martedì 30 giugno 2026

Il mistero del tredicesimo archetipo mancante... e la psicostoria!

 


Il mio primo maestro in psicostoria è stato Isaac Asimov, un docente universitario nonché scrittore. Proprio dai suoi libri appresi che la storia non può stare nei libri. La storia -quella vera- è presente nella psiche collettiva e nella materia coinvolta negli eventi. Ciò che viene definita “storia” è al meglio una cronaca aggiustata in funzione di soddisfare le esigenze dei potenti coinvolti negli eventi descritti.. oppure rispecchia le posizioni ideologiche dei narratori, che debbono in ogni caso far sempre i conti con il potere in carica. Lo vediamo anche nelle cronache attuali, quelle dei giornali, radio e tv, in cui la narrazione dei fatti è sempre aggiustata al fine di soddisfare un “potere” od un “idea”…
Isaac Asimov, come si intuisce dal nome, fu un ebreo americano di origine russa, la sua passione segreta fu quella di immaginare incredibili eventi intergalattici, mai avvenuti ma che avrebbero potuto avvenire.. Insomma faceva il professore e scriveva libri scientifici.. ma dai più era conosciuto per i suoi romanzi di fantascienza.. Ed è su uno di quei romanzi che conobbi il concetto di psicostoria… Ma ovviamente quel concetto era appena abbozzato in modo da lasciare al lettore, come me, spazio per ipotizzare risvolti e significati occulti.
Beh, a questo punto non so più se nella mia mente stia seguendo le ipotesi di Asimov oppure sia subentrato una nuova ispirazione che mi consente oggi di parlare così liberamente e compiutamente di questa materia. Intanto cominciamo a stabilire cosa significhi (per me) psicostoria.
Secondo la teoria di un altro grande scienziato (anche lui di origine ebrea), Albert Einstein Una forma che si manifesta nella spazio è semplice durata nel tempo. Come dire che la proiezione energetica della forma è individuabile soltanto in rapporto con la sua prosecutio temporale. Da qui l’idea che ogni cosa ed ogni accadimento sono semplici proiezioni spazio temporali, e pertanto “immaginarie”, ovvero percepibili attraverso la coscienza, che è invero un continuum inscindibile… Solo una coscienza riflessa, quella della mente, è in grado di fermare i fotogrammi nel caotico flusso energetico spaziotemporale rendendo le forme, i fatti, insomma ciò che compone lo svolgimento dell’agire, non solo visibili ma anche consequenziali e sperimentabili sensorialmente.
Nella descrizione degli eventi, definita storia, prevale l’impressione dell’osservatore (come sopra evidenziato), questa è la caratteristica della mente individuale che, percependo attraverso la rete di sue predisposizioni, interpreta ed aggiusta i significati delle azioni vissute o riportate.
A questo punto per conoscere la “verità” occorre rivolgersi alla psicostoria, ovvero alla capacità di lettura della memorizzazione automatica, empirica, della registrazione contabile non percettibile, presente nell’insieme degli eventi. Per cui se vogliamo conoscere la storia, quella vera, è necessario introdursi nel magazzino akashico della funzione mnemonica vitale, che è presente in chiave olografica in ognuno di noi.
Bisogna pescare nell’inconscio, bisogna percepire quello che è presente nella mente universale in forma di traccia mnemonica psico-fisica. Bisogna comprendere gli eventi narrati non solo dal punto di vista del narratore ma di quello dei vari personaggi descritti. Bisogna sprofondare nel mondo archetipale e sapersi riconoscere in ognuno dei “modelli” evocati. Bisogna lasciar andare la ragione e l’analisi per soffermarsi sulla memoria collettiva dalla quale possono così emergere messaggi e intuizioni diverse dalle conclusioni descritte nella storia ufficiale.
