domenica 1 febbraio 2026

Trovare il proprio ruolo nel mondo... senza pretese!

 


"Alice: quale via dovrei prendere? Gatto: dipende dove vuoi andare. Alice: ma io non so dove andare. Gatto: allora non importa quale via prendere" (Lewis Carroll)

 

 “Ognuno deve riuscire a scoprire quale è il suo vero ruolo in questa vita e non accettarne uno non vero.” (Roberto Anastagi)

Concordo con questo pensiero, che è allineato al concetto portante della psicologia analitica di Jung che viene espresso con queste parole: il percorso d’individuazione dell’anima. E’ una sintesi moderna che attinge dalla tradizione gnostica ed alchemica e che ritengo tutt’ora valida ed attuale.

Il concetto espresso da Jung suggerisce di porre maggiore attenzione nella realizzazione interiore invece che in quella esclusivamente esteriore, grazie all’ascolto e al riconoscimento delle motivazioni con le quali siamo venuti su questo pianeta e di far incontrare tutto ciò con la realtà esterna, “ricostruita” nel pensiero ed rielaborata nella profondità da noi stessi attraverso la “coniunctio oppositorum”.

Se applicheremo la strategia del “percorso d’individuazione dell’anima” non necessariamente ci sentiremo allineati con i valori che la società attuale vuole imporre attraverso il mito della “personalità”, espresso nell individualismo sfrenato… che spesso non è altro che una “maschera” con la quale ci illudiamo di realizzare il massimo da questa vita, ma che invece può solo allontanarci dai sentimenti e dalle aspirazioni più autentiche.

L’unico risultato che otterremo, vivendo per alimentare la personalità sarà l’angoscia, l’ansia da prestazione, il sospetto che qualcun altro possa essere migliore di noi, la paura di perdere tutto quello che abbiamo conquistato… quindi otterremo la malattia del corpo, della mente e dello spirito.

Se cadremo nella trappola della “personalità” ci lasceremo sfuggire le occasioni di confronto, di condivisione, di miglioramento, di reale trasformazione, di contatto autentico con la realtà dell’anima sognante, splendente di Luce, saggezza e gioiosità, dove noi non siamo diversi dall’altro, bensì ci rispecchiamo nell’altro e sappiamo di poter vivere senza alimentare il concetto di “separazione”, bensì coltivando l’umanità, la compassione, l’armonia, la fraternità.

Renato Tittarelli



sabato 31 gennaio 2026

Jews against Zionism! - Ebrei contro il sionismo!

 


It's important to clarify what anti-Semitism and anti-Zionism are... and it's important to know how Israeli children, future soldiers raised on bread and hate, are raised. Jews are the first to denounce Zionism and Israel's crimes in Palestine...

Have you ever wondered what anti-Semitism is?

I know... It might seem like a trivial question, even stupid for many; yet today, many people ask it, Jews included. Some examples?

Norman G. Finkelstein, son of Jewish survivors, university professor, and author of several books, including "Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History." In this book, Finkelstein denounces accusations of anti-Semitism leveled by some Jewish organizations against opponents of the State of Israel's policies.

Shea Hecht, a rabbi and Jewish community leader, has argued that the ADL (Anti-Defamation League) creates cases of anti-Semitism where none exist, in order to justify the league's existence.

Yoav Shamir, an Israeli filmmaker, following accusations of anti-Semitism leveled at his first film, decided to address the sensitive topic in his second documentary, "Defamation." Below are excerpts from the film's review: "Shamir interviews various figures from the Israeli world, from his own grandmother to prominent rabbis, from the Anti-Defamation League, to actual academics considered mavericks (intellectually speaking), excluded from the Israeli intelligentsia, and even accused of Holocaust denial. Shamir travels from Jerusalem to New York, from Rome to Moscow, from Kiev to Auschwitz, and also casts a glance at the education received by the new generations, instilled with an exasperated sense of persecution and terror that at times borders on the ridiculous.

Content-wise, he is courageous in exploring from within the sense of persecution of some Jews, in highlighting the contradictions of intersecting racism across minorities (such as African-Americans and Jews) and within the Israeli state itself, and in questioning the true meaning of anti-Semitism today, asking whether the Holocaust is not At times, it has been used as a convenient tool to distort perspectives in clashes with Muslims, for example, and to mask other international political and economic interests tied to the state of Israel—as some claim.



Testo italiano: 

E' importante fare chiarezza su cosa sia l'antisemitismo e l'antisionismo... ed è importante sapere come crescono i ragazzi Israeliani, futuri soldati cresciuti a pane ed odio. Gli ebrei sono i primi a denunciare il sionismo e i crimini di Israele in Palestina…"

Vi siete mai chiesti cosa sia l'antisemitismo?

Lo so... Sembrerebbe una domanda banale, per molti addirittura stupida; eppure oggigiorno sono in tanti a chiederselo, ebrei compresi. Qualche esempio?

Norman G. Finkelstein, figlio di sopravvissuti ebrei, professore universitario ed autore di diversi libri tra cui «Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History». In questo libro Finkelstein denuncia le accuse di antisemitismo proferite da alcune organizzazioni ebraiche nei confronti degli oppositori alla politica dello Stato d'Israele.

Shea Hecht, rabbino e leader della comunità ebraica, ha affermato che l'ADL (Lega Anti-diffamazione) crea casi di antisemitismo laddove non ci sono, al fine di giustificare l'esistenza della lega stessa.

Yoav Shamir, regista Israeliano, in seguito ad accuse di antisemitismo rivolte al suo primo film, ha deciso di affrontare il tema delicato nel suo secondo documentario "Defamation". Qui di seguito vi riporto alcune parti della recensione del film: "Shamir intervista diversi esponenti del mondo israeliano, a partire dalla propria nonna fino a eminenti rabbini, dalla lega anti-diffamazione, a veri e propri accademici considerati cani sciolti (intellettualmente parlando), esclusi dall'intellighenzia israelita, e accusati perfino di negare l'olocausto. Shamir viaggia da Gerusalemme a New York, da Roma a Mosca, da Kiev ad Auschwitz e getta anche uno sguardo sull'educazione ricevuta dalle nuove generazioni, a cui viene inculcato un esasperato sentimento di persecuzione e terrore che a volte sconfina quasi nel ridicolo.

