shiva apparve nella foresta in costume adamitico e con attributi sessuali notevoli bene in vista. Egli con la sua prestanza e fascino tentò e sconvolse le spose dei bramani che lo seguirono abbandonando i loro doveri familiari. Allo stesso tempo i bramani furono distratti dai loro riti dalla concupiscente Mohini (Vishnu), che con la sua andatura lasciva li aveva attirati a sé. Così la comunità dei rishi perse la sua determinazione nel perseguire “tapasya” a fini di potere.  Ad un certo punto, sempre così va a finire, alcuni di quei sacerdoti si avvidero della “caduta nel peccato” e richiamarono all’ordine i colleghi, accusando Shiva di aver ordito un complotto ai loro danni. Essi decisero quindi di vendicarsi e avendo attizzato un grande fuoco sacrificale si posero attorno ad esso declamando mantra e formule magiche, e riuscirono così a materializzare una feroce e possente tigre che immediatamente fu scatenata contro Shiva. Ma egli, per nulla turbato, la uccise senza fatica con il suo tridente e della pelle ne fece una veste che pose attorno ai fianchi. I bramani inviperiti pomparono ancora più ghee (burro fuso) e mantra attorno al fuoco dal quale si levò un nugolo di serpenti velenosi che furono lanciati come frecce contro Shiva.  Al contatto con il suo santo corpo i serpenti non lo scalfirono affatto, anzi benevolmente gli leccarono la pelle e si disposero come ornamenti e come cinture sul suo collo e sulla veste. I bramani sentendosi umiliati nel loro orgoglio decisero di concentrare tutte le loro facoltà ed evocarono il demone del loro stesso ego, che sorse dal fuoco nella forma di un mostruoso nano nero, dotato di forza diabolica. L’immondo essere si avventò contro Shiva con l’intento di distruggerlo ma egli con un semplice gesto del piede lo atterrò e lo tenne immobile per terra. A quel punto i bramani capirono di aver a che fare con un potere più grande e sentendosi confusi, con l’ego piegato dalla grazia di Shiva, si gettarono ai suoi piedi e l’implorarono di accettarli come suoi devoti e parte di sé. E così, da allora, l’erotismo entrò a far parte integrante della religione.

Infatti bisogna tener presente che l’induismo non separa spirito e materia, che sono ritenuti indivisibili, e chiede ai praticanti che tutti i precetti siano presi seriamente anche quando si tratta di rapporti sessuali, come descritti nel Tantra. Così vediamo che alcune celebrazioni si risolvono in orge vere e proprie in cui vengono cantate canzoni ed effettuate danze di grande suggestione erotica.

Nel culto shivaita ed in quello della Dea Parvati, sua sposa, esistono numerosi racconti a sfondo religioso (purana) che narrano le loro avventure e piaceri sessuali, con descrizioni da far invidia ai manuali dell’amore (kamasutra). Tra l’altro nell’iconografia classica Shiva è raffigurato con una immagine inequivocabile. Trattasi del Linga-Yoni, una struttura in pietra, od altri materiali, che raffigura un fallo eretto fissato su una piattaforma che rappresenta la vagina della sua sposa Parvati. L’adorazione di questo simbolo è considerata una cosa normalissima. Anche le giovani ragazze venerano Shiva in quanto Linga. Egli rappresenta il maschio ideale, amante ardente ma tenero e premuroso verso la sua sposa, alla quale impartisce anche lezioni di religione, trattandola alla pari.
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Questa visione non è peculiare del solo shivaismo, è noto che nell’induismo sono contenuti molti elementi erotici. Anche nel Rig Veda vengono descritti particolari molto crudi. Ma è soprattutto nel culto tantrico della Dea Madre Kali o Durga che le relazioni sessuali fra uomini e donne son diventate parte integrante del rituale. La descrizione particolareggiata dei suoi rapporti amorosi avviene pure in alcuni purana dedicati a Krishna. Tra l’altra parecchie figure erotiche, altamente espressive, appaiono in numerosi templi. Queste sculture debbono essere considerate esattamente per quello che sono . Gli antichi indù, infatti, non avevano bisogno di ricorrere a sotterfugi. A dimostrare che l’adorazione della divinità non viene mai disgiunta da quelle che sono le forme normali della vita, in un qualsiasi tempio si seguiva (ed in parte ancora si segue) una routine giornaliera che molto somiglia alla routine di un monarca. La mattina bagno rituale, offerte di cibo, ricevimento dei devoti, e la sera intrattenimento con musica e danze eseguite da “etere” specializzate, chiamate devadasi, che all’occorrenza soddisfacevano anche sessualmente i devoti, come atto traslato dal dio.