Isaac Asimov si prefiggeva di arrivare a ciò attraverso l’analisi memorica residua impressa negli oggetti coinvolti negli eventi.. Ad esempio se volessimo stabilire la verità sui fatti che hanno accompagnato la morte di Gheddafi, pur in assenza del suo cadavere, che ovviamente potrebbe essere il miglior trasmettitore, potremmo utilizzare un qualsiasi oggetto da lui posseduto ed usato in quei momenti fatidici.. la sua pistola d’oro? I suoi stivali? Ma io personalmente non supporto questa visione “fisicista” preferendo quella “psichica” della rielaborazione all’interno della mente, con richiami specifici all’evento, attraverso una specie di trance meditativa, un po’ quel che avviene ai medium durante le sedute spiritiche.
Con questo metodo possono aversi risultati “stravolgenti” rispetto a quelle che sono le opinioni sulle cause degli eventi storici, ad esempio nell’analisi che stabilisce i motivi della caduta dell’impero romano di solito si evidenziano sia la decadenza dei costumi, sia la calata dei barbari ma non si tiene mai conto delle conseguenze dell’affermazione cristiana, che fu veramente un fatto disgregante e distruttivo della romanità, trasformandola da civiltà politica laica in mera fondazione religiosa.
E qui mi sembra utile fare una piccola disgressione. Dopo la scoperta dei rotoli di Qumran è risultato evidente che gli insegnamenti e le cronache in essi contenuti anticipavano di fatto tutti gli insegnamenti cristiani. Solo che quei rotoli erano di molto antecedenti all’ipotetica nascita di Cristo. Dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito si intensificò la diaspora ebraica (che era già iniziata da tempo immemorabile essendo gli ebrei già presenti in moltissimi luoghi nel mondo). Fra i vari gruppi o sette ebraiche quella degli Esseni era la più spiritualmente qualificata e la meno radicata alle tradizioni rabbiniche. Gli Esseni perseguivano una filosofia “umanitaria” in cui si prefigurava già un’ideologia “universale” poi continuata dalla chiesa cristiana. Inoltre gli Esseni avevano capito una cosa.. che nella immaginazione scritturale ebraica si continuava a prospettare l’arrivo di un messia, salvatore d’Israele. Ma di messia -o autodefinitisi tali- ne erano passati a decine nei secoli ed il risultato era sempre stato deludente. 
Per questo gli Esseni decisero -pragmaticamente- che non valeva più la pena di proiettare la venuta del messia in un futuro lontano (cosa che per tutti gli altri ebrei era motivo di speranza e di forza per continuare a mantenere la “fede”) e intuirono anche che non poteva trionfare presso le popolazioni umane una religione che fosse trasmissibile solo per via ereditaria diretta (geneticamente). Decisero perciò due cose che cambiarono radicalmente la loro struttura, allargandola sempre più, e rendendo inoltre la loro “religione” più alla portata di tutti. In primis stabilirono che il messia non doveva venire in futuro ma era già venuto in passato e “descrissero” (come fatto storico) un personaggio (che dal punto di vista delle cronache ufficiali romane non è mai esistito) mettendogli in bocca quegli insegnamenti che facevano parte della loro tradizione (quella dei famosi rotoli del Mar Morto di cui sopra) e soprattutto stabilirono che si potesse aderire alla loro “religione” non solo per censo ma anche per conversione…. Quella fu la causa della frattura definitiva tra la setta essena e l’ebraismo tradizionale e da quella frattura nacque il cristianesimo (che assunse una sua identità specifica a partire dal III secolo d.c o meglio dall’anno 1.000 di Roma).
