lunedì 5 ottobre 2026

"Il topo sostituirà l'uomo?" - Veicoli e Dei nell'iconografia indiana...



Il dono di un veicolo è uno degli omaggi  rituali che vengono fatti al maestro spirituale, questo perché il veicolo è riconosciuto come un mezzo simbolico di trasmissione della sua grazia,  regalare   un carro, un elefante, un cavallo o -in tempi moderni- un’automobile significa che  ci si aspetta che il favore del maestro venga trasferito insomma “veicolato” all’offerente attraverso quel mezzo simbolico. Proprio seguendo questa tradizione capitò  -ad esempio- che Osho Rajneesh (ma non solo lui)  collezionasse  30 e più Rolls Royce…

Chi ha qualche dimestichezza con l’iconografia indiana ricorderà che ogni divinità ha un suo mezzo di trasporto,  che sta a significare il modo in cui l’energia del Dio viene trasmessa. Vediamo che  Vishnu, il preservatore,  ha per cavalcatura una grande aquila, essa simboleggia la capacità del Dio di scorgere nei minuti dettagli ciò che avviene nel mondo per scendere giù a velocità stratosferica  a punire i malvagi e sollevare le sorti dei devoti in difficoltà.

Brhama, il creatore, ha invece per “mount” un cigno bianco che rispecchia la capacità del cigno di dividere il latte (la saggezza) dall’acqua  nell’oceano primordiale della creazione.

Ma qui potremmo già cominciare a porci dei dubbi… infatti si può pure immaginare una grande aquila hymalayana, con apertura alare che raggiunge i dieci metri, trasportare un Dio nelle sue missioni del dharma (giustizia) ma un cigno… come fa a trasportare un Dio che -essendo creatore-  già ce lo immaginiamo un po’ pesante?  I punti interrogativi aumentano e la necessità di un chiarimento  si fa impellente quando infine osserviamo l’immagine di Ganesh, Dio di pesante stazza  con la testa da elefante, che è preposto a rimuovere gli ostacoli, sia in senso spirituale che materiale, che si frappongono sul nostro cammino. Il Dio Ganesh è dipinto con ai piedi la sua cavalcatura, un piccolo topo che sgranocchia beato un laddu (dolce di riso a palla).


Ebbene a questo punto ci è praticamente impossibile visualizzare l’enorme Ganesh che monta sul topolino, eppure leggiamo che il topo è il suo veicolo, come può succedere!?  E qui è necessario fare ulteriore chiarezza sulla simbologia del “veicolo” e soprattutto di quel che sta a significare il topo nella tradizione orientale, e questo non solo in India ma anche in Cina….

Allora l’immagine del topo serve a “veicolare” le qualità che vengono riconosciute a questo animale, che è anche un archetipo primordiale. Se pensiamo bene alle capacità miracolose del topo scopriamo che egli è un vero genio della sopravvivenza,  un maestro in se stesso nella rimozione di ogni ostacolo che si frappone fra lui e la vita. 

Un topo sa come arrampicarsi su una superficie verticale, purché vi sia la minima asperità,  persino meglio di una lucertola, di un geco od altri animali arrampicatori.  Se precipita da una grande altezza, anche mille volte superiore alla sua, ne esce perfettamente indenne, è un vero planatore in caduta libera.  Che dire poi della sua preveggenza che gli fa capire quando è ora di abbandonare la nave che affonda?  Egli è un ottimo nuotatore e sa come  salvarsi meglio di qualsiasi naufrago, ed infatti in ogni angolo del mondo prima degli umani sono arrivati i topi.  Anche nella sua vita sociale  è ben attrezzato, chi non conosce l’astuzia del topo nello sfuggire alle trappole? I sistemi di anti-rattizzazione sono impotenti contro le orde di roditori cittadini che dispongono di appositi assaggiatori,  vecchi e malandati elementi che fungono da cavie per testare i cibi sospetti, così la tribù si salva sempre.

Non basterebbe una biblioteca di psicologia animale per descrivere i suoi sotterfugi e le sue furbizie che gli garantiscono la sopravvivenza in ogni occasione, persino in caso di esplosione nucleare i topi saprebbero cavarsela meglio di noi.  Inoltre occorre specificare che in verità il topo è stato l’iniziatore della stessa specie umana, il capostipite primo (forse addirittura destinato a sostituirlo in un prossimo futuro),  non sto raccontando una balla (stavolta), state calmi…    

Accadde proprio quando ci fu il grande cataclisma che distrusse tutti i grandi rettili, che a quel tempo dominavano il pianeta,  e già era nato un piccolo roditore, il primo mammifero, per correttezza chiamiamola “mammifera”  la quale aveva la taglia di una pantegana (un po’ più piccola della nutria), e mentre attorno a lei c’era solo morte e nubi nere,  la saggia topa campò benissimo sui cadaveri e sul marciume, e di lì a pochi millenni diede vita a tutte le specie di mammiferi sulla terra, ivi compreso l’uomo.  