Da un punto di vista dei contenuti, è coraggioso nell'indagare dall'interno il senso di persecuzione di alcuni ebrei, nel sottolineare le contraddizioni di un razzismo incrociato attraverso le minoranze (come afro-americani ed ebrei) e dentro lo stesso stato israeliano, e nel mettere in discussione il vero significato dell'antisemitismo oggi, chiedendosi se l'olocausto non venga adoperato, a volte, come uno strumento di comodo per distorcere le prospettive negli scontri con i musulmani, ad esempio, e per mascherare altri interessi politici ed economici internazionali legati allo stato di Israele - come alcuni sostengono.

venerdì 30 gennaio 2026

Ebraicità perduta, sheol, olocausto e campo psichico...

 


Di seguito  ampi stralci del fondamentale saggio di Gilad Atzmon, «Purim special - from Esther to AIPAC», apparso su Counterpunch il 3-4 marzo 2007. Atzmon, israeliano di nascita dove ha combattuto militarmente per Israele, ha scelto oggi di vivere a Londra, da europeo e non da ebreo. E’ un noto sassofonista jazz. Il suo ultimo CD, «Exile», che riecheggia i motivi polemici di questo suo scritto, è stato definito dalla BBC il miglior disco jazz dell’anno.

L’ebraicità è un concetto assai vasto.
Si riferisce a una cultura con molte facce, tanti gruppi distinti, diverse credenze, campi politici opposti, etnie differenti.
Ma questa gente così diversa si identifica come «ebreo», e ciò sorprende. […]
Cercherò di identificare il legame collettivo, intellettuale, spirituale e mitico, che rende l’ebraicità una identità così potente.

[…] La ebraicità si autodetermina come razziale, ma il popolo ebraico non forma un gruppo etnico omogeneo.
Alcuni la intendono come la continuazione del giudaismo, inteso come religione. […] Ma molti sono atei, e anche oppositori del giudaismo e di ogni fede, e tuttavia mantengono l’identità ebraica, anzi  ne sono estremamente orgogliosi.

Che cosa costituisce l’ebraicità?
E’ una forma di religione,  un’ideologia o uno «stato della mente»?
E se la giudaità è una religione, bisogna chiedersi: in che cosa credono i suoi seguaci? In che cosa si differenzia dal cristianesimo, dall’Islam e dal giudaismo? Se l’ebraismo è un’ideologia, allora c’è da chiedersi: per che cosa si batte quest’ideologia? E’ monolitica? Promuove un nuovo ordine mondiale? Reca un messaggio universale per l’umanità  intera, o è una manifestazione di precetti tribali? Se poi l’ebraicità è uno stato mentale, bisogna chiedersi se è una mentalità razionale o irrazionale. E se sta nel rango delle cose inesprimibili, o si può esprimere. Io suggerisco di considerare la remota possibilità che l’ebraismo sia uno strano ibrido, di religione, di ideologia e di mentalità insieme.

La religione olocaustica
Yeshayahu Leibowitz, il filosofo che era anche un ebreo osservante, disse una volta ad Uri Avneri (figura storica del pacifismo israeliano, ndr): «La religione ebraica è morta due secoli fa. Oggi nulla unisce gli ebrei nel mondo, a parte l’olocausto».

Il filosofo Leibowitz , nato in Germania, è stato il primo a vedere che l’olocausto è diventato la religione degli ebrei.
L’olocausto è ben più che una narrazione storica, contiene anzi molti elementi di una religione. Ha i suoi grandi sacerdoti (Elie Wiesel, Simon Wiesenthal, ecc.), i suoi profeti (Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e tutti quelli che «profetizzano» l’imminente giudeocidio da parte dell’Iran). Ha i suoi comandamenti e dogmi («Mai più», «Sei milioni» e così via).

Ha i suoi rituali (Giorno della Memoria, pellegrinaggi ad Auschwitz).
Ha i suoi santuari e templi, Yad Vashem, il museo dell’olocausto e oggi l’ONU.
Come non bastasse, la religione dell’olocausto è mantenuta viva da una potente rete economica e da infrastrutture finanziare globali («l’industria dell’olocausto» di cui parla Norman Finkelstein). Fatto altamente significativo, è tanto coerente da imporre l’identità del nuovo «anticristo» (i «negazionisti»), e tanto potente da perseguirli per legge (norme contro il negazionismo).

I dotti obietteranno che l’olocausto non è una religione perché non contempla l’esistenza di un Dio da adorare e da amare. Io mi permetto di obiettare: l’olocausto è precisamente la religione che incorpora la visione del mondo laico e progressista  d’oggi. Ha trasformato l’amore di sé in una convinzione dogmatica, in cui il fedele osservante adora sé stesso.

In questa religione, gli ebrei adorano «l’Ebreo».
E’ l’adorazione esclusiva dell’ego mio, in quanto soggetto di sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. […]
Marc Ellis, il teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia dell’olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità e normalizzazione».
Tale religione pone l’Ebreo nel ruolo centrale dentro il suo proprio universo ego-centrico. Il «sofferente» e l’«innocente» marcia verso il «riscatto» e la sua «liberazione».

E’ ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo dio degli ebrei, tutto si gioca sull’ebreo che riscatta sé stesso. […] Nello stesso tempo, l’olocausto funziona come interfaccia ideologica. Fornisce al seguace un logos, un discorso. A livello cosciente fornisce una visione del passato e del presente che sembra storica e fattuale, ma non si ferma qui: definisce anche la lotta futura. Dà la visione del futuro ebraico.

Contemporaneamente, nell’inconscio, riempie il soggetto ebraico dell’angoscia più definitiva: la paura della distruzione dell’Io.
Un’ottima ricetta per una religione vincente. […]

E’ interessante notare che la religione dell’olocausto si estende molto al di là della comunità ebraica. Essa è missionaria; eleva santuari in terre lontane.
Anzi vediamo che questa religione emergente sta già diventando il nuovo ordine mondiale: è l’olocausto che oggi viene usato come alibi per incenerire l’Iran con bombe atomiche.