Questo percorso esemplificativo, che qui vi ho narrato, è il risultato di una “lettura” psicostorica. Ed ora andiamo avanti, anzi scendiamo ancora più indietro nel tempo e nella storia.
Ricordate Matusalemme? Ma senza soffermarci su di lui ricorderete tutte le storie di tutte le tradizioni in cui si narra come nell’antichità mitologica gli uomini vivessero per centinaia di anni. Beh, nella remotissima antichità il computo del tempo non veniva fatto in “anni”, essendo quello il risultato di una valutazione e comprensione successiva, il tempo scorreva e veniva calcolato sulla base di fatti visibilmente più efficaci. Si calcolava in lune. Tutti i calendari dell’antichità erano calendari lunari. L’età delle persone si stabiliva sul numero delle lune, Persino in tempi relativamente recenti, quando gli inglesi invasero il nord America, gli aborigeni calcolavano la loro età in lune. E quante sono le lune in una vita? Possono ovviamente essere centinaia -se non migliaia- considerando che le lune nuove in un anno sono 13 ecco che una vita media (nel lontano passato) di circa 30 o 40 anni diventava una vita di 400 lune ed oltre. Se ad un uomo capitava di vivere per 80 anni, ecco che la sua esistenza enumerava un migliaio di lune, il che da un senso diverso alla durata della vita di patriarchi vari e compagnia… (infatti dal punto di vista genetico sappiamo che la durata della vita nell’uomo non è mai giunta a coprire le centinaia o migliaia di anni come affermato nelle storie mitologiche.
Ma proseguiamo con le 13 lune.. che tra l’altro erano collegate ai periodi fecondi delle donne e quindi il calcolo in lune era un ottimo sistema per descrivere gli eventi della vita, ed infatti per migliaia d’anni il valore dell’esistenza era basato sulla capacità femminile di procreare, sulla importanza della donna in quanto matrice ed espressione della Madre Terra. E la luna, si sa, è un simbolo femminile per antonomasia, legata all’istinto, all’intuito, alla magia, etc. Poi successivamente subentrò un rovesciamento di valori, senza voler qui esaminarne le cause, diciamo che prese il sopravvento una cultura patriarcale, o solare. Da quel momento in poi il tempo doveva essere calcolato in quadratura razionale, attraverso la comprensione del movimento dell’astro solare. Nacquero così i dodici mesi, come frammenti di un anno, e da quel momento in poi gli anni “solari” furono il metro di misura di tutto ciò che avviene sulla terra. Per cui la vita (misurata in anni) sembrò accorciarsi. Altro risvolto è che per stare nelle 4 stagioni i mesi dovevano essere pari e non dispari.
Gli archetipi primordiali, che originariamente erano 13 come le lune, in un percorso concluso fra una primavera e la successiva (nel calcolo lunare antico l’anno iniziava a marzo), ecco che ci si dovette adattare al nuovo computo, e la civiltà umana rinunciò ad un modello, ad una divinità simbolica. I segni zodiacali nell’astrologia solare infatti sono 12, e tutti collegati al modo di agire nel mondo, mentre è venuto a mancare l’elemento di congiunzione spirituale.
Eliminato il tredicesimo archetipo la stessa cosa avvenne con la scomparsa del quinto elemento (originariamente gli elementi sono cinque: etere, aria, fuoco, acqua e terra), quello più sottile, l’etere, che rappresenta lo spirito. Insomma l’aggiustamento al metro solare e patriarcale escluse sia un archetipo che un elemento dall’esistente. L’elemento mancante sappiamo che è l’etere (però nell’antichissima tradizione indiana esso ancora sussiste) ma qual’è l’archetipo mancante, il 13°…?