Che grande miracolo… in mezzo alla carneficina,  quella santa pantegana  trasformò gli ostacoli della distruzione  del mondo in vittoria…  la supremazia della sua  capacità di adattamento. Mi sa che saprebbe ancora farlo questo gioco, se l’uomo andrà avanti a sfidare la vita sul pianeta… sappiamo già chi è in grado di resistere all’olocausto.   

Ed allora perché meravigliarsi se il topo è stato scelto come veicolo di Ganesh?

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana




domenica 4 ottobre 2026

Jiddu Krishnamurti e la sua storia...

 



Krishnamurti,  figlio di un vedovo con due figli giovanissimi, che sbarcava  a malapena il lunario, fu "adottato" e addestrato dal movimento teosofico per rappresentare la figura del jagadguru, l'insegnante universale. Questo titolo, tipicamente indiano, era anticamente esibito dai maestri che, come i sofisti dell'antica Grecia, riuscivano a vincere, in una tenzone dialettica tutti gli altri concorrenti, a qualsiasi credo essi aderissero. La teosofia nacque come  un tentativo di sintesi di tutte le religioni esistenti, non solo quelle orientali ma anche quelle occidentali. Centinaia di studiosi guidati dai fondatori, Leadbeater e Besant, crearono la nuova religione a tavolino scegliendo le parti più significative di ogni fede. Trattasi insomma  di una filosofia "razionale" universale, una sorta di esperanto religioso. Ma questo processo accorpativo, ovviamente, assomiglia alla costruzione di un Frankenstein sprovvisto di una reale anima. 

Ciò nonostante, avendo il prodotto finale affascinato la mente speculativa di migliaia di pensatori, il movimento teosofico decise - come era avvenuto per le altre religioni (cristianesimo, islamismo, buddismo, jainismo, ecc.) - di produrre un fondatore, rappresentativo del nuovo "credo". 

Furono così selezionati un certo numero di ragazzi che presentavano caratteristiche eccezionali di grande intelligenza e sensibilità, per istruirli compulsivamente su tutti gli aspetti della teosofia, caricandoli inoltre delle incombenze e delle pratiche necessarie a sviluppare specifiche qualità. Non tutti resistettero alla pressione esercitata, Nityananda, fratello maggiore di Jiddu Krishnamurti, che sembrava il più promettente, morì a 22 anni per lo sforzo patito. Altri prescelti  indiani furono richiamati dai loro genitori timorosi che potessero fare la stessa fine.  Uno dei selezionati, che era un tedesco, allorché si avvide che la scelta finale dei teosofi si stava indirizzando verso Jiddu Krishnamurti abbandonò il gruppo e, tornato in Germania, fondò un movimento alternativo, chiamato Antroposofia. Nel frattempo anche il padre di Jiddu tentò di riavere il figlio superstite e intentò una causa contro il movimento teosofico, presieduto da Annie Besant. Ma la donna era troppo potente e celebre a livello internazionale ed allorché la causa fu giunta al livello della corte suprema indiana  la Besant decise di appellarsi alla corte della corona di Inghilterra e portò con sé Jiddu, facendogli anche ottenere la cittadinanza inglese, in modo che non fosse più soggetto alla legge indiana. 

A questo punto  di lì a poco, nel 1925, venne indetta una conferenza mondiale della società teosofica, durante la quale Krishnamurti avrebbe dovuto dichiararsi "maestro universale". Ma evidentemente le cose non dovevano andare così, poiché il martoriato Jiddu, che sino a quel punto si era dimostrato remissivo alla volontà dei teosofi, si vendicò in modo eclatante e durante la conferenza che avrebbe dovuto incoronarlo jagadguru, dichiarò invece di non essere  maestro di nessuno e sciolse la congregazione denominata "La stella d'Oriente", costruita dal movimento teosofico come fulcro  per lo spargimento del suo messaggio, restituendo castelli, denari e tutti i possedimenti ai donatori dicendo: "Ho chiuso con tutto questo!". 

Le "torture mentali" dei teosofi nei confronti del giovane indiano, non ebbero quindi successo. In lui restò sempre un rancore profondo  verso i suoi  imbonitori. Malgrado tutto Krishnamurti, ormai famoso, assunse la figura di anti-guru e -comunque- svolse, di fatto, la funzione del guru, poiché non si astenne dal dare istruzioni, scrivere libri e tenere conferenze sulla sua "non gurità". Il suo motto era: "Non esiste alcun guru".