Chiaramente l’olocausto serve al discorso politico israeliano , ma fa appello anche ai goym, specie a quelli che sono impegnati a massacrare spietatamente «nel nome della libertà».
Siamo tutti soggetti a questa religione: solo che alcuni sono i suoi credenti, gli altri semplicemente soggetti al suo potere.
I negatori dell’olocausto sono soggetti alla persecuzione da parte dei gran sacerdoti della religione. La religione dell’olocausto costituisce oggi «il Reale» per l’Occidente. Non siamo autorizzati a toccarlo, a guardarci dentro.
Proprio come gli israeliti, che sono obbligati ad adorare il loro YHWH, ma non autorizzati  a porgli domande. […]

Io sostengo che la religione dell’olocausto esisteva già molto tempo prima delle «soluzione finale» (1942), ben prima della Kristalnacht (1938), prima delle leggi razziali di Norimberga (1936) e ben prima che l’American Jewish Congress dichiarasse una guerra economica contro la Germania nazista (1933); anzi, prima che Hitler fosse nato (1889).

La religione dell’olocausto è antica quanto gli ebrei.
In un articolo recente ho parlato del «Disordine da Stress Pre-traumatico» come tipica sindrome ebraica. In questo stato clinico, lo stress è il risultato di un evento fantasmatico-immaginario che può avvenire nel futuro, che non è mai avvenuto.

Al contrario del «Disordine da Stress Post-traumatico», che è una reazione ad un evento traumatico che ha avuto luogo nel passato [è il PSTD, che colpisce i soldati traumatizzati dalla guerra] nello «Stress Pre-Traumatico» lo stress deriva da un evento potenziale «immaginario».
Qui, la fantasia di un terrore futuro dà forma alla realtà presente.
La dialettica della paura domina l’esistenza e la mente ebraica molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Questa paura è sfruttata politicamente dai capi ebraici fin dai giorni dell’emancipazione; ma è molto più antica della storia ebraica moderna.
Di fatto, è l’eredità del Tanach (la Bibbia ebraica) che ha posto gli ebrei nello stato pre-traumatico. E’ la Bibbia ebraica che ha posto la vita ebraica nel binario dell’innocenza-sofferenza e della persecuzione-riscatto.
Più specificamente, la paura del giudeocidio è intessuta nello spirito, nella cultura e nella letteratura ebraiche.
In questo senso, io affermo che è la religione dell’olocausto che ha trasformato gli antichi israeliti in ebrei.

Sono sempre più numerosi gli studiosi biblici che mettono in discussione la storicità della Bibbia.
Niels Lechme, nel suo saggio «I Cananei e la loro terra», dice che la Bibbia è  stata per la maggior parte «scritta dopo l’esilio babilonese (circa 300 avanti Cristo) e che questi testi rielaborano, e in gran parte inventano, la precedente storia israelita in modo da riflettere e legittimare le esperienze di coloro che sono tornati dall’esilio babilonese».

In altri termini, essendo scritta da profughi tornati a casa, la Bibbia incorpora una dura ideologia dell’esilio in una narrativa storica.
Analogamente all’ideologia sionista primitiva che considerava l’assimilazione come una minaccia mortale (1), «le comunità raccolte sotto il comando dei sacerdoti di YHVH (al tempo dell’esilio babilonese) vedevanol’assimilazione come un’apostasia; non solo come una morte sociale per se stessi in quanto giudei, ma come un tentato deicidio. Essi decisero di persistere in un impegno assoluto ed esclusivo a YHVH, sicuri che Egli li avrebbe fatti tornare alla terra da cui erano stati cacciati. La prescritta purezza di sangue fu il mezzo di salvaguardare i confini della nazione, il divieto dei matrimoni misti il mezzo per mantenerla. I sacerdoti crearono anche una serie di precetti esclusivizzanti che separavano il popolo dai suoi vicini: oltre ad un surrogato del culto del Tempio, anche un calendario religioso distinto, che li rendeva capaci di vivere ritualmente in un ritmo temporale diverso dai gruppi umani con cui condividevano lo spazio. Questo serviva a mantenere la differenza, senza impedire loro di commerciare, e dunque di arricchire, tra i babilonesi».

Ecco perché l’ebraicità fiorisce in esilio, ma perde la sua forza  quando diventa un fatto domestico. Essendo incentrata su un’ideologia di sopravvivenza collettiva da emigrati, l’ebraicità è al suo meglio nell’esilio; ma allo stesso tempo, ciò che mantiene l’identità collettiva ebraica è la paura. Come nell’odierna religione dell’olocausto, l’ebraicità impianta la paura del giudeocidio al centro della psiche ebraica, e offre i mezzi spirituali, ideologici e pratici per convivere con questa paura.

Il Libro di Ester
Il Libro di Ester è la storia biblica alla base della festa di Purim, probabilmente la celebrazione ebraica più gioiosa.
Il libro narra la storia di un tentato giudeocidio e di come gli ebrei riuscirono a cambiare il loro fato. Gli ebrei riescono, nel libro, non solo a salvarsi, ma anche a vendicarsi. La storia ha luogo nel terzo anno di regno di Assuero, che è identificato di solito con il re persiano Serse. E’ una storia di palazzo, di complotti e di una bella regina ebrea, Ester, che sventa il giudeocidio all’ultimo istante.

Nel racconto, re Assuero ripudia la sua sposa Vashti, perché essa ha rifiutato di «visitarlo» durante una festa.
Tra le candidate ad essere la nuova moglie di Assuero c’è Ester.
Nel frattempo, il primo ministro di Assuero, Haman, complotta per ottenere dal re un editto che ordini di ammazzare tutti gli ebrei, senza sospettare che Ester è ebrea.
Ester, con suo cugino Mordechai, salva il popolo.
A rischio della vita, la donna avverte Assuero del complotto omicida di Haman.
Haman e i suoi figli vengono impiccati  sulla forca alta cinquanta cubiti che Haman aveva preparato per il cugino Mordechai.
Mordechai prende il posto di Haman, diventa lui primo ministro.
Poiché Assuero non può annullare il suo proprio decreto che sanziona lo sterminio degli ebrei, il re emana un altro editto che consente agli ebrei di prendere le armi per uccidere i loro nemici, ciò che essi fanno.
La morale della storia è chiara: per sopravvivere, gli ebrei devono infiltrarsi nei corridoi del potere. Quando si ha nella testa Ester e Purim, il concetto di «lobby ebraica» e l’AIPAC (American-Israeli Political Committee) appaiono come radicati in una profonda ideologia biblica e culturale.