Gli antichi poeti e narratori epici non hanno mai provato alcun imbarazzo nel combinare le descrizione erotiche con gli insegnamenti religiosi. In una iscrizione apposta in un tempio risalente al IV secolo d.C. Si dice che il tempio era stato costruito “..nella stagione in cui i giovani, ubbidendo al desiderio erotico, abbracciano le prosperose, dritte e lunghe cosce, i seni ed il ventre, delle loro amanti e non si curano del freddo e del gelo..” (L’Induismo – Nirad Caudhuri)

Forse questa propensione alla sessualità, come parte del rituale religioso, trova una sua esasperazione in una aspetto ossessivo del tantrismo definito della via sinistra, il cosiddetto Vamachara, che consiste nell’indulgere ritualisticamente ai 5 M., ovvero i Pancha Makara, e precisamente: madya (alcol), mamsa (carne), matsya (pesce), mudra (gesti con le mani) e maithun (coito). Ma basti sapere che gli stessi indù vedono di mal occhio queste attitudini combinate, tant’è che i praticanti, ipocritamente, fanno di tutto per nascondere le loro pratiche.

Alcuni studiosi si interrogano sulle origini dell’erotismo tantrico nell’induismo. Talvolta si vuole far risalire questa tendenza ai costumi libertini importati dai greci venuti al seguito di Alessandro Magno. In diverse parti tra l’attuale Afganistan e Pakistan sono state rinvenute antiche statue raffiguranti scene erotiche, come il ratto di Dafne, gli amplessi di Leda con il cigno, nudi di Venere, etc. ma questa opinione convince poco anche perché lo stesso Alessandro restò meravigliato da alcune abitudini osservate negli yogi erranti da lui incontrati in India. 

C’è poi l’ipotesi di una influenza taoista ma anche questa è difficilmente accettabile considerando che i taoisti avevano quattro norme per i rapporti sessuali: massimo contatto, minima emissione di seme, cambiare la donna di frequente, rapporto con vergini. Queste norme avevano una loro logica, infatti se l’uomo doveva acquistare vitalità nel rapporto sessuale, a discapito della donna, l’avere rapporti con donne esperte o con donne con le quali si era creata una familiarità, portava ad un lasciarsi andare che non era consono ai dettami. Essi dicevano: “Avvertendo prossimo l’orgasmo frenatevi. Risparmiate il vostro seme ed allungherete la vostra vita”. Ma questa attitudine non è certa consona agli indù, per i quali abbandonarsi a una donna durante il rapporto sessuale rappresenta il massimo della felicità. E dopo tutto gli indù sono indoeuropei e si rifiutano di ridurre la donna al ruolo di schiava sessuale, come spesso avviene sia in Cina che presso tutti i popoli semitici. 

Paolo D'Arpini - Rete bioregionale Italiana

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lunedì 1 gennaio 2024

Bioregionalism applied in human communities - Il bioregionalismo applicato nelle comunità umane



Having lived for many years in an urban context (I was born and lived in Rome and I also lived for several years in Verona), and having also attempted an experiment in re-inhabiting a small abandoned village, Calcata, with the consequent attempt to reconstitute or - at least - start a process of ideal community (I don't know with what success...), I can affirm that mostly my "bioregional" proceeding took place in a "citizen" social context. But be careful, being a citizen does not mean living in the city but rather means recognizing yourself in a human community "organism".