Questo non significa che il suo messaggio fosse vuoto di significati profondi. Anche se dal punto di vista spirituale Jiddu non può essere definito un "realizzato" egli comunque fu in grado, a livello intellettuale, di trasmettere molte utili conoscenze sul percorso della realizzazione. Un altro Krishnamurti, Uppaluri Gopala, da me incontrato a Roma nel 1974, e che lo conobbe personalmente e lo seguì per un certo periodo, disse di lui: "Jiddu era arrivato alle sponde dell'Oceano  ma lì si è fermato...".

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica











Un pensiero di Jiddu Krishnamurti:

"Il cervello ha una capacità infinita, è davvero infinito. Questa capacità viene ora usata in ambito tecnologico. Essa è stata impiegata per la raccolta delle informazioni, per l’immagazzinamento della conoscenza scientifica, politica, sociale e religiosa. Il cervello è stato occupato in queste cose, ed è esattamente di questa funzione (di questa capacità tecnologica) che la macchina prenderà possesso. Quando questa sostituzione da parte della macchina avrà luogo, il cervello e la sua capacità si atrofizzeranno, così come farebbero le braccia se smettessimo di usarle. La domanda è: se il cervello non è attivo, se non funziona, se non pensa, cosa gli succederà? Si tufferà nel divertimento – e le religioni, i riti e le puja sono divertimento – oppure si volgerà alla indagine interiore. Questa indagine è un movimento infinito. Questa indagine è religione."


Nota: 

Jiddu Krishnamurti (in lingua telugu: జిడ్డు కృష్ణమూర్త; Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo "apolide". Di origine indiana, non volle appartenere a nessuna organizzazione o religione. Non va confuso con Uppaluri Gopala Krishnamurti, anch'egli filosofo indiano.

sabato 3 ottobre 2026

I "sedicenti ebrei" torneranno in Khazaria...?

 


Gli studi di diversi ricercatori dimostrano che gli "ebrei" provenienti dall'Europa centrale, ovvero dal territorio che fu l'impero Khazaro (situato tra il Caucaso, l'attuale Ucraina e parte della russia meridionale)  rappresentano la comunità più grande degli immigrati israeliani, ma soffrono di razzismo e non hanno fiducia in un futuro luminoso. La migrazione inversa degli ebrei di lingua russa nella loro nuova patria acquisita in Palestina  interpreta seriamente la  strategia di assorbimento  israeliano. Molti affermano che la sola azione positiva di questa immigrazione è quella di ricevere la cittadinanza israeliana. Ma ora, dovuto all'eterno conflitto tra Israele ed i suoi vicini arabi e persiani, molti di questi "ebrei" sionisti stanno cercando vie di fuga tornando alla loro patria d'origine, ovvero l'area attualmente denominata Ucraina, da cui la diaspora iniziò.  

Saranno questi nuovi olim ad ascendere dalla pseudo diaspora ad un secondo stato di Israele in Europa, ripristinando  la Khazaria, come nuova terra promessa...? Questo è il dubbio di molti analisti che intravedono nel conflitto contro la  Russia,  fino all'ultimo ucraino,  un modo di eliminare al massimo la presenza slava per sostituirla con quella di "ritorno" dei "conversi" khazari.  Così da formare una seconda Israele nel cuore dell'Europa.

 Per comprendere meglio il significato di quanto qui espresso invito alla lettura di alcuni miei precedenti articoli:

https://paolodarpini.blogspot.com/2014/10/sionismo-ebraismo-olocausto-e-karma.html

http://paolodarpini.blogspot.it/2013/03/popolo-ebraico-non-esiste-lo-afferma.html

https://paolodarpini.blogspot.com/search?q=gli-ebrei-orientali-ashkenaziti-non


Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


Sintesi degli argomenti trattati:

 La Khazaria è stato un importante e potente khanato (impero nomade) fiorito tra il VII e il X secolo d.C. nell'Eurasia meridionale, compresa tra il Mar Nero, il Mar Caspio, il Caucaso e il fiume Volga.

I Cazari erano una confederazione di tribù seminomadi di origine turcomanna proveniente dall'Asia centrale.
 Il loro impero copriva vaste aree dell'odierna Russia meridionale, dell'Ucraina, del Caucaso e del Kazakistan.
La capitale fu prima Balanjar, poi Samandar e infine Itil (situata sul delta del Volga).