Qui introduco un discorso psicostorico che mi è stato ispirato dallo studio accurato fatto da un altro ebreo di origine russa, Alejandro Jodorowsky, sugli archetipi incarnati dagli Arcani dei Tarocchi. Alcune parole sui Tarocchi non guasteranno.
Dice Covelluzzo da Viterbo: “Anno 1379; fu recato in Viterbo il gioco delle carte che viene da Seracenia e chiamasi naibi…” Questa è la prima certificazione storica dell’avvento dei Tarocchi in Italia, “nabi o navi” nelle lingue semitiche significa “profeta o indovino” ma sicuramente anche questo sistema divinatorio remotissimo proviene dalla Valle dell’Indo. I Tarocchi completi sono composti da 21 Arcani maggiori + lo 0 (matto) e da 52 carte (arcani minori) suddivise in quattro semi.
Ma in questo momento quello che mi interessa evidenziare è l’aspetto dell’Arcano XIII. Questo Arcano non ha nome, la tradizione compie l’errore di attribuirgli in modo arbitrario quello di “Morte”, forse semplicemente perché l’immagine ritratta è quella di uno scheletro che avanzando impugna una falce. Solitamente la morte viene descritta in queste sembianze.. ma se andiamo ad analizzare più attentamente scopriamo che -in primis- l’Arcano XIII non ha scritto -come tutti gli altri Arcani – il nome sulla carta, si tratta di un Arcano senza nome. Poi se osserviamo la figura ritratta scopriamo che sulla spina dorsale vi sono evidenziati i punti corrispondenti ad alcuni importanti Chakra, soprattutto quello alla base del coccige, sede tradizionale del Muladhara (Supporto Radice in sanscrito, ed infatti gli viene attribuita la valenza Terra). Il Muladhara, sede della Madre Universale Kundalini, rappresenta la forza creatrice (in chiave femminile) immaginata come l’infinita capacità generante in forma di un serpente arrotolato su se stesso. Quando si risveglia questa energia ecco che il percorso spirituale ha inizio. La verità e l’esperienza diretta dell’unitarietà della materia e dello spirito si fanno strada nella coscienza dell’iniziato. Ancora osservando altri particolari di questa carta scopriamo che vi sono due teste mozzate sul terreno, una femminile e l’altra maschile, contornate da vari organi di locomozione ed azione (mani e piedi) anch’essi recisi. Lo spettro, come dicevamo sopra, avanza lungo un percorso e sembra si faccia strada eliminando i concetti di maschile e femminile e gli organi con cui l’uomo compie le azioni nel mondo, ovvero il senso dell’agire e del considerarsi l’autore degli eventi vissuti. Questa identificazione nella dualità è chiaramente l’ego (io individuale).. e lo spettro, o Spirito, eliminando l’illusione separativa conduce l’anima verso la liberazione.
Ed ora vediamo come questo Arcano XIII sia in buona sostanza, l’immagine segretamente trasmutata e conservata del 13° archetipo lunare scomparso… Si tratta dell’archetipo che riporta il tutto al Tutto, a ciò che è sempre stato. Riconduce lo spirito, illuso dalle forme e dalla separazione temporale e spaziale, allo Spirito onnicomprensivo ed eterno…
L’archetipo “mancante” è quello cancellato dalle religioni monoteiste patriarcali che hanno trasformato la conoscenza dell’Assoluto non duale, in conoscenza del bene e del male, in forma di un serpente tentatore che allontana l’uomo da Dio… Mentre è esattamente il contrario, ovvero è l’esclusione della coscienza spirituale spontanea e naturale dell’uomo (e l’immissione nella cultura e nella psiche umana di concetti religiosi basati sulla “descrizione” storica di una creazione lineare compiuta da un Dio separato dalla sua stessa creazione e dalle sue creature) che contribuisce alla alienazione dell’io individuale dal Tutto.
Insomma il XIII archetipo mancante è la Spiritualità Laica…
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

