giovedì 18 gennaio 2024

"Discrimination and detachment" - "Discriminazione e distacco"

 


Every religion was "created" to confuse, while to clarify it is necessary to distinguish, renouncing pre-established positions of thought: "Solve et coagula" - "To orient yourself in the infinite, you must distinguish and then unite" (Goethe). But be careful, judgment is one thing and discrimination is another...

I do not reject the existence of an absolute and omnipervading "God" who, being the only real presence, includes within himself every aspect of the manifest and the unmanifest.

The god, better defined as "archon", of monotheistic religions is a simple assumption and mental projection, as is every personal description of the One. For the One cannot assert the One.

The "religion" itself would not be guilty but all the priests, popes, rabbis and mullahs who have used the natural movement of "returning" to the Self (or God) are! They have carried out the greatest deception and cheating, towards themselves and their neighbors, they have in truth carried out the deceptive function of "the envious evil...", separating what is inseparable and then pretending to want to "re-unite" it through the pursuit of a religious dictate and a "salvation" reserved for "believers".

In truth, there is no obligation to remain mired in a "belief" (the moment we have understood the consequences). Only he who insists on believing is a participant and slave to that belief.

Yet, isn't belief a simple thought, an opinion? So why remain entangled in something that is a mere illusion, a dual symbol of separation?

And isn't it even said in the Gospel, "blessed are the poor in spirit, for theirs is the kingdom of heaven"? And in this case, isn't it perhaps the "spirit" of stubbornness and the illusion of believing oneself separate that prevents access to that kingdom?

Personally, I don't go into the merits of the discussion on the truthfulness of religions. From the point of view of secular thought, belief is a free personal choice, therefore: “de gustibus non est disputandum!”

But I would like to open a discriminative crack. Believing is static, experiencing is dynamic. Believing is the result of memory and blind acceptance, experimenting is the result of action and selective discrimination.

The only incontrovertible truth is the one corroborated by one's own experience... but unless one has a direct internal revelation, claiming to believe in a religion is a mental exercise of will and is devoid of any substantiality. This is different in the case of direct experience or "realization". But since "realization" occurs in the Self, we can safely say that this "intrinsic truth" is the only real truth, everything else being simple mental projection.

Let us therefore abandon vanity and separative arrogance and without fear make the "return home", in recognizing ourselves in what is...

Paolo D'Arpini






Testo Italiano: 

Ogni religione è stata “creata” per confondere, mentre per fare chiarezza occorre distinguere, rinunciando a posizioni precostituite di pensiero.

“Solve et coagula” – “Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire” (Goethe). Ma attenzione un conto è il giudizio ed un altro la discriminazione…
Non rifiuto l’esistenza di un “Dio” assoluto ed onnipervadente che, essendo la sola presenza reale, comprende in sé ogni aspetto del manifesto e dell’immanifesto.

Il dio, meglio definito “arconte”, delle religioni monoteiste è semplice assunzione e proiezione mentale, come lo è d’altronde ogni descrizione personale dell’Uno. Poiché l’Uno non può asserire l’Uno.

La “religione” in se stessa non sarebbe colpevole ma lo sono tutti i sacerdoti, papi, rabbini e mullah che hanno utilizzato il moto naturale del “ritorno” al Sé (o Dio)! Essi hanno compiuto il più grande inganno ed imbroglio, verso se stessi ed il loro prossimo, essi hanno in verità svolto la funzione ingannatrice “dell’invidioso maligno…” ,separando ciò che è inseparabile per poi pretendere di volerlo”ri-unire” attraverso il perseguimento di un dettame religioso ed una “salvezza” riservata ai “credenti”.

In verità non v’è alcun obbligo a restare impantanati in un “credo” (il momento che ne abbiamo capito le conseguenze). Solo colui che insiste nel voler credere è compartecipe e succube di quel credo.

Eppure, non è il credere un semplice pensiero, una opinione? Quindi perché restare avvinghiati ad un qualcosa che è mera illusione, un simbolo duale della separazione?

E non è detto persino nel vangelo, “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”? Ed in questo caso non è forse lo “spirito” della caparbietà e dell’illusione di credersi separati che impedisce l’accesso a quel regno?

Personalmente non entro nel merito del discorso sulla veridicità delle religioni. Dal punto di vista della laicità di pensiero il credere è una libera scelta personale, quindi: “de gustibus non est disputandum!”

Ma vorrei aprire una fessura discriminativa. Il credere è statico, l’esperimentare è dinamico. Il credere è il risultato della memoria e dell’accettazione cieca, l’esperimentare è il risultato di una azione e di una discriminazione selettiva.

L’unica verità incontrovertibile è quella corroborata dalla propria esperienza… ma a meno che non si abbia una rivelazione diretta interiore affermare di credere in una religione è un esercizio mentale di volontà ed è privo di ogni sostanzialità. Cosa diversa nel caso di esperienza diretta o “realizzazione”. Ma siccome la “realizzazione” avviene nel Sé, possiamo tranquillamente affermare che questa “verità intrinseca” è l’unica reale verità, tutto il resto essendo semplice proiezione mentale.

Abbandoniamo, dunque, la vanità e l’arroganza separativa e compiamo senza paura il “ritorno a casa”, nel riconoscersi in ciò che è…

Paolo D’Arpini

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