Since 2010 I have moved to a town in the Marche, Treia, and this is a next step forward towards my search for an ideal sociological settlement... In fact, Rome is inhabited by 6 million people, in short it is a metropolis, Verona has almost half a million of inhabitants, Calcata less than a thousand... While Treia reaches almost ten thousand. In short, I am looking for a happy medium, suitable for maintaining a healthy relationship with the environment and animals without having to give up the advantages of the "civitas", as we humans are highly socializing beings...

The word "Bioregionalism" as well as the term "Deep Ecology" are neologisms coined towards the end of the 70s of the last century, respectively by Peter Berg and Arne Naess, a writer and an ecologist, but they represent a much older way of life , which is indeed part of the history of life on the planet and has characterized all human civilizations (until the advent of wild industrialization and consumerism). Let's say that "bioregionalism" (which is equivalent to deep ecology) distinguishes a way of thinking that starts from the profound need to re-establish a sacred relationship with the earth. This relationship is achieved starting from the desire to understand - by re-inhabiting it - the place in which we live.

In fact, a bioregion is not an enclosure whose boundaries are definitively established but a sort of magnetic field (aura - genius loci) distinguishable from neighboring fields only by the intensity of the characteristics that form its identity, in the same way as human beings, simultaneously different and similar to each other.

From a bioregional perspective - having to analyze the anthropological requirements of an ideal city - it is first necessary to see the aspects of what a city is. We use the term city which derives from "civitas" but we must also consider the other definition "urbs", these two terms have equal value in the foundation and urbanization of the living place.

From an anthropological point of view we know that a small community of 1000 people allows all its members to have personal knowledge and mutual inter-relationships. Everything produced has all members as users and the same goes for what is discarded. In ancient communities, in the tribes that were the basis of human life for thousands of years, reciprocity or solidarity was an element of survival and development. When we slowly reached a sum of tribes of the same original lineage (let's say one hundred entities of 1000 members) it was said that a people, a society, in short a "civitas" had been born. We must therefore start from a preconceived element, namely that the scope of an "ideal community" should not exceed one hundred thousand inhabitants. This also applies to a metropolis that should be divided into neighborhoods of this size. Why? For a simple reason: if all the members of an "original" community have expanding interrelationships (diaspora) it will be possible to connect indirectly or directly with the members of the various groups that share the same place. All individuals different from the original group but all "effective elements" of the same community.

Thus expanding the branch of interest from close or distant kinship to sharing, similarity and coexistence in the same place. At this point the various entities (or groups of individuals) are equal to each other, intertwined in a context of relationships and form the basis of the ideal city. Perhaps the members of the city belong to different classes but together with us they live in the city, with them we maintain numerous personal relationships as between members of an ideal tribe. This can be defined as society and the process described leads to strong correlation and socialization and enlivens the entire community. But it can be said that one hundred thousand inhabitants is a limit. Since this is the possible level of interrelation and the bioregional city - in my opinion - must include social division criteria that respect these numerical terms.

I have nothing against human life in human agglomerations, but it is necessary to bring elements of rebalancing to the set of vital elements, whether material or architectural.

The first step towards the reharmonization of urban areas is the recognition that they are all located in bioregions, within which they can become protagonists and eco-sustainable. The peculiarities of soils, river basins, native plants and animals, climate, seasonal variation and other characteristics that are present in a bioregional living place (ecosystem) constitute the basic context for the supply of resources such as: food, energy and materials various. For this to happen in a sustainable way, cities must identify and place themselves in mutual balance with natural systems.

Not only must they source resources locally to meet the needs of their inhabitants but they must also adapt their needs to local conditions. This means maintaining the natural characteristics that still remain intact and/or restoring as many of them as possible. For example, by restoring polluted bays, lakes and rivers so that they can once again become healthy habitats for aquatic life, thus contributing to the self-sufficiency of urban areas. The conditions that distinguish geographical areas depend on their peculiar natural characteristics: one more reason to adopt the basic principles of bioregionalism, appropriate and specific for each place and - above all - usable to better guide municipal policies.