sabato 27 giugno 2026

Nisargadatta Maharaj: "Io parlo della fine della persona... non della persona!”

 


Secondo  Sri Nisargadatta Maharaj, esponente della filosofia non-duale (Advaita Vedanta), la persona non esiste realmente ed è soltanto il risultato di un equivoco mentale. Essa rappresenta un riflesso o un'ombra della realtà oggettiva, ma viene erroneamente scambiata per il vero soggetto.

Nisargadatta Maharaj scompone l'illusione della personalità attraverso concetti chiave precisi:

La natura illusoria della persona

Prodotto di memorie: La persona è costituita esclusivamente da un insieme di ricordi, abitudini e strutture psichiche.

Mancanza di continuità: Pensieri, sentimenti e azioni scorrono incessantemente davanti al testimone consapevole. Lasciano tracce nel cervello e creano una falsa illusione di continuità temporale.

Nomi e forme: L'identità personale si basa su etichette verbali e forme fisiche, definiti dal maestro come "vuote apparenze prive di qualsiasi contenuto reale".

Il riflesso e la realtà

L'ombra del reale: La personalità è solo un'ombra della Realtà Suprema, non il vero Sé.

L'errore delle identificazioni: Affermazioni come "io sono questo" o "io sono quello" appartengono alla dimensione del sogno e dell'immaginazione privata.

Il puro esistere: Soltanto il senso dell' "Io sono" puro e semplice, privo di associazioni personali, possiede il marchio della realtà.

La liberazione dall'equivoco

Cessazione dello sforzo: Comprendere che la persona è una semplice ombra permette di smettere di logorarsi e di trasformare l'esistenza in un flusso guidato dall'interno.

Uscire dalla prigione: L'identificazione con il corpo-mente racchiude l'individuo in una prigione. Se ne esce unicamente conoscendo se stessi per ciò che si è realmente: la luce immortale della coscienza.

Il pensiero advaita di Nisargadatta Maharaj





martedì 23 giugno 2026

Ogni cambiamento strutturale comincia con la fantasia...

 

Risultati immagini per Fanta-ecologia-bioregionale

L’uomo in questo ultimo secolo è divenuto il peso più grande per il pianeta Terra, siamo troppi  ed inquiniamo tremendamente e rubiamo spazio al selvatico. Tutto ciò  è innegabilmente vero, non posso però proporre soluzioni finali e sperare nell’armageddon, come molti illusi fanno, per risolvere il problema  del mantenimento di una civiltà umana degna di questo nome.    

Nell’ecologia profonda si indica sempre  la condizione presente come base di partenza per il successivo cambiamento o riparazione….  considero però che questa società non potrà durare a lungo ed è bene che vi siano delle “nicchie” di sopravvivenza, dalle quali ripartire con nuovi paradigmi di civiltà in cui mantenere un equilibrio fra uomo-natura-animali (dice una poesia: o si salvano o si perdono insieme).   

Anche se non è attualmente il mio compito specifico quello “di salvare il mondo”  sento che è giusto evocare questa necessità.  Siamo sul filo del rasoio e solo la vita potrà indicarci la direzione, al momento opportuno. L’idealismo non serve a nulla!  Non vorrei esprimermi come il  papa di una nuova religione,  non ho  assunto delle regole e dei comandamenti,  le mie lettere son solo proiezioni di pensiero, aggiustamenti mentali per individuare nuove vie di uscita. Infatti a che servono i “principi” nella vita quotidiana, nella sopravvivenza quotidiana del giorno per giorno, salvando il salvabile senza rinunciare alla propria natura?….

L’umanità  è subissata da annotazioni, riciclaggi, informative di ogni genere e tendenze da riempimento del vuoto (come fossimo circondati da tanti animali da compagnia)…  Ed io  son costretto ad una cernita “censurante”, anche se non amo usare questa parola…. talmente tante sono le informazioni fasulle che ricevo nel continuo bisbiglio telematico.  In effetti il problema di internet è proprio l’eccesso informativo che diventa futilità, per questo mi piace l’idea della lettera non lettera, dell’esserci e non esserci, di  trasmetterti  pensieri e sentimenti in cui non vi sono aspetti analizzati e “assunti”.

Tempo fa, ad esempio, parlavo del culto degli antenati in Cina e dello scollamento sociale e familiare e stamattina al bar ho velocemente seguito una trasmissione televisiva che diceva esattamente le stesse cose….

Vorrei ora raccontarvi una storiella,  cerco di essere breve.  

Una volta in una società futuribile in cui tutto era informatizzato e meccanico, un funzionario che si era stufato del solito tran tran  inutile e del vuoto migliorismo ottimizzatore di una società quadrata, chiese di essere trasferito  dal suo livello relativamente alto di attività ad un livello più basso, quello dei lavori manuali. Così fu mandato come operaio addetto alla manutenzione delle strade e lì iniziò per lui una nuova vita, un contatto diretto con le cose che prima non conosceva. La fatica era tanta e non c’erano soddisfazioni o riconoscimenti e spesso i