martedì 2 marzo 2021

Restare ebrei (o bramini) per scelta... - Remaining Jews (or Brahmins) by choice ...

 

Di tanto in tanto ho una scambio di vedute con Paolo Bancale, direttore della rivista "Non Credo", con cui collaboro da anni su vari temi riguardanti la spiritualità laica. In alcuni numeri  sono stati pubblicati  vari miei articoli sul "problema" ebraico, esaminato con un approccio laico. Dico "laico" in senso totale, poiché spesso ho notato che molti critici del cristianesimo o dell'islamismo si definiscono "laici", mentre alla fine si scopre -per loro stessa ammissione- che  appartengono alla comunità ebraica. Quindi la loro critica delle altre religioni è un po' pelosa. 

Nel corso della mia esistenza  ho conosciuto diversi ebrei, con i quali ho stretto amicizia,  di solito questi amici hanno  dimostrano una grande apertura mentale e spesso non esitavano a definirsi liberi cercatori spirituali, e magari  "atei" o perlomeno "agnostici", quindi dal punto di vista intellettuale si potrebbero definire "laici". Il fatto è che l'adesione all'ebraismo, non  dipende semplicemente  da una  scelta religiosa filosofico-elettiva , nel senso del pensiero,  e quindi aperta a tutti. L'ebraismo è sostanzialmente un riconoscimento  etnico-culturale, che viene tramandato fra gli appartenenti del popolo  ebraico, cioè i nati da famiglia o da donna ebrea.  Il popolo ebreo e l'ebraismo sono perciò un tutt'uno inscindibile (indipendentemente dal credere o meno nella religione avita). 

Come avviene ad esempio nel bramanesimo induista, in cui i bramini dal punto di vista dottrinale possono appartenere a varie sette del Sanatana Dharma, possono essere  vishnuiti, shivaiti, shakta e persino nichilisti atei  ma continuano in realtà a mantenere la tradizione genetica braminica (sposandosi e riproducendosi solo tra bramini).   


Ed allora quando smette  un ebreo di appartenere all'ebraismo od un bramino  alla sua casta, oltre alla rinuncia intellettuale elettiva? 

La risposta è semplice: il momento in cui abbandona anche la tradizione genetica del matrimonio e della riproduzione all'interno della sua "etnia" o casta.  Non essendoci  più ascendenza-discendenza  le caratteristiche genetiche vengono rimescolate e pian piano le tracce ancestrali disperse assieme a quelle culturali. 

Certo alcune caratteristiche psicofisiche dominanti per un po' restano. Ma scompare il senso di appartenenza  al gruppo etnico. In un certo senso questa rinuncia alla "gens" è quanto fecero i romani antichi, che essendo originariamente etruschi, sabini, falisci e latini, etc. rinunciarono alla loro "famiglia genetica" per riconoscersi nella nuova cittadinanza romana. 

Però l'esempio dei romani non è da considerarsi "universale"  e definitivo poiché essi rifiutarono  le precedenti  origini tribali ma non si fusero con "l'umanità" in senso lato. Cambiarono soltanto il senso di  identità. Quindi va de a sé che una vera "laicità" deve avvenire nel ricongiungersi totalmente nell' "Umano" lasciando da parte ogni altra identificazione con religioni, etnie, razze o dir si voglia. 

Questo fu esattamente il mio caso. Infatti i miei nonni paterni erano entrambi  di origine ebraica, quella  "originale", non quella ashkenazita, che è composta da  turcomanni convertiti nell'anno 1000  (e che a rigor di logica non è di matrice semita), essi però durante il fascismo rinunciarono alla loro identità, forse per salvare la pelle o per simili ragioni. I loro figli, compreso mio padre, sposarono donne gentili, rompendo  la continuità genetica, ed io a mia volta ho continuato in questa strada di allontanamento.  Dal che si può affermare che la mia ascendenza-discendenza ebraica è  nulla. Resta -come detto sopra- solo qualche caratteristica psicofisica: il naso grosso ed un po' appuntito, l'intelligenza speculativa ed altre cosucce che non sto a menzionare.

Beh, perché vi sto raccontando tutto questo?  Qui ritorno ad un numero specifico della  rivista Non Credo in cui erano presenti addirittura tre lettere di lettori evidentemente di famiglia ebraica, in particolare mi riferisco alla lettrice Sarah Ancona, che scriveva al direttore Paolo Bancale: "Negli ultimi due fascicoli di Non Credo ed anche in fascicoli precedenti, si parla di ebrei, ma non di ebraismo in quanto religione, il che sarebbe nella normale tematica della rivista, ma piuttosto come popolo. Per inquadrare questi interventi nella loro categoria vorrei chiederle quale è la sua opinione sulla spinosa vicenda di quel popolo?" 