The guidelines for this change can be taken from some basic principles that govern ecosystems:

1) Interdependence. Increase awareness of the interchange between production and consumption, so that procurement, reuse, recycling and restoration can become integrated.

2) Diversity. Support diversity of opinion so as to satisfy vital needs as well as a multiplicity of cultural, social and political expressions. Resist solutions that privilege individual interests and monoculture.

3) Self-regulation. Encourage decentralized activities promoted by neighborhood-district groups. Replace top-down bureaucracy with assemblies of local groups.

4) Economic sustainability. The aim of the policy is to operate with far-sighted interests, minimizing fictitious remedies and encouraging a process of long-term ecological reconversion.

It seems to me that the material covered for the moment may be sufficient for a reflection on the topic.

Paolo D'Arpini, representative of the Italian Bioregional Network - bioregionalismo.treia@gmail.com



A Roma

















A Calcata



A Treia


Post Scriptum
Anyone wishing to be inspired on how to implement bioregionalism at a political-administrative level, the above article is very suitable.... The first version dates back to several years ago, when I was still in Calcata, then news was added for a conference held in Faleria "City, region, bioregion", then still other considerations made in Treia... and what you read is the latest version, adjusted just yesterday. Bioregional implementation is a slow path.... (even if still unimplemented), at least it is already manifesting itself in the akasha (collective unconscious). This discussion deserves further reflection: the new evolutionary ideas, which mature, find channels of expression in the people (not just humans) suitable to receive the message. These people, according to their level of maturation, become bearers of evolutionary thought, but the ideas do not belong to them, their minds act as simple channels of communication. In the variegation of receptions from the akasha there are also slightly dark channels which therefore tend to manipulate evolutionary ideas and appropriate their meanings, making them their "product". In truth, this process of egoic mentation is synonymous with "utilitarian exploitation" (of new thought forms) and those who put it into practice "take advantage" of it to their own advantage, opening intellectual workshops: religions, philosophies, techniques, fashions, etc. Be aware of it, as this "appropriation" process is a mechanism of the ego and must be recognized as such, both inside and outside of us. Taking into account that both in the case of a "clean" channeling in which there is no egoic appropriation, and in the case of the recognition of an egoic tendency to make the speech one's own, the expression must not be censored, as sharing (a various levels) is useful.





Testo Italiano: 

Essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano (sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato per diversi anni a Verona), ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione di un piccolo borgo abbandonato, Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo…), posso affermare che massimamente il mio procedere “bioregionale” si è svolto in un ambito sociale “cittadino”. Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un “organismo" comunitario  umano.

Dal 2010 mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale… Infatti Roma è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata meno di mille… Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l’ambiente e gli animali senza dover rinunciare ai vantaggi della “civitas”, essendo noi umani esseri altamente socializzanti…

La parola “Bioregionalismo” come pure il termine “Ecologia profonda” sono neologismi coniati verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all’avvento dell’industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il “bioregionalismo” (che equivale all’ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – genius loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occore portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.


Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:

1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.

2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.

3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.

4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.


Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema.


Paolo D’Arpini, referente della Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com