Ma questo racconto, ancorché presentato come fatto storico, è contestato dagli studiosi biblici. La mancanza di riscontri nella storia persiana, quale è conosciuta dalle fonti classiche, ha indotto gli studiosi a concludere che essa è per lo più, o anche totalmente, inventata. Ossia: la morale è chiara, ma il tentato genocidio è finto.

Il Libro di Ester mette i suoi seguaci nello stato di «Stress Pre-Traumatico»: trasforma una fantasia di distruzione in una ideologia di sopravvivenza.
E’ l’allegoria degli ebrei perfettamente «assimilati» che scoprono di essere vittime di «antisemitismo», ma sono in posizione buona per salvare se stessi e i loro connazionali giudei.

Si noti: il Libro di Ester nella versione ebraica è uno dei soli due libri biblici dove non si fa menzione di Dio (l’altro è il Cantico dei Cantici).
Nel Libro di Ester sono gli ebrei che credono in se stessi, nel loro potere, nella loro unicità, nella loro astuzia, nella loro abilità nel complotto, nella loro capacità di soverchiare interi regni e salvare se stessi.

In un articolo intitolato: «La lezione di Purim: fare lobby contro il genocidio, allora ed oggi», Rafael Medoff  scrive: «La festa di Purim celebra gli sforzi di ebrei influenti nel Campidoglio dell’antica Persia per sventare il genocidio del popolo ebraico… Ciò che non è a tutti noto è che un uguale lavoro di lobby ebbe luogo nei tempi moderni, a Washington, nel culmine dell’olocausto».
Medoff lumeggia le analogie tra l’azione di lobby di Ester in Persia e i suoi moderni correligionari nel governo di Franklin Delano Roosevelt al culmine della seconda guerra mondiale.

«La Ester degli anni ’40 a Washington fu Henry Morgenthau jr., un ricco ebreo di origine tedesca, assimilato al punto da voler essere considerato ’un americano al cento per cento’. Grazie al fatto che non mise in rilievo la sua ebraicità, divenne amico, consigliere e poi ministro del Tesoro di Roosevelt».
Medoff identifica anche un Mordechai moderno: «Un giovane sionista di Gerusalemme, Peter  Bergson (vero nome Hillel Kook) che organizzò una serie di campagne di protesta per trascinare gli Stati Uniti a salvare gli ebrei da Hitler. Le inserzioni suo giornali e le manifestazioni di piazza del gruppo di Bergson resero l’opinione pubblica consapevole dell’olocausto, specie quando riuscì a portare 400 rabbini a marciare davanti alla Casa Bianca la vigilia di Yom Kippur 1943».

L’assimilato Morgenthau, come Ester l’assimilata, e l’osservante uniscono le forze con chiari ed esclusivi interessi giudeo-centrici in mente.
«Le pressioni di Mordechai convinsero Ester a parlare al re», scrive Medoff: «Le pressioni di Bergson convinsero Morgenthau ad andare dal presidente con un rovente rapporto di 18 pagine intitolato ’Rapporto al Ministro sull’inazione di questo governo riguardo allo sterminio degli ebrei’».
E «come il lobbying di Ester ebbe successo, anche l’azione di lobby di Morgenthau ebbe fortuna. Una risoluzione del Congresso, scritta da Bergson,  che chiedeva un’azione di soccorso da parte degli USA,  fu approvata dalla Commissione Esteri del Senato. Il che rese possibile a Morgenthau di dire a Roosevelt: ’Deve attivarsi molto rapidamente, altrimenti lo farà il Congresso’».

Mancavano dieci mesi alle elezioni: l’ultima cosa che Roosevelt voleva era un pubblico scandalo sulla questione dei rifugiati.
In pochi giorni il presidente fece quel che il Congresso chiedeva, creando con decreto il War Refugee Board, agenzia di «Stato americana per salvare gli ebrei da Hitler». […]

Su ciò che gli ebrei devono fare per salvare il loro popolo, gli ebrei hanno idee diverse. I neocon credono che sia bene trascinare l’America e l’Occidente in una guerra senza fine contro l’Islam.

Emmanuel Levinas invece crede che gli ebrei devono porsi all’avanguardia della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia…
[In ogni caso] è un atteggiamento pericoloso.
Lo è specialmente quando l’American Jewish Congress si impegna in una vastissima operazione di lobby per la guerra contro l’Iran.
Quando si analizza l’opera e l’influenza della lobby ebraica, AIPAC e altri gruppi di pressione, sulla politica americana, bisogna tenere in mente il Libro di Ester.

L’AIPAC non è una lobby fra le altre: è  il moderno Mordechai, in linea con l’ideologia biblica.
Ma i Mordechai almeno si identificano facilmente; sono le Ester, quelli che lavorano per Israele dietro le quinte, che è più difficile identificare…

L’olocausto è dunque l’essenza del disordine pre-traumatico collettivo ebraico, ed esso è molto anteriore alla Shoah.
Essere ebreo è infatti guardare «l’altro» come un nemico, non un fratello.
Essere ebreo significa essere costantemente in allarme.
Essere ebreo significa introiettare il Libro di Ester: dunque, significa puntare agli snodi più decisivi del potere capaci di influenzare l’egemone.
Essere ebreo significa collaborare col potere egemonico del momento.
Lo storico marxista americano Lenni Brenner ha illuminato la collaborazione tra i sionisti e il nazismo.