La Conversione al Giudaismo, attraverso il così detto "ghiur",  avvenne  tra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo, il re (khagan/bek) Bulan e l'aristocrazia khazara si convertirono all'ebraismo rabbinico -trasgredendo però la norma giudaica per cui  si è ebrei solo per via genetica, nascendo cioè da donne ebree-, successivamente  altri strati della popolazione khazara seguirono l'esempio dei loro capi, formando così la componente ashkenazita.

Dalla metà del X secolo l'impero subì gravi incursioni da parte dei Variaghi e della Rus' di Kiev. Nel 965-969 il principe Sviatoslav I di Kiev conquistò la capitale Itil e la fortezza di Sarkel, distruggendo il potere politico dei Cazari, che vennero in seguito assorbiti dalle popolazioni locali.
 
Paolo D'Arpini sostiene che il sionismo politico, sorto nella componente ashkenazita,  sia una deviazione rispetto all'ebraismo tradizionale e riprende la teoria secondo cui gli ebrei ashkenaziti discendano dai Khazari convertiti anziché dagli antichi ebrei biblici. Tant'è vero che le componenti tradizionali ebraiche condannano il sionismo e l'occupazione della Palestina per crearvi uno stato definito "ebraico".


Nei suoi scritti (pubblicati su vari blog di controinformazione e spiritualità come LaVeja e Controluce), l'autore afferma che il sionismo non rappresenterebbe la vera essenza genetica  ebraica, ma una costruzione politica di convenienza.

D'Arpini utilizza la teoria dell'origine cazara — l'antico regno dei Khazari, una popolazione di ceppo turco che nel Medioevo si convertì in parte al giudaismo — per sostenere che gli ebrei europei non avrebbero un legame genetico diretto con la terra d'Israele.

Storicamente, il movimento sionista è nato nell'Europa centrale e orientale alla fine del XIX secolo (con figure chiave come Theodor Herzl).

Sionisti sedicenti ebrei



venerdì 2 ottobre 2026

Ganesh, il simbolo della conciliazione fra matrismo e patriarcato...

 

mercoledì 30 settembre 2026

La questione del “Dio” nel buddhismo...

 



Da più di un secolo, i molti Occidentali a cui è stato insegnato il Buddismo, hanno acriticamente accettato che assolutamente e categoricamente non c’è alcun Dio, nessun Divino nel Buddhismo. Ma è abbastanza vero, questo? Non è forse il momento di riguardare ciò che in realtà questa grande religione sostiene in relazione all’idea di una possibile Divinità? In primo luogo, occorre che noi si definisca “Dio”. Un concetto chiave è quello dell’assoluta Realtà eterna. La “Cambridge Encyclopedia” (CUP, 1997 p. 460) dice: “Dio è concepito come ‘essere esso stesso’… assoluto, infinito, eterno, immutabile, incomprensibile… totalmente saggio (onnisciente), sempre presente in ogni dove (onnipresente), e totalmente buono (onni-benevolente)”. C’è un qualcosa che si avvicina a questo nel Buddismo? Sì! Guardiamo qualche piccolo dato della grande quantità di evidenze.

Nei suoi primi insegnamenti, il Buddha parlò del Nirvana (eterna pace) che è “non-nata, non-originata, non-creata” (Udana). Questo significa che il Nirvana non giunse in essere per una qualche causa: esso era là da sempre.     In seguito, nei suoi insegnamenti del Mahayana, il Buddha parla del Buddha come il “Re Santo” di questo reame misterioso di Nirvana. Nel Nirvana Sutra, afferma: “La dimora dell’insuperato Signore del Dharma, il Re Santo, è concordemente chiamata ‘Grande Nirvana’.” (Mahayana Mahaparinirvana Sutra, tradotta da K. Yamamoto, redatto da T. Page, Nirvana Publications, 2000, Vol. 7, p. 28). Il “Dharma” è il sostenere la cosmica Verità Ultima, ed il Buddha è l’incarnazione di questa Verità – il volto personalizzato dell’impersonale Assoluto.

Inoltre, si dice che il Buddha sia presente dappertutto. Di nuovo, nel Nirvana Sutra, il Buddha dichiara di sé: “… il Tathagata [cioè, il Buddha] pervade tutti i luoghi, proprio come lo spazio. La natura dello spazio non può essere vista; così similmente, il Tathagata non può realmente essere visto, eppure fa sì che tutti possano vederlo attraverso la sua sovranità. Tale sovranità è chiamata ‘il Grande Sé’. Quel Grande Sé è chiamato ‘il Grande Nirvana’. ” (ibid, p. 30). Così si afferma che Egli è “onnipresente”, invisibile, però in grado di manifestarsi attraverso la sua grande “sovranità”. Un ‘Sé’ sovrano, onnipresente, invisibile, increato, cioè il Dio Signore – non vi è familiare, tutto ciò? Non ha un qualche sentore della forma della Divinità?