  1. Post Scriptum

    Chi volesse ispirarsi sul come attuare il bioregionalismo a livello politico amministrativo l'articolo soprastante è molto indicato... La prima versione risale a parecchi anni fa', quando ancora stavo a Calcata, poi vi sono state aggiunte notizie per un convegno tenuto a Faleria "Città, regione, bioregione", poi ancora altre considerazioni fatte a Treia.. e quella che leggete è l'ultima versione, aggiustata proprio ieri. L'attuazione bioregionale è un lento percorso... (anche se ancora inattuata), almeno sta già manifestandosi nell'akasha (inconscio collettivo). Questo discorso merita un'ulterior riflessione: le nuove idee evolutive, che maturano, trovano canali d'espressione nelle persone (non solo umane) idonee a riceverne il messaggio. Queste persone, secondo il grado di maturazione, si fanno portatrici del pensiero evolutivo, ma le idee non appartengono loro, le loro menti fungono da semplici canali di comunicazione. Nella variegazione delle ricezioni dall'akasha vi sono anche canali leggermente oscuri che tendono quindi a manipolare le idee evolutive ed a appropriarsi dei loro significati, facendone un loro "prodotto". In verità questo processo di mentazione egoica è sinonimo di "sfruttamento utilitaristico" (delle nuove forme pensiero) e chi lo mette in pratica ne "approfitta" a proprio vantaggio, aprendo botteghe intellettuali: religioni, filosofie, tecniche, mode, etc. Siatene consapevoli, poichè questo processo "appropriativo" è un meccanismo dell'ego e come tale va riconosciuto, sia all'interno che all'esterno di noi. Tenendo conto che sia nel caso di una canalizzazione "pulita" in cui non c'è appropriazione egoica, sia nel caso del riconoscimento di una tendenza egoica a far proprio il discorso, l'espressione non deve essere censurata, in quanto la condivisione (a vari livelli) è utile.

sabato 30 dicembre 2023

Shamanism and animism in the bioregional trend... - Sciamanesimo e animismo nel filone bioregionale



The revaluation of neo-paganism, or the shamanic and magical religions of native peoples, is one of the main characteristics of the bioregional trend. Often, during the celebrations organized by the Italian Bioregional Network, especially those coinciding with the solstices or equinoxes or for the full and new moon, some "neo-pagan" followers come to share our naturalistic spirit and in addition to the ceremonies already here prepared add different rites and offerings to the divinities of nature and woodland fairies. I let them do it because ultimately recognizing the sacredness of nature in all its forms is one of the aspects of lay spirituality and deep ecology.

 In fact, the spirituality of nature is an aspect recognized even in the Christian faith, especially in mysticism (both in the original and in the Franciscan one) in which the custom of retreating into caves, woods and deserts in close communion with the natural elements and with the animal world. In this way the beauty of creation and the greatness of the Creator is recognized.

Pagan aspects were even present in the Jewish religion, albeit sometimes condemned such as the adoration of the sacred cow during the crossing of the Sinai, or part of the tradition as occurred among the sect of the Essenes who lived in very close symbiosis with nature and with its magical aspects, having also developed the ability to draw their nourishment from the desert, a great miracle considering that they were even vegetarians...

 Respect and adoration of nature, defined by the Catholic Church (somewhat derogatorily) as "pantheism" is one of the stimuli that has always been present in man, among other things this pantheistic feeling is at the basis of the evolutionary exursus of the human species.

This reminds me of a little story, which I often love to tell, about the origins of the human species. It is now certain that there was a "first woman", a primordial Eve (or Lilith or Lucy). The analysis of the female genetic heritage present in the bones demonstrates this unequivocally... I thus imagined a woman, the first woman, who, having achieved self-awareness (the most evident characteristic of intelligence) and having only "monkeys" at her disposal (such were the males at that time) had to carry out a painstaking selection process to decide who to mate with in order to have the best chance of genetic transmission of that evolutionary aspect she embodied. And so it happened consequently in subsequent generations and it is in this way that little by little, from the selection in mating, qualities such as: sensitivity towards the habitat, empathy, patience, the ability to adapt and be kind of the male towards the offspring and the community, etc. etc. Qualities that have brought the species towards the "intelligent" condition that we know (or would know if a patriarchal involutionary push had not taken over in the meantime).

 Unfortunately in this historical moment, following the abstraction from the vital context and the manifestation of spirituality in a metaphysical religious sense (projected towards an afterlife and a spirit separated from matter) much of that respect (and consideration) towards nature and environment and community has diminished, to the point that virtualization is preferred instead of the sacredness experienced in everyday life. And in this a good part of the responsibility lies with monotheistic beliefs. But what had been chased away from the door now comes back through the window, in fact science is rediscovering the myths, legends and divinities of nature by describing them in the form of "archetypes".