Nel suo libro «Zionism in the age of dictators», fornisce un sunto del libro del rabbino Joachim Prinz, pubblicato nel 1937, dopo che Prinz ebbe lasciato la Germania per l’America.
[Nel libro] sono riportati brani di un memorandum che la centrale sionista tedesca ZVfD spedì al Partito Nazionalsocialista il 21 giugno 1933: «Noi sionisti non ci facciamo alcuna illusione sulla difficoltà della condizione ebraica, che consiste essenzialmente in attività lavorative anormali e nella mancanza di radici nella propria tradizione… Con la fondazione del nuovo Stato, che è basato sul principio di razza, noi vogliamo adeguare la nostra comunità nella struttura totalitaria in modo che anche per noi, nella sfera a noi assegnata, sia possibile un’attività fruttuosa per la Patria. […] Anche noi siamo contro i matrimoni misti. Anche noi vogliamo mantenere la purezza del gruppo giudaico. Perciò crediamo nella possibilità di una onesta relazione di lealtà tra un ebraismo cosciente della sua specificità come gruppo e lo Stato tedesco».

Brenner si indigna di questa lettera di rabbi Prinz: «Questo documento», scrive, «è il tradimento degli ebrei di Germania scritto nei tipici clichè sionisti: attività occupazionali anormali, intellettuali sradicati bisognosi di rigenerazione e così via. Con esso i sionisti tedeschi offrivano una calcolata collaborazione tra sionismo e nazismo, giustificata dal fine di uno Stato ebraico: non daremo battaglia a te, ma a quelli che ti resistono».


Ma Brenner non riesce a vedere l’ovvio: rabbi Prinz e il ZVfD non erano traditori, ma ebrei della più bell’acqua.
Essi seguivano alla lettera il codice culturale ebraico, il Libro di Ester.
Essi  assunsero il ruolo di Mordechai: cercarono di collaborare con quello che avevano identificato, sena sbagliare, come il vero potere emergente.
[…] Prinz resta un autentico genuino ebreo, che incorpora la filosofia da emigrato dell’ebreo: in Germania sii tedesco, in America sii americano.
Sii flessibile, adattati e adotta un relativismo etico.
Prinz, devoto seguace di Mordechai, capiva che ciò che è buono per gli ebrei è, semplicemente, buono.
Dal suo punto di vista, collaborare con Hitler era la cosa giusta da fare, in attesa di una Ester da trovare.
Per questo è del tutto naturale che rabbi Prinz sia stato nominato poi presidente del Jewish American Congress.
Il fatto di aver «collaborato con Hitler» non gli è stato di alcun ostacolo nel divenire un grosso leader della comunità americana, per l’ovvia ragione che, dal punto di vista ebraico, egli fece la cosa giusta.
Quando impariamo a guardare all’ebraicità come una coltura di esiliati, possiamo comprenderla come una continuità collettiva basata su una fantasia di orrore.
Questo e solo questo è la religione dell’olocausto, ed è antica quanto gli ebrei.
Prinz prevedeva un giudeocidio, e perciò agi nel modo appropriato dal punto di vista ebraico.
Il fatto è che il sionismo prometteva di trasformare gli ebrei in «israeliti», ossia di fare dei giudei un popolo come gli altri popoli.


Per questo il sionismo denunciava e combatteva  la mentalità tipica degli ebrei della diaspora.
E il sionismo ha fallito, com’era predestinato.
La ragione è  evidente: all’interno di una cultura che è incentrata metafisicamente sull’ideologia dell’esiliato, il suo vittimismo, le sue paure e fantasie di annientamento, un sereno ritorno a casa è l’ultima cosa da aspettarsi.
Il sionismo avrebbe dovuto liberarsi dalla religione dell’olocausto.


E questo è precisamente quello che non può fare.
Essendo «esilico» fino al midollo, il sionismo, per mantenere il feticcio dell’identità ebraica, ha dovuto antagonizzare i palestinesi nati sul posto. […]


Gilad Atzmon





Nota
1) Qui Gilad Atzmon tocca il paradosso insolubile che gli ebrei pongono al resto del mondo. Se il popolo tra il quale vivono li accetta cordialmente, «siate nostri concittadini con pienezza di diritti e doveri uguali ai nostri», il popolo ebraico denuncia un losco tentativo di assimilazione, che vive come un giudeocidio, in quanto porta ai matrimoni misti e alla graduale sparizione dell’identità giudaica. Ma se quel popolo li tratta com’essi vogliono, ossia come un’entità «separata» e a parte, essi gridano alla «discriminazione», all’antisemitismo, e pretendono uguali diritti; anzi più che uguali, in quanto sono «vittime» di «oppressione». Chiedono il ghetto, e poi se ne lamentano ferocemente. Non c’è modo di accontentare gli ebrei: comunque si agisca, essi vedono nelle azioni dei goym la prova di un odio celato o aperto contro di loro, la volontà di annientarli. Come ha documentato in modo insuperabile Solgenitsyn («Due secoli insieme», Edizioni Controcorrente) questa pretesa impossibile da soddisfare ha finito per distruggere il regime zarista. Persino gli ebrei rivoluzionari che entrarono nel partito social-rivoluzionario marxista - portatore di un’ideologia per eccellenza «cosmopolita» e antinazionale - vi entrarono in quanto Bund, organizzazione socialista riservata ai soli ebrei. «Accettavano di essere membri del partito russo, ma a condizione che quest’ultimo non interferisse per nulla nei loro affari». E tuttavia, ottenuta questa autonomia, gli ebrei del Bund pretesero di più: nel 1902 vollero aderire al Partito «in forma federale, godendo di piena indipendenza persino nelle questioni di programma», con la motivazione - incredibile, detto da socialisti rivoluzionari - che «il proletariato ebreo è una parte del popolo ebreo, il quale occupa un posto a parte tra le nazioni». A questo punto, anche Lenin vide rosso (pagina 298). Infatti questo atteggiamento è la radice, ben nota agli psichiatri, delle più comuni psico-patologie: tipicamente la madre che colpevolizza il figlio piccolo («Mi fai soffrire», «Non mi ami abbastanza») e nello stesso tempo manda il messaggio contrastante («Non mi stare appiccicato», «Sii indipendente»), rende «pazzo» quel figlio.
Così gli ebrei rendono «pazzi» i popoli fra cui vivono: ieri i russi (pogrom) e i tedeschi, oggi i palestinesi. Ma essi stessi, gli ebrei, danno segno di fondamentale «pazzia». Come ben documenta Atzmon, l’ebraismo è in fondo una psicopatologia da emigrato perpetuo, che proietta sugli altri il proprio problema psichico insolubile.
(Fonte: http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2014/06/il-dio-del-male-jahvehe-la-

creazione.html"

giovedì 29 gennaio 2026

Il destino e la naturale predisposizione della mente...