Andiamo avanti. Il Buddha, nelle Istruzioni sul sutra ‘Non c’è Diminuzione e né Aumento’, rivela come la sua intima ed onnipresente natura – chiamata “Dharma-dhatu” (reame della Verità) – costituisce il Rifugio Eterno per tutte le creature ed il vero cuore di tutti gli esseri. Egli dice: “La Base di questo eterno, immobile, puro ed immutabile Rifugio, che è libero dal sorgere e dal cessare, l’inconcepibile puro Dharmadhatu, io lo chiamo ‘puro-essere’ [sat-tva].” Notiamo che questa “terra-di-base” dell’essere, del Buddha è “inconcepibile” o “incomprensibile” – che sono un’altra qualità associata con il Divino.

Ma c’è di più. Nel Lankavatara Sutra, il Buddha dice di come Egli è adorato sotto diversi nomi, come Verità (satyata), Nirvana, e “Dio” (“Isvara”), eppure non è compreso da coloro che lo adorano in queste varie modalità. Loro non riescono a vedere che l’uno-e-stesso increato, imperituro essere, è qui chiamato sotto una gran quantità di nomi. Alcuni pensano perfino che egli sia una non-entità, un non-esistente! I commenti di Buddha: “Essi mi prestano rispetto e mi donano offerte, ma non capiscono bene il significato delle parole, non distinguono le idee, e né il vero dal falso; attaccandosi alle parole degli insegnamenti, essi erroneamente discriminano che il Non-nato e l’Imperituro significhino la non-esistenza. Così loro non sono capaci di comprendere che il Tathagata [cioè, il Buddha] può essere conosciuto in molti diversi nomi e titoli”. (‘Studies in the Lankavatara Sutra’, del Dott. D. T. Suzuki, Motilal, 1999 p. 354).

Forse è questo il motivo per cui molte persone hanno frainteso un’importante area del Buddismo: dato che il Buddha parla di qualcosa che era Increato o Non-nato, molti hanno presunto erroneamente che ciò doveva significare che non c’è nulla del tutto, – poiché nulla è mai venuto ad esistere. Ma questo è mancare il punto centrale – e cioè, che la Realtà era, è, e non può mai essere creata: perciò essa È!

Infine, se il lettore ha ancora dubbi riguardo al Dio concepito nel Buddismo, provi ad ascoltare le parole del Buddha Primordiale, il cui nome è Samantabhadra – che guarda caso significa “Tutto-Buono”, una delle definizioni di Dio, il quale nel sutra “All Creating King (Il Re che Tutto-crea)”, rivela in termini maestosi e che ispirano il più alto timore riverenziale – che tutti gli esseri e i fenomeni sgorgano in nessun altro luogo che da essa – la cosmica Mente Risvegliata: “Io sono il centro di tutto ciò che esiste. Io sono il seme di tutti quelli che esistono. Io sono la causa di tutti gli esseri che esistono. Io sono il tronco di tutto ciò che esiste. Io sono la base di ogni esistenza. Io sono la radice stessa dell’esistenza. Io sono ‘il centro’,perché contengo tutti i fenomeni. Io sono ‘il seme’ perché genero tutto. Io sono ‘la causa’ perché tutti vengono fuori da me. Io sono ‘il tronco’perché le ramificazioni di ogni evento germogliano da me. Io sono ‘la base’ perché tutti dimorano in me. Io sono chiamato ‘la radice’ perché io sono Tutte-le Cose”. (Chogyal Namkhai Norbu, “La Suprema Fonte”, trad. di Adriano Clemente, Snow Lion Publications, 1999 p. 157). Questo Buddha è sicuramente come Dio – la fonte, sostenitore ed essenza di Tutte le Cose e Tutti gli Esseri. Perciò, non è forse giunto il momento di smettere di chiamare “ateo” il Buddhismo?

Tony Page



(Fonte: http://www.nirvanasutra.org.uk/index.htm Traduzione di Aliberth)

lunedì 28 settembre 2026

Karma e illuminazione in senso buddista...