At the beginning of human civilization, in the Paleolithic and pre-Neolithic matristic period, sacredness was embodied mostly in a feminine key, then with the recognition of the male function in procreation this sacredness took on mixed male and female forms, subsequently with the affirmation of the patriarchal system it was the masculine which became predominant.

Now it is time to bring these energies back to their rightful place and on a totally equal footing. Even if already in an ancient civilization, the Vedic one, this equality had been indicated, as in the case of the (masculine) name "Surya" which indicates the identity of the sun as an entity, which is completed by the feminine aspect "Savitri ” which is the radiative capacity of solar energy. And we know that there is no difference between fire and its own ability to burn.

Paolo D'Arpini - Representative of the Italian Bioregional Network




Testo Italiano:

La rivalutazione del neo-paganesimo, o delle religioni sciamaniche e magiche dei popoli nativi,  è una delle caratteristiche portanti del filone bioregionale. Spesso,  durante le feste organizzate dalla Rete Bioregionale Italiana, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi o gli equinozi o per la luna piena e nuova, alcuni adepti  “neo-pagani” vengono a condividere il nostro spirito naturalistico  ed oltre alle cerimonie già da noi predisposte aggiungono  riti diversi  ed offerte alle divinità della natura e fate dei boschi. Io li lascio fare perché in fondo il riconoscere la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda. 

In effetti la spiritualità della natura è un aspetto riconosciuto persino nella fede cristiana, soprattutto nel misticismo (sia in quello originario che in quello francescano)  in cui prevale  la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale.  In questo modo viene riconosciuta la bellezza del creato e la grandezza del Creatore.  

Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur talvolta condannati come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai,  oppure  facenti parte della tradizione  come  avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con  i suoi aspetti magici, avendo sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando  che erano persino vegetariani…

 Il rispetto e l’adorazione  della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo,   tra l’altro questo sentimento panteista è  alla base dell’exursus evolutivo della specie umana.

Ciò  mi fa  ricordare di una storiella,  che amo spesso raccontare,     sull’origine della specie umana.  Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale (Lucy). L’analisi   del patrimonio genetico femminile presente nelle ossa lo dimostra inequivocabilmente… Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmie” (tali erano i maschi a quel tempo)  dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo da Lei incarnato. E così avvenne conseguentemente  nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono   divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia,  la pazienza,  la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc.  Pregi che hanno  portato la specie  verso la condizione “intelligente” che conosciamo (o conosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta involutiva patriarcale).

 Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della spiritualità in senso religioso metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia) molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando,  sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi ai credo monoteisti. Ma quello che era stato scacciato dalla porta ora rientra dalla finestra, infatti la scienza sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.

All’inizio della  civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e preneolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste  maschili e femminili, successivamente con l'affermazione del sistema patriarcale fu il maschile che divenne preponderante. 

Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario.  Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica,  questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione (maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente,  che  viene completato dall’aspetto femminile “Savitri”  che è la  capacità irradiativa dell’energia solare. E noi sappiamo che fra il fuoco e la  capacità sua propria  di ardere  non vi è alcuna differenza. 

 Paolo D’Arpini  - Referente della Rete Bioregionale Italiana


giovedì 14 dicembre 2023

Streets of Rome, mysteries of Rome... - Strade di Roma, misteri di Roma...

 Poetry, pauses and silences... just black words on white sheets. Idea for a performance never realized

... do you remember the mystery of Via Gradoli (which takes its name from a small town in the province of Viterbo) where Aldo Moro's BR hideout was hidden... and in the same building Marrazzo was "pinned" with the trans...? Mysteries of Rome!

This discussion on the streets of Rome is very intriguing... I remember for example Via Cairoli, where I was a guest of lady Liliana, an old landlady, together with incredible characters, there I experienced extraordinary adventures, in the guise of a fake 18 year old student. From those events Pozzetto made a film... starring Mrs. Liliana herself who impersonated herself. But the most intense and most significant part of my life on the streets of Rome was when I returned there, after 10 years of absence, as a professional spiritual seeker. A kind of holy novice.