 


"Tu sai che l'entità in quanto tale è totalmente fittizia e non ha indipendenza sua propria. Ma questa entità fittizia deve vivere la sua vita normale. Dov'è il problema? È così difficile condurre una vita normale sapendo che il vivere stesso è un concetto? Hai afferrato il punto? Una volta che hai visto il falso come falso, una volta che hai visto la natura duale di ciò che chiami 'vita' - che in effetti è il vivere - il resto dovrebbe essere semplice; semplice quanto la condizione di un attore che recita il suo ruolo con zelo, sapendo che è soltanto un ruolo in una commedia e nulla di più. Riconoscere questo fatto con convinzione, percepire questa posizione, è tutta la verità. Il resto è fingere." (Nisargadatta Maharaj)

Anni fa, quando ancora abitavo a Calcata, mi trovavo nella grotticella dedicata ad  Anasuya Devi, la mia madre spirituale, e al Dio Ganesh, e mi capitò di rileggere la storia di Mansur Mastana, un saggio sufi che avendo ottenuta la realizzazione del Sé, lo dichiarò pubblicamente affermando “Ana’l-ahqq” che significa “Io sono Dio”.

Ovvio che in una religione dualistica come quella musulmana tale affermazione fu presa per eresia e Mansur fu condannato a morte. Ma anche sul patibolo egli rideva e continuava ad affermare “la verità” della sua esperienza ma gli altri non potevano capire e semplicemente pensarono che fosse impazzito e comunque meritevole di morte.
 
In seguito i sufi s’intesero fra di loro che in futuro sarebbe stato meglio non affermare pubblicamente tale verità, che anche quando fosse stata raggiunta era meglio uniformarsi alle convenienze essoteriche, lasciando le verità esoteriche nel cerchio ristretto degli iniziati.

Così a volte ci possono essere esperienze spirituali che non è bene divulgare, poiché potrebbero essere fraintese o creare confusione nella mente degli ascoltatori. Per questa ragione in tutte le scuole iniziatiche si proibisce esplicitamente di farsi belli con i miracoli, le visioni, gli insegnamenti ricevuti ed impartiti e quant’altro.

Però, però…  qualcosa vorrei raccontare.  
In effetti non tutti i modi espressivi dello "spirito" sono così elevati da sentircene orgogliosi, spesso per capire un qualcosa di noi, nel profondo, abbiamo bisogno di una dimostrazione della “piccolezza” dell’io superficiale. Questa comprensione è importante per   realizzare che non occorre uniformarsi ad un “modello” di santità idealistica, che ci fa apparire santi a tutti i costi, ma che è sufficiente poter sorridere e passar sopra alla propria  figura ed agli atti da essa compiuti, considerandoli normali avvenimenti sul cammino.

Nello specifico mi riferisco ai nostri aspetti caratteriali, le tendenze e predisposizioni che solitamente consideriamo espressioni del carattere.

Dovete sapere, forse già lo sapete, che questo personaggio Paolo D’Arpini è nato in un anno della Scimmia  ed è perciò profondamente convinto di sapersela cavare al meglio in ogni campo (o per lo meno ci prova). Ma siccome ha il Legno (amore, empatia) come elemento principale, egli manifesta questa sicurezza tramite i sentimenti. Poi c’è il Metallo che rende codesto scimmiotto alquanto giusto ed il Fuoco che gli fa vedere le cose per quel che sono, anche se lo rende un po’ troppo “intelligente”  diciamo pure astuto  (in senso "speculativo").

Il risultato?

Quando da ragazzo scrivevo poesie lo facevo con impegno amoroso, magari cercando di conquistare con quelle dolci parole le ragazze che altrimenti non mi avrebbero filato (visto che fisicamente  non sono un granché). Siccome poi non mi piace la competizione violenta  mi ero specializzato nel poker in modo da dimostrare la mia abilità con il gioco   (questo mi ricorda un po’ il tragitto di Siddharta). Inoltre, per quanto riguarda la giustizia, chi mi conosce sa quanto sia un Don Chisciotte che va contro i mulini a vento, e per l’intelligenza la riprova sta nella capacità (messa in pratica anche ora) di raccontare storie ed aneddoti che sanno pure affascinare….

Insomma in tutte le vicende della vita, le tendenze innate, la disposizione alla nobiltà d'animo, le caratteristiche psichiche e gli aspetti elementali si manifestano secondo la loro natura e non c’è nulla da fare in ciò, succede e basta! Ovviamente questo vale anche nella dimostrazione della mia “santità”, quando si tratta cioè di fare quella parte, debbo in qualche modo  farlo attraverso le caratteristiche incarnate. Ma questo non è un "atteggiamento" e nemmeno una "pretesa" è semplicemente la dimostrazione di quel che si è, nel nome e nella forma. E qualsiasi altra persona fa la stessa cosa secondo le proprie predisposizioni e spinte interiori. Non serve cercare di "farsi belli", siamo già belli (o "brutti") come siamo. L'importante è non farne una "professione" ma lasciare che gli elementi giochino con gli elementi.

Ancora a proposito di ricordi  rammento che un giorno, parlando con un amico pittore che si interessava di fantasia onirica gli raccontai che un mio "sogno" era quello di "fondare una nuova religione". Da qui il mio voler dare uno specifico ed esclusivo nome all’esperienza interiore, da me definita “spiritualità laica”, che è uno dei miei vezzi ormai riconosciuti.

La comprensione del significato “spiritualità” appartiene in verità all’intelletto mentre il “cuore” non darebbe alcun nome, al massimo sarebbe una “meraviglia di sé”. Dare una definizione ed un significato all’esperienza è già separazione, dualismo.  

Il “cuore” accetta solo l’unione, semplice fioritura, e non comprende la “descrizione” di tale fioritura. Eppure è sotto gli occhi di chiunque che io continuo a parlare di “spiritualità laica” come un giusto modo di esprimere l’integrazione e la realizzazione, avendolo reso persino un “filone”…

Scusatemi per questo imbroglio scimmiesco, ma non potevo farne a meno!

