sabato 30 maggio 2026

Un discorso sul "riabitare" secondo la Rete Bioregionale Italiana...


Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche, che sono presenti in un dato ecosistema, costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali…

Essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano (sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato per diversi anni a Verona), ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione in quel piccolo borgo abbandonato che era Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo…), posso affermare che massimamente il mio procedere “bioregionale” si è svolto in un ambito sociale “cittadino”. Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un “organismo” comunitario umano.

Come forse già saprete dal 2010 mi sono trasferito a Treia, una modesta cittadina dell'entroterra marchigiano, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale…. Infatti Roma, la città in cui sono nato, è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona, in cui vissi una quindicina d'anni, conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata, dove risiedetti per 33 anni, di residenti ne contava (tra borgo vecchio e quello nuovo) meno di mille… Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l’ambiente e le forme viventi senza dover rinunciare ai vantaggi della “civitas”, essendo noi umani esseri altamente socializzanti…

Il “Bioregionalismo” e l' “Ecologia profonda” non sono nuove invenzioni rappresentano in realtà un modo di vivere molto antico e saggio, che fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all’avvento dell’industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il bioregionalismo e l’ecologia profonda contraddistinguono un modo di esistere che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.


Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – genius loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

In una ottica bioregionale – volendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Ma dovremmo partire da una considerazione numerica per una comunità che vive in un contesto urbano e cioé esaminare il tipo di interrelazioni che il numero degli abitanti consente ad una condivisione sociale e produttiva sostenibile e soddisfare anche le necessità di interrelazioni culturali. 

Volendo restare in un ambito di possibile “Comunità Ideale” non si dovrebbe superare il numero di diecimila abitanti. Perché? Per un semplice motivo: per mantenere costruttive e vivificanti le interrelazioni tutti i componenti di una comunità “originaria” dovrebbero avere la possibilità di connettersi indirettamente o direttamente con tutti gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso contesto urbano e comunitario. Tutti “elementi effettivi” della stessa collettività. Rendendo così possibile ogni ramo di interesse sociale e produttivo aperto alla compartecipazione e convivenza nello stesso luogo. In tal modo le varie entità (o gruppi di individui) sono paritetiche l'una l'altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della comunità ideale. 

I membri di questa città “bioregionale” apparterranno a categorie diverse ma insieme vivono e collaborano al bene collettivo. Tra gli abitanti è possibile mantenere numerosi rapporti interpersonali come fra membri di una grande tribù. Questa si può definire "società ideale" ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma la densità di abitanti che vivono in un agglomerato urbano, secondo me, non dovrebbe superare il numero di diecimila individui. 

Giacché questo è il limite per il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale deve comprendere criteri di interconnessione sociale in sintonia con questi termini numerici. Ed è questa è la ragione per cui trovo che Treia sia qualificata per assurgere a modello sociale bioregionale, avendo una popolazione di poco meno di diecimila abitanti...


Attenzione, non ho nulla contro la vita negli agglomerati urbani, ma occorre portare elementi di riequilibrio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano. Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.

Mi sembra che il materiale trattato su questo tema per il momento possa bastare al fine di una riflessione.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana




Post Scriptum...


Il pensiero bioregionale, in verità, è presente nella comunità umana dai tempi più remoti, si chiama “Naturalismo” ed è stato il sottofondo di tutte le culture matristiche, del taoismo, delle religioni naturalistiche antiche, etc. Mi piace concludere questo discorso sul tema "bioregionale" con una riposta di Ramana Maharshi, molto prima che venisse coniato il termine “bioregionalismo“, alla domanda “come dovrebbe comportarsi l’uomo in una società ideale?”

“Una società è l’organismo;
i suoi membri costituenti sono gli arti
che svolgono le sue funzioni.
Un membro prospera quando
è leale nel servizio alla società
come un organo ben coordinato funziona nell’organismo.
Mentre sta fedelmente
servendo la comunità,
in pensieri, parole ed opere,
un membro di essa
dovrebbe promuoverne la causa
presso gli altri membri della comunità,
rendendoli coscienti ed inducendoli
ad essere fedeli alla società,

come forma di progresso per quest’ultima” 

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