And in part I described some of the particular meetings with various "masters" I had between '74 and '76 in Rome. In those glorious years I had returned to live in Rome (temporarily because shortly thereafter I moved to Calcata), the mother country had called me back to the duty of presence, and I quietly stayed in the trenches, in the old house of an uncle recently deceased, in Via Emanuele Filiberto, 29.

From there I learned to know Rome well, walking along its streets every day and visiting every possible corner in which some form of "spirituality" was manifested, from the very nearby Porta Alchemica of Piazza Vittorio, to the basilica of Santa Maria Maggiore, to the Museum for the Middle and Far East, to the caves of Colle Oppio, to the alleys and alleys, churches and small churches of the Borgo....

Paolo D'Arpini



This story continues in the book "Compagni di viaggio"...

"Compagni di viaggio". The lay spiritual research begins and ends in the "Self" of Paolo D'Arpini, it can be requested in bookshops or directly from OM Edizioni (Tel. 051767079 – Cell. 393/33.64.368). If any of your friends are interested in organizing a presentation in your place of residence, please let us know as soon as possible so that we can agree on the most convenient ways and times (call 333.6023090) - Bilingual review: https://bioregionalismo.blogspot.com/2020 /01/travel-friends-lay-spiritual-search.html


Testo Italiano

Poesia, pause e silenzi… solo parole nere su fogli bianchi. Idea per una performance mai realizzata

... ricordate il mistero di Via Gradoli (che prende il nome da paesetto in provincia di Viterbo) in cui si celava il covo BR di Aldo Moro.. e nello stesso palazzo fu "pizzicato" Marrazzo con i trans...? Misteri di Roma!

Questo discorso sulle strade di Roma è molto intrigante... Ricordo ad esempio Via Cairoli, dove fui ospite dalla sora Liliana, una vecchia affittacamere, assieme a personaggi incredibili, lì vissi avventure straordinarie, nelle vesti di  un finto studente di 18 anni.  Da quelle vicende Pozzetto ne ricavò un film... interpretato dalla stessa signora Liliana che impersonava se stessa. Ma la parte più intensa e più significativa del mio vivere nelle strade di Roma fu allorché vi feci ritorno, dopo 10 anni di assenza, in veste di cercatore spirituale professionista. Una specie di novizio santo. 

Ed in parte ho descritto  alcuni  degli incontri particolari con vari "maestri" da me fatti  dal '74 al '76 in quel di Roma. In quegli anni gloriosi ero tornato a vivere a Roma (provvisoriamente perché di lì a poco mi trasferii a Calcata), la madre patria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, nella vecchia casa di uno zio da poco defunto, in Via Emanuele Filiberto, 29.

Da lì imparai a conoscere bene Roma, percorrendo le sue strade giornalmente a piedi e visitando ogni possibile angolo in cui si manifestasse qualche forma di “spiritualità”, dalla vicinissima Porta Alchemica di Piazza Vittorio, alla basilica di Santa Maria Maggiore, al Museo per il Medio ed Estremo Oriente, alle grotte del Colle Oppio, ai vicoli e vicoletti, chiese e chiesuole del Borgo....

Paolo D'Arpini



Questo racconto continua nel libro "Compagni di viaggio" ...

“Compagni di viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel "Sé" di Paolo D’Arpini, può essere richiesto in libreria o direttamente alla OM Edizioni (Tel. 051767079 – Cell. 393/33.64.368). Se qualcuno degli amici fosse interessato ad organizzare una presentazione  nel luogo di sua residenza ce lo comunichi al più presto in modo da accordarci sui modi e tempi più convenienti (chiamare 333.6023090) - Recensione bilingue:  https://bioregionalismo.blogspot.com/2020/01/travel-friends-lay-spiritual-search.html

domenica 10 dicembre 2023

Lay spirituality in transcendence and immanence... - Spiritualità laica nella trascendenza e nell'immanenza...