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica






lunedì 26 gennaio 2026

Risveglio spirituale e ritorno all'umano...

 



Le religioni tradizionali e le ideologie sono ormai  una zavorra inutile, eppure talvolta occorre analizzarle per lo meno allo scopo di ridimensionarle a quel che realmente sono: favole necessarie all'infanzia!

In questo momento storico, in cui assistiamo ad uno scontro ideologico fra varie culture, sovente mi son trovato a mediare le opposte visioni e le contrapposizioni che si creano fra esseri umani. La tendenza costituita è sempre quella di separare nel nome di un'ideologia, di una religione. 


Ciò che avviene in medio oriente fra ebrei e musulmani, fra sciiti e sunniti, avviene anche nel resto del mondo, fra cattolici, ortodossi e protestanti, etc.  e le guerre di "religione" (ivi comprese quelle di carattere finanziario) si manifestano a livello planetario.  Con l'inserimento in lizza del nuovo "materialismo consumista" in antagonismo col "primitivismo ecologista".

In Italia oggi c’è un grande fermento pseudo-religioso, da una parte alcuni si arroccano sulla difesa del cattolicesimo come ultima ratio di civiltà, altri si "convertono" all'islamismo, altri  fanno di tutto per dimostrare che invece è proprio lì il marcio, ed altri ancora si rivolgono a religioni più soft e ragionevoli, verso lo yoga o le tendenze new age e neopagane.

Di queste variegate espressioni di pensiero  io cerco di accogliere le parti più "sane", lo faccio bonariamente, con spirito sincretico,  e cerco di mitigare le accuse e le critiche verso le religioni "tradizionali" (giudaismo, cristianesimo ed islam) soprattutto se queste possono divenire motivo di separazione razziale e di spaccatura nel significato di comune appartenenza alla specie umana.

Certi atteggiamenti intolleranti li ho spesso  trovati in diversi esponenti religiosi ma anche in "puri" razionalisti atei. Questo succede a tutti coloro che si arrogano il diritto di insegnare un loro "vangelo".  Ed è ciò che fanno pedantemente tutti gli assuntori di una religione o ideologia, che siano padri della chiesa, maestri della fede, mullah e rabbini o docenti supremi della "verità" atea.

Ma queste idee separative della specie umana, basate su un pensiero, su un concetto, non hanno senso alcuno. Come si può separare quello che non è mai stato diviso dalla natura e non è nemmeno divisibile?

Prendete un cristiano, se lo accoppiate con un’animista prolificano; prendete una ebrea, se la accoppiate con un taoista, prolificano; prendete un musulmano se lo accoppiate con una atea, prolificano… Tra l’altro i musulmani, che sono furbi, l’avevano già affermato “indirettamente” che non c’è differenza alcuna, infatti hanno insegnato che tutti i figli nati da un musulmano sono musulmani  e tutte le donne che si accoppiano con un musulmano vengono assorbite nella “religione”.

Le religioni e le ideologie sono solo etichette messe lì da furbi “speculatori” per creare scompiglio fra gli uomini, soprattutto fra quelli che amano pensare in termini dualistici e che non hanno nient’altro da fare se non vedere differenze fra se stessi e gli altri… ed in questo ovviamente sono bravissimi i cristiani, i musulmani, gli ebrei, i nazisti, i comunisti, i flippatisti… e tutti quelli che spaccano l’umanità in nome di un “nome”

Coraggio! Siamo tutti Esseri Umani

 Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

sabato 24 gennaio 2026

Le lampade sono diverse la luce è la stessa...

 



mercoledì 21 gennaio 2026

La spiritualità ecologica...




Molte religioni insegnano ad essere buoni, amare il prossimo, aiutare i poveri ecc. Sono buoni consigli, ma limitati. Perché? Perché se pensiamo solo al bene degli esseri umani, siamo sempre egoisti, egoisti nel senso collettivo; si può dire specisti. Specismo, ossia la convinzione che la natura e gli animali esistono per l’uso di una sola specie, chiamata homo sapiens. In realtà noi siamo solo una specie tra milioni di altre. 

L’umanità ha creato lungo la sua storia molte credenze per sostenere la propria superiorità e per giustificare lo sfruttamento del mondo animale, p.es introducendo la credenza che solo gli umani hanno un’anima eterna. E’ un po’ contraddittorio poiché originalmente la parola “animale” significa proprio “un essere che ha anima”.

     Se osserviamo il mondo senza pregiudizi e senza orgoglio, vediamo l’interdipendenza di tutte le cose che sono nel mondo: la nostra vita dipende dal sole, dall’acqua, dall’ossigeno, dalle piante, dagli animali; le piante creano ossigeno… 


Le cellule, esseri viventi, minerali, pianeti e stelle sono in continuo mutamento. Anche un pianeta è da vedersi come una cellula tra i miliardi di altre cellule che formano l’universo. Tutto questo si combina, si intreccia, e si trasforma in altre cose.  Ne deriva che  ogni cosa è correlata alle altre come in un puzzle. Dal punto di vista scientifico siamo realmente e concretamente polvere di stelle, poiché tutti gli elementi fisici del nostro corpo sono nati dentro le stelle. Capire l’interdipendenza di tutti gli esseri e di tutte le cose ci rende sensibili ed umili.  

     Un altro modo di intuire l’interessere è quello mistico, spirituale. I mistici di diverse religioni -  buddhisti, taoisti, sufisti ecc.  -  hanno sperimentato l’unione con tutta l’esistenza quando sparisce l’ego, quando c’è la pura consapevolezza come lo spazio limpido senza un centro. Penso che ci sia una chiara differenza tra religione e spiritualità. Le religioni di solito si fondano sui dogmi, sulle gerarchie e sul conformismo. Nella spiritualità invece c’è sempre una ricerca interiore, qualcosa che va al di là del nostro piccolo ego, al di là del dualismo.

     Purtroppo ci sono potenze commerciali e politiche che vogliono che la gente rimanga ignorante e stia male. Così le persone compensano l’insoddisfazione attraverso il consumismo e con divertimenti di basso livello. Il bombardamento pubblicitario fa aumentare desideri non necessari. I cittadini diventano consumatori che perdono il contatto con la natura. Ci hanno fatto credere che il progresso significhi una crescita economica senza limiti, quando invece questo genere di crescita è prerogativa delle cellule tumorali che alla fine portano alla morte l’organismo che le ospita.