Il direttore rispose esaurientemente  ma "indirettamente" ho voluto anch'io rispondere alla signora Sarah Ancona. Una risposta che vuole anche essere un invito allo scioglimento nell'Umanità a cui tutti noi indistintamente apparteniamo. Aldilà di ogni componente etnica. Riconoscendoci quindi nella comune matrice della specie umana  e cancellando ogni vestigia di "razza", che tra l'altro anche dal punto di vista scientifico antropologico  non ha alcuna consistenza. Infatti la genetica ha stabilito che esiste una sola specie umana e le cosiddette "razze" non esistono,   non essendo altro che il risultato di  un adattamento  di popolazioni umane  che si sono evolute in determinati ambienti e clima.

Paolo D'Arpini





Testo Inglese:

From time to time I have an exchange of views with Paolo Bancale, director of the magazine "Non Credo", with whom I have been collaborating for years on various issues concerning lay spirituality. In some issues various articles of mine have been published on the Jewish "problem", examined with a secular approach. I say "lay" in a total sense, since I have often noticed that many critics of Christianity or Islam define themselves as "secular", while in the end it turns out - by their own admission - that they belong to the Jewish community. So their critique of other religions is a bit hairy.

In the course of my existence I have met several Jews, with whom I have made friends, usually these friends have shown a great open-mindedness and often did not hesitate to define themselves as free spiritual seekers, and perhaps "atheists" or at least "agnostics", therefore from intellectual point of view they could be defined as "secular". The fact is that adherence to Judaism does not simply depend on a philosophical-elective religious choice, in the sense of thought, and therefore open to all. Judaism is essentially an ethnic-cultural recognition, which is handed down among the members of the Jewish people, that is, those born to a family or a Jewish woman. The Jewish people and Judaism are therefore an inseparable whole (regardless of whether or not they believe in the ancestral religion).

As is the case for example in Hindu Brahmanism, where doctrinally Brahmins may belong to various sects of the Sanatana Dharma, they may be Vishnuites, Shaivites, Shaktas and even atheistic nihilists but they actually continue to maintain the Brahmin genetic tradition (by marrying and reproducing only among Brahmins).

And then when does a Jew stop belonging to Judaism or a Brahmin to his caste, in addition to elective intellectual renunciation?

The answer is simple: the moment in which he also abandons the genetic tradition of marriage and reproduction within his "ethnicity" or caste. As there is no longer ancestry-descent, the genetic characteristics are reshuffled and gradually the ancestral traces dispersed together with the cultural ones.

Certainly some dominant psychophysical characteristics remain for a while. But the sense of belonging to the ethnic group disappears. In a certain sense this renunciation of the "gens" is what the ancient Romans did, who being originally Etruscans, Sabines, Faliscians and Latins, etc. they renounced their "genetic family" to recognize themselves in the new Roman citizenship.

But the example of the Romans is not to be considered "universal" and definitive since they rejected the previous tribal origins but did not merge with "humanity" in the broad sense. They only changed the sense of identity. So it goes without saying that a true "secularism" must take place in totally reuniting with the "Human", leaving aside any other identification with religions, ethnic groups, races or if you prefer.

This was exactly my case. In fact my paternal grandparents were both of Jewish origin, the "original" one, not the Ashkenazi one, which is composed of Turkmen converted in the year 1000 (and which logically is not of Semitic origin), but during the Fascism they renounced to their identity, perhaps to save their skin or for similar reasons. Their children, including my father, married kind women, breaking the genetic continuity, and I in turn continued on this path of distancing. From which it can be said that my Jewish ancestry is null. As mentioned above, only some psychophysical characteristics remain: the big and slightly pointed nose, the speculative intelligence and other little things that I am not going to mention.

Well, why am I telling you all this? Here I return to a specific issue of the magazine Non Credo in which there were even three letters from readers evidently of Jewish family, in particular I refer to the reader Sarah Ancona, who wrote to the editor Paolo Bancale: "In the last two issues of Non Credo and also in previous issues, we speak of Jews, but not of Judaism as a religion, which would be in the normal theme of the magazine, but rather as a people. To put these interventions in their category, I would like to ask you what is your opinion on the thorny story of that people?"

The manager answered exhaustively but "indirectly" I also wanted to answer Mrs. Sarah Ancona. An answer that also wants to be an invitation to dissolve in Humanity to which we all belong indiscriminately. Beyond any ethnic component. Recognizing ourselves therefore in the common matrix of the human species and erasing all vestiges of "race", which among other things, also from the scientific and anthropological point of view, has no consistency. In fact, genetics has established that there is only one human species and the so-called "races" do not exist, being nothing more than the result of an adaptation of human populations that have evolved in certain environments and climates.

Paolo D'Arpini

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