"E' possibile essere felici senza essere “qualcuno”? Che valore viene attribuito, dal Buddhismo, al ruolo sociale e all'azione? I paradossi di una filosofia in cui la felicità è praticabile nell'assenza di identità…"

Il passato che non passa

La parola Karma, ormai entrata nel nostro lin­guaggio comune, viene per lo più associata alla parola "reincarnazione", ovvero al concetto di viaggio dell'a­nima attraverso vite diverse. Tuttavia il termine Karma, nelle filosofie orientali e in quella buddhista in partico­lare, ha un'accezione ben più complessa: esprime l'idea che ciò che siamo in questo momento è una somma esponenziale di tutti i momenti di esistenza del nostro passato, anche antecedenti alla nostra venuta in questo mondo. Una lettura estremamente rigorosa della legge di causa ed effetto, quindi. 

Trasportata sul piano indivi­duale, questa legge fa sì che una continuità progressiva di tendenze, pensieri, azioni e volizioni produca poi una condizione di "status quo" riconoscibile come l'attuale stato di esistenza della persona. Il fatto che ognuno di noi si trovi in una determinata sfera sociale, culturale, politica e lavorativa o addirittura in una precisa condi­zione psicofisica sarebbe quindi il frutto delle azioni svolte sia in questa che in altre vite precedenti, vissute magari sotto altre forme e con destini diversi. 

Già al momento della nascita, secondo la visione buddhista, ci sarebbero dei "contenuti" - memorie, desi­deri - che condizionano la persona nella quale l'anima si è "incarnata". Il ruolo che assumiamo, quindi, rap­presenta il coagulo di questi contenuti, ma diventa a sua volta "produttore" di contenuti che influiscono sulla nostra vita attuale e futura. E' possibile, cioè, che il livello in cui la nostra mente attualmente si trova possa condizionare quasi totalmente la nostra vita attuale, ma anche che a sua volta la mente possa essere condizio­nata dal ruolo che, di conseguenza, assumiamo. E’ anche possibile che lo stato di manifestazione attuale sia uno stato di attesa, una condizione di limbo, in cui la nostra potenzialità mentale, magari molto elevata, aspetti soltanto una situazione particolare, una fulminea maturazione di una causa pre-esistente, per far emer­gere, da uno stato, per così dire, ibernato o congelato, una straordinaria capacità di Autocoscienza.

Il potere dell'identificazione

La legge di causa ed effetto influisce anche sul rap­porto tra il ruolo nel quale siamo identificati e il nostro "sostrato" interiore. Quanto maggiore sarà l'identifica­zione nel ruolo, tanto meno saremo capaci di ricono­scere "ciò che siamo realmente". La nostra essenza uni­versale, chiusa in un involucro, non riuscirà a manifestarsi alla coscienza. Ciò che il Buddha chiama "ignoranza" è proprio questa forma di imprigionamento della coscienza nei contenuti mentali: saremmo tutti potenziali Buddha se non fossimo vittime di un primordiale errore (peccato originale?) che ci impedisce il riconoscimento della nostra vera natura. Attraverso l'esperienza nella vita in questo mondo si sono formati, nella nostra mente, dei parametri di appartenenza a questo o quel "normotipo". Noi ci vediamo e ci sentiamo come maschi o femmine, gio­vani od anziani, italiani o stranieri, maestri o discepoli, intelligenti o incapaci, ricchi o squattrinati, socialmente arrivati o ansiosi di arrivare. Insomma, nella nostra manifestazione socio-antropologica, ci autorappresen­tiamo attraverso delle categorie di appartenenza e ci identifichiamo in queste.

Nella visione buddhista dell'esistenza, al contrario, a queste categorie viene riconosciuto un valore mera­mente convenzionale o relativo dato che, dal punto di vista assoluto o ultimo, nessuna qualità risulta immuta­bile o permanente ed ogni cosa viene considerata solo in relazione al suo opposto. Il metodo buddhista, basato sull'attenta osservazione di ciò che nel mondo fenome­nico accade, conduce alla puntuale constatazione che, nel tempo, ogni cosa si trasforma nel suo opposto: il piacere nel dolore, il bene nel male, la gioventù in vec­chiaia. L'aspirazione allla evoluzione della coscienza porta naturalmente a non considerare come punto di riferimento il mondo delle forme in divenire. Di conse­guenza, più vi è crescita a livello interiore e più si perde interesse verso i ruoli sociali e una posizione di potere.

La libertà di non essere

Tutto ciò può essere esemplificato dalla proverbiale indifferenza dei "saggi" e degli "illuminati" nei riguardi del loro ceto di appartenenza. Lo stesso Buddha, che al suo tempo era conosciuto col nome di Siddharta Gotama. era figlio di un re ma non ci pensò due volte a gettare le sue vesti di principe. Quando poi, dopo il suo lungo training di purificazione, Siddharta Gotama arrivò a concepire la sua natura ultima e diventò il Buddha (l’Illuminato), non alimentò nessun rimpianto verso il luccichìo della reggia patema e visse come un asceta e monaco vagabondo insieme ad altri "miserabili" com­pagni. 


Anche nella tradizione cristiana, San Francesco è un altro esempio radicale e addirittura "scandaloso" di questa indifferenza. Ma ci sono stati pure casi di uomini di umili condizioni che, seppur trovandosi fortuitamente ad occupare posti di estremo prestigio, non si sono lasciati sedurre dal fascino del potere. Famosa è, nel Buddhismo Zen, la figura di Hui Neng, cuoco analfa­beta, che vivendo serenamente come un "buddha in incognito" viene scelto dal Quinto Patriarca come suo successore, senza che ciò muti il suo atteggiamento umile e compassionevole.

Tuttavia è pur vero che, anche volendo abbandonare ogni "gloria mondana", si può incappare nella più insidiosa ricerca di "gloria spi­rituale". Potere spirituale e potere temporale hanno camminato per secoli di pari passo. Essere in un posto di comando e per lo più avere il prestigio di rappresen­tare dio in terra è stato (e forse è ancora) il sogno ambi­zioso di molti uomini di religione, sia in Oriente che in Occidente. Vi è poi un'altra forma più sottile e più occulta di "scalata spirituale", quella che spinge molti individui, in cerca di una identità valorizzata, a gettarsi con fanatico fervore nelle vie spirituali per poter dichiarare un'appartenenza a qualcosa (un gruppo, un'idea), per lo più, un qualcosa di "molto elevato". Questa adesione dell’ immaginario alle "cose spiri­tuali" è una forma di identificazione che non facilita affatto l'incontro e il senso di unione con l'altro.

Naturalmente il vero ricercatore spirituale conosce questa eventualità e parte del suo lavoro interiore consiste proprio nel sorvegliare tutte quelle tendenze che lo spingerebbero ad usare per scopi egoistici i poteri mentali acquistati attraverso le pratiche meditative.

La felicità senza desideri

La mente, come asserisce il Dalai Lama, è la "fonte di tutte le felicità, la creatrice di tutti i buoni propositi, oppure, se mal usata, la generatrice di tutte le disgrazie". Nell'ottica buddhista, il giudizio non è la somma facoltà, e la mente che lo produce non è il ‘principio ultimo’. Dietro alla mente esiste uno sguardo neutrale, privo di giudizio, che osserva l'incessante movimento del pensiero. La pratica spirituale consiste nel cercare di mettere a fuoco la realtà dal punto di vista di quello sguardo neutro.

In questo stato di pura attenzione, la stessa immagine che abbiamo di noi, cristallizzatasi negli anni attraverso una scansione abitudinaria di pensieri/azioni può mutare ai nostri occhi. La nostra persona, il ruolo che occupa nella società, possono assumere infine la proporzione di semplici accadimenti. La ricerca di identità sociale può estinguersi per lasciare spazio, a poco a poco, a una ricerca di Identità (o non-identità) Assoluta, al di là dei nomi e delle forme. Una volta cessata la corsa alla "gloria", al prestigio e all'attenzione degli altri, è possi­bile trovare una felicità senza desideri nella consapevo­lezza di essere non solo una persona, ma di essere con­temporaneamente la Vita di tutti gli uomini.

Al cuore della filosofia buddhista non c'è la pro­messa della visione di un Paradiso fantastico o della realizzazione dei propri "sogni". Al contrario, il mondo delle immagini (e quindi delle illusioni) deve svuotarsi, a poco a poco, per lasciare spazio ad una beatitudine spoglia di oggetti o contenuti. Per questo il Buddhismo, nel suo messaggio autentico, si diffonde tra gli "incre­duli". C'è infatti una incredulità costruttiva, che può assurgere a vera e propria pratica di vita: incredulità rispetto a valori come immagine, potere, prestigio; incredulità nella possibilità di poter contrastare questi valori con una ideologia.

In un'epoca di deserto idealistico, il Buddhismo è diventata una filosofia di azione per chi si sente stretto nel suo ruolo ed è consapevole di non poter risolvere questo senso di non-identità creandosi un'altra rappre­sentazione di sé e del mondo. Come sostiene Aurobindo, contem­poraneo filosofo indiano, l' "uomo ordinario" con la forza della pura motivazione può diventare consapevole della sua natura divina semplicemente non rivolgendo "attenzioni" al proprio ego, vorace e distruttore, ma praticando l'atten­zione per registrare e osservare i propri stati mentali.

Ciò implica un graduale cammino di liberazione dai rapporti di causa/effetto, ovvero dalla legge karmica. In questa ottica di liberazione, il pensare e l'agire nel mondo diventano necessari strumenti obbligatori. Infatti, se è vero, secondo la dottrina buddhista, che noi siamo il frutto di ciò che siamo stati, ciò non significa che non possiamo dare una direzione volontaria al nostro destino. Al con­trario, secondo questa visione, abbiamo la possibilità di annullare completamente il propagarsi delle cause delle vite precedenti e modificare la nostra condizione, colti­vando pensieri e azioni diverse, irradiando il nostro stato di libertà (dalle cause) nel mondo con azioni spas­sionate, senza tornaconto personale. Ed è così che l'in­differenza verso il proprio ruolo sociale si traduce, nell'adesione alla filosofia buddhista, in una pratica sociale disinteressata, attiva, intesa come "servizio" agli altri e alla Vita.

Alberto Mengoni  
(Dalla Rivista “OLIS”- Novembre 1994)





“Tutti gli uomini sono Buddha

tutti gli uomini hanno mille occhi singoli…

occhio vivido, occhio acuto, occhio intelligente,

occhio scrutatore, occhio presbite, occhio miope,

occhio astigmatico, occhio strabico, occhio del desiderio,

occhio stanco di guardare, occhio ipercritico, occhio superficiale,

occhio rapace, occhio supplice, occhio invidioso, occhio rabbioso,

occhio calmo, occhio profondamente pensoso, occhio indagatore,

occhio amoroso, occhio generoso, occhio benigno, occhio compassionevole,

solo occhi compassionevoli, in tutto fanno centotredici.

Chi osa guardare i mille occhi è preso dal capogiro e da vertigine

guardandone i 999 dolorosi come il fuoco, dolorosi come la montagna

proprio sopra l'altopiano, che bollendo troppo a lungo

fa aprire sulla fronte il primo dei mille occhi…

grande saggezza, grande stupidità, grande gioia

grande volta celeste, grande miseria.

Così disse in uno sguardo


(Tratto da: Wang Meng, Pensieri vaganti nel Tibet, Scheiwiller, Milano 1987)

domenica 27 settembre 2026

Poliandria e poligamia... - Sessualità naturale...

 


La nostra società è largamente basata sulla famiglia che è, almeno apparentemente, una struttura monogamica. Ma vi sono molte eccezioni, tanto da domandarsi quanto la pretesa monogamia umana sia naturale e quanto sia invece una moda culturale. L'autore, il prof. Carlo Consiglio, ha voluto esplorare le alternative alla monogamia, sia consultando la letteratura che riguarda varie popolazioni umane, sia, essendo uno zoologo, dando un'occhiata al mondo animale. In quest'ultimo vi sono varie soluzioni, tra le quali la monogamia è piuttosto rara. Poiché tutti o quasi i caratteri degli animali sono adattamenti all'ambiente, l'A. ha esaminato vari caratteri morfologici, fisiologici, etologici, psicologici e genetici della specie umana, confrontandoli con quelli dei nostri più vicini parenti (le scimmie antropomorfe). 

La conclusione è stata che molti caratteri quali il dimorfismo sessuale, la grandezza dei testicoli, la presenza di uno scroto bene sviluppato, la grandezza del pene (maggiore che in tutti gli altri Primati), la particolare forma del pene (dilatato all'apice anziché appuntito), il polimorfismo degli spermatozoi (tra i quali alcuni hanno funzione di uccidere o di bloccare spermatozoi di altri maschi), i seni penduli, il volume e densità dell’ejaculato, la velocità e forza degli spermatozoi, l'ovulazione nascosta nella donna (caso rarissimo tra i mammiferi), l’orgasmo femminile (attraverso cui la donna può regolare il numero di spermatozoi trattenuti), il tappo vaginale, la preeclampsia (patologia che consente l’interruzione della gravidanza), la percezione della somiglianza, la posizione del missionario, le spinte pelviche, la sorveglianza, la masturbazione, lo stupro, la velocità di evoluzione ed il gene dell’infedeltà costituiscono adattamenti alla poligamia e specialmente alla poliandria (rapporto di una femmina con più maschi). 

Si conclude che gli antenati dell'uomo hanno praticato rapporti con più partner per milioni di anni, fino alla recente invenzione dell'agricoltura; probabilmente la scoperta del nesso tra inseminazione e gravidanza ha indotto i maschi ad impedire alle femmine l'accesso a più partner (ma non sempre con successo!).

Recensione del libro di Carlo Consiglio: L'amore con più partner, con prefazione di Luigi De Marchi, editore Pioda, Roma