mercoledì 21 febbraio 2018

Diversity as a symbol of unity - Diversità come simbolo di Unità



In the infinite process of manifestation, the human being is only one of the countless expressive modes of intelligence. There is no limitation in the vital expression, we can imagine beings composed of other materials from the organic one that distinguishes us, for example in Indian cosmology we speak of "inhabitants" of other astral and physical worlds, who share with us the intelligence and the conscience but in forms completely different from ours. We talk about different dimensions and different evolutions.

In creative fantasy, and we can also observe it here on Earth, there are no two leaves of the same tree that are identical , there are no two grains of sand of the same beach that are equal, there are not, between the  billions, two men that are the same, even the cloned animals show particular differences from each other. In short, every being is a unique and unrepeatable representation of the Absolute Consciousness.

In the universal film in continuous production and projection, fantasy and diversity are a rule, as if to say that everything changes but not the capacity for change that always remains. All this living unfolds on the screen of the Universal Mind while Consciousness vivifies the creative game and observes it. Yin and Yang. Shiva and Shakti. Light and Darkness, Motion and Inertia.

Then, having ascertained that the process is indefinable from the point of view of mental understanding, it remains a basic fact, everything that is always present is in the Whole.

There can be no separation, no limitation can exist in the Presence of the Absolute in all its forms and images. Well, so we're 100 percent sure that we are That. We can not be other than that. The Absolute!

But now let us return to the relative, let us return to the experience of opposites experienced in our dual world: good and evil, egoism and altruism, joy and pain, desire and fear. Certainly each of these sensations (or thoughts) is relative, therefore fictitious and unreal, but we perceive it and cruelly experience it in our daily life.

But the integration of opposites is at the root of the return to our primigenial awareness. To the spontaneous capacity to be what we are in Unity, beyond the concept of space and time, beyond any separative illusion.

The process of return to the unitary consciousness that drives every single being towards that pure awareness involves various miracles and mysterious changes. Adaptation to new states of consciousness always involves the whole mass body of the species, but in our human dimension we are accustomed to locomotive functioning, that is two steps forward and one back, also called growth by attempts  and error. For this reason it seems that evolution is lacking in linearity and continuity.

In our civilization we lived several moments that seemed heavenly, but lacked a holistic understanding. A bit like what happens in the animal world in which spontaneity apparently reigns supreme, but consciousness is lacking in self-awareness and reasoning ability.

In short, we must be able to integrate intuition and reason into a holistic understanding of our functioning and this accomplished we can proceed to forget the experimental process in order to live the experience in itself. Observer and observed, matter and spirit, can not be separated and this is true both in the world of modern physics and in the spiritual context.

What we live is nothing but the reflection of what we are, and when we can remain aware of this,  fades and disappears the drive to achieve purely external results (egotistic or retrograde) due to the thrusts of fear and desire. In fact, if we remain victims of these thrusts, we feel the need to "conquer" results even overpowering others, which is tantamount to saying that we believe we can indulge in eating our own  flesh in the attempt to reach a growth.

How can we consider that anything is outside of ourselves?

Paolo D'Arpini

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Testo italiano

Nel processo infinito della manifestazione l’essere umano è solo uno degli innumerevoli modi espressivi dell’intelligenza. Non c’è limitazione nell’espressione vitale, possiamo immaginare esseri composti di altre materie da quella organica che ci contraddistingue, ad esempio nella cosmologia indiana si parla di “abitanti”  di altri mondi astrali e fisici, che condividono con noi l’intelligenza e la coscienza ma in forme completamente diverse dalla nostra. Si parla di diverse dimensioni e di diverse evoluzioni.

Nella fantasia creativa, e possiamo osservarlo anche qui sulla Terra, non esistono due foglie dello stesso albero che siano uguali, non esistono due granelli di sabbia della stessa spiaggia che siano uguali, non esistono fra i miliardi di uomini due che siano identici, persino gli animali clonati manifestano evidenti differenze gli uni dagli altri. Insomma ogni essere è una rappresentazione unica ed irripetibile della Coscienza Assoluta.

Nel film universale in continua produzione e proiezione la fantasia e la diversità sono una regola, come dire che tutto cambia ma non la capacità di cambiamento che sempre permane. Tutto questo vivere si srotola sullo schermo della Mente Universale mentre la Coscienza vivifica il gioco creativo e lo osserva. Yin e Yang. Shiva e Shakti. Luce e Tenebra, Moto ed Inerzia.

Allora, appurato che il processo è indefinibile da punto di vista della comprensione mentale, resta però un fatto basilare, tutto quel che è sempre è presente nel Tutto.

Non può esserci separazione alcuna, non può sussistere alcuna limitazione nella Presenza dell’Assoluto in ogni sua forma ed immagine. Bene, quindi siamo certi al 100 per cento di essere Quello. Non possiamo essere altri che Quello. L’Assoluto!

Ma ora  torniamo al relativo, torniamo all’esperienza degli opposti vissuta nel nostro mondo duale: bene e male, egoismo ed altruismo, gioia e dolore, desiderio e paura. Certo ognuna di queste sensazioni (o pensieri) è relativa, perciò fittizia ed irreale, però noi la percepiamo e crudelmente la sperimentiamo nel nostro vivere quotidiano.

Ma l’integrazione degli opposti è alla radice del ritorno alla nostra consapevolezza primigenia. Alla capacità spontanea di essere ciò che siamo nell’Unità, aldilà del concetto di spazio e di tempo, aldilà di ogni illusione separativa.

Il processo di ritorno alla coscienza unitaria  che sospinge ogni singolo essere verso quella pura consapevolezza avvengono vari miracoli e misteriosi cambiamenti. L’adattamento ai nuovi stati di coscienza coinvolge sempre e comunque tutto il corpo massa della specie, ma nella nostra dimensione umana noi siamo abituati al funzionamento a locomotiva, ovvero due passi avanti ed uno indietro, anche definito crescita per tentativi ed errori. Per questa ragione sembra che l’evoluzione manchi di linearità e continuità. 

Nella nostra civiltà abbiamo vissuto vari momenti che sembravano paradisiaci, che mancavano però di una comprensione olistica. Un po’ come avviene nel mondo animale in cui la spontaneità apparentemente regna sovrana ma la coscienza è carente di auto-consapevolezza e di capacità ragionativa.

Insomma dobbiamo poter integrare l’intuizione e la ragione in una comprensione olistica del nostro funzionamento e ciò fatto possiamo procedere a dimenticare il processo sperimentale per poter vivere l’esperienza in se stessa. Osservatore ed osservato, materia e spirito, non possono essere separati e questo vale sia nel mondo della fisica moderna che nel contesto spirituale.

Quello che noi viviamo non è altro che il riflesso di ciò che noi siamo,  e quando possiamo restare consapevoli di ciò si affievolisce e  scompare la pulsione ad ottenere risultati puramente esterni (egotistici o retrogradi) dovuti  alle spinte di paure e desideri.  In effetti se restiamo vittime di queste spinte sentiamo il bisogno di “conquistare” risultati anche sopraffacendo gli altri, il che equivale a dire che riteniamo di poter indennemente mangiare le nostre stesse carni nel tentativo di ottenere una crescita.

Come possiamo considerare che qualcosa sia al di fuori di noi stessi? 

Paolo D’Arpini

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