     Un cambiamento radicale è possibile solo se una gran parte dei cittadini comincia a pensare con il proprio cervello, capire cause ed effetti e cambiare abitudini. Se il modo di pensare cambia dall’antropocentrismo al biouniversale, cambieranno anche i nostri principi etici. Si dovrebbe insegnare ai bambini e ai giovani a riflettere, dubitare, cercare informazioni, trovare soluzioni. Purtroppo le scuole non danno molti strumenti per comprendere quali sono i valori veramente civili. Uno dei problemi in Italia è che nelle scuole si insegna solo una religione. Al posto di una religione confessionale nelle scuole dovrebbe essere introdotto a completamento un insegnamento di storia generale delle religioni e delle filosofie. Quello aiuterebbe a riflettere liberamente e criticamente.

     La parola “amore” è molto ambigua, vaga e sentimentale. Sarebbe più chiaro parlare di rispetto. Rispettare gli altri esseri umani, tutti allo stesso modo: uomini e donne, tutte le razze, atei e credenti. Rispettare tutti egualmente significa logicamente diritti civili uguali e laicità dello Stato. Il rispetto significa anche rispettare la natura, la vita degli altri esseri senzienti, la bellezza dell’architettura… per es. costruendo in armonia con il paesaggio e con lo stile delle costruzioni preesistenti.

     Per il cambiamento dobbiamo cominciare dalle piccole cose concrete nella nostra vita quotidiana: rinunciare al consumismo, scegliere prodotti ecosolidali, riciclare, risparmiare energia e diventare vegetariani.

     Mangiare carne è una delle cause principali dell’inquinamento nel mondo. L’industria globale dell’allevamento è responsabile per quasi il venti per cento delle emissioni di gas serra del pianeta, cioè più di tutte le auto, i treni, le navi e gli aerei messi insieme.  Gli esperti hanno calcolato che la dieta basata sul consumo della carne permette di nutrire bene solo circa 2 miliardi e mezzo di persone. Un buon libro che spiega queste cose scientificamente è il libro dell’economista-ecologista Jeremy Rifkin intitolato “Beyond beef” (pubblicato in italiano come “Ecocidio”).

     200 anni fa il poeta Shelley diceva che la vera rivoluzione sarà il cambiamento della dieta. Questo influenzerà l’economia, l’ambiente e porterà alla pace, poiché i vegetariani di solito non fanno guerre. Shelley scrisse: ”Se l'uso del cibo animale sovverte la quiete del consorzio umano, quanto è indesiderabile l'ingiustizia e la barbarie esercitata verso queste povere vittime! Esse sono chiamate a vivere dall'artificio umano solo allo scopo di vivere una breve e infelice esistenza di malattia e schiavitù, perché il loro corpo sia mutilato e i loro affetti violati. Molto meglio che un essere capace di sentimenti non sia mai esistito, piuttosto che sia vissuto soltanto per sopportare una dolorosa esistenza senza sollievo alcuno.”

     Un altro genio, Leonardo da Vinci disse che verrà il tempo in cui le altre forme della vita saranno rispettate e gli umani diventeranno vegetariani. Anch’io auspico che in futuro lo sfruttamento del mondo animale sarà considerato primitivo e incivile esattamente come oggigiorno la maggioranza delle persone rifiuta razzismo, schiavismo, inquisizione che sembrerebbero ormai appartenere ai tempi passati.  

     Quando ci sono le elezioni, non importa solo cosa promettono i politici, ma importa anche come vivono  -  per es. se sono persone che cercano di vivere in un modo etico ed ecologico. A questo proposito sarebbe utile avere una lista dei politici vegetariani!

     Per vivere in un modo ecosolidale ci vuole sia consapevolezza che conoscenza.  Sicuramente il cambiamento sarà lungo e faticoso, perché sia la maggior parte delle religioni che delle ideologie politiche ci hanno condizionato con concetti antropocentrici. Insegnano a chiudere gli occhi di fronte alla realtà e ad allinearsi come pecore. Lo stare nel branco e il vivere come tutti gli altri crea un’illusione di sicurezza e tiene la mente continuamente occupata e dipendente da mille desideri indotti e non necessari. I gruppi ecospirituali possono cercare di sensibilizzare i cittadini e fare essi stessi cose concrete p.es. a livello locale partecipando alla pulizia della natura, denunciando discariche abusive e caccia illegale ecc.
     
Con il consenso dei cittadini e della pubblica amministrazione Lerici potrebbe cogliere una grande occasione trasformandosi in una città ecoculturale, in cui lo sviluppo della sensibilità per questi temi potesse dare il via ad un’organizzazione più partecipata della cosa pubblica, seguendo l’esempio del comune di Capannori, rendendo così gli abitanti attivi nelle decisioni politiche  - nonché avviarsi verso una gestione ecologista, curando maggiormente boschi e spiagge, affinché il turismo possa diventare “verde”, astenendosi da ogni progetto di sviluppo edilizio non consono all’armonizzazione con le bellezze del golfo. Varese Ligure è un esempio in questo senso: un comune famoso in tutta Europa, ma Lerici non è da meno, potenzialmente, se solo venisse incentivato maggiormente il suo lato culturale e creativo. Lerici potrebbe diventare una famosa città ecoculturale della poesia creando per es. un Festival nazionale della poesia e della musica.
     
Comunque, prima di tutto ci si dovrebbe guardare dentro e conoscere se stessi. Stare ogni tanto in silenzio, se possibile nella natura, senza cellulari o altre cose rumorose. Conoscere se stessi in profondità significa dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi è vivere in comunione con l’esistenza, cioè vivere in modo semplice e naturale. 


Un’antica poesia zen cinese (del maestro Wumen) dice:
"In primavera centinaia di fiori, in autunno la luna,  in estate ti accompagna una brezza fresca, 
in inverno la neve.  Se le cose inutili non ingombrano la tua mente,  ogni stagione è una buona stagione".


Ashin Mahapañña