Lay Spirituality is syncretic in its acceptance of various forms of thought but does not take on the role of some of them, it remains in suspension, in a condition of detachment.

Obviously, to be genuine, laity must transcend even the very concept of "secularism", that is, it must not consider this attitude of detachment as a prerequisite for truth.

This is understandable if we observe "lay spirituality" in the domain of direct experience and therefore of the indescribability of its cognitive and experiential process. In short, in this sense "spirituality" and "laity" are synonyms with which we try to signify the absolute freedom of pure awareness, a freedom that can never be contained in a description. And how could we ever describe the true meaning of "Self-awareness"?

But from the point of view of the intellect it is possible to evoke a certain "image", as Secular Spirituality is already in itself an image, a "concept", in which to insert all those forms of "spirituality" experienced by the man.

We are aware of moving within the conceptualization we must therefore refer to the first agent indicated with the idea of spirituality.

If we start from the understanding of what is observed - external or internal - we cannot help but find that every "perception" occurs through the mind. The mind cannot be defined as physical, even if it uses the psychosomatic structure as an experiential basis, the nature of the mind is subtle, it is the same thought, and every thought has its root in the ego. Therefore the only subjective and objective reality through which we can say we are present is this I.

Calling it “spirit” is a way to distinguish it from the tendency to identify with the body, and it is a way to remind us that “consciousness” is our true nature. That self - or spirit - which is the only certainty we have, is the only thing worth knowing and realizing. Despite the projective capacity of the mind, capable of dividing itself into various forms, that root ego can never be separated from ourselves. The self is absolute in everyone. So spirituality is the conscious pursuit of one's nature, one's self.

Lay spirituality is recognizing this process in whatever form it manifests itself.

  There is equanimity and detachment, not proselytism on the method practiced (marginal appendix of the research). This secular vision has within itself a syncretic capacity but also the awareness of the insignificance of the specificity of the form in which the investigation manifests itself. It is understood that each “way” is only an expression of the same process in different phases. The path changes with the needs of the moment and with individual drives.

It is sincerity, honesty, perseverance that matter. There are no thoughts, gestures, rites, doctrines to be privileged. The flows pass the source is perennial. Be what you are, said a sage from India, and one from the West replied: Know thyself.

Paolo D'Arpini




Testo Italiano: 

La Spiritualità Laica è sincretica nell'accettazione delle varie forme di pensiero ma non riveste i panni di alcune d'esse, si tiene in sospensione, in uno condizione di distacco.

Ovviamente la laicità per essere genuina deve trascendere  persino il concetto stesso di "laicità", ovvero non deve considerare questo atteggiamento di distacco come un prerequisito di verità.

Ciò è comprensibile  se osserviamo  la "spiritualità laica"  nel dominio dell'esperienza diretta e quindi dell'indescrivibilità del suo processo conoscitivo ed esperienziale. Insomma in questo senso "spiritualità" e "laicità" sono sinonimi con i quali si tenta di
significare l'assoluta libertà della pura consapevolezza, una libertà che non può essere mai racchiusa in una descrizione. E come  potremmo mai descrivere il vero significato di "consapevolezza di Sé"?

Ma dal punto di vista dell'intelletto una certa "immagine" è possibile evocarla, in quanto  la Spiritualità Laica è già di per se stessa un’immagine, un "concetto", in cui inserire tutte quelle forme di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. 


Siamo  coscienti di muoverci all’interno della concettualizzazione  dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo  indicato  con l’idea di spiritualità.

Se partiamo dalla comprensione  di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperienziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale  possiamo dire di essere presenti è questo io.

Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme,  mai può scindersi quell’io radice da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno. Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io.

Spiritualità laica è il riconoscere questo processo   in qualsiasi forma  si manifesti.

 C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca).  Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta.   Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione  dello stesso processo in  fasi diverse. Il percorso  cambia con le necessità del momento e
con le  pulsioni individuali.

E’ la  sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare.  I flussi passano la sorgente è perenne.  Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India, ed uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso.

Paolo D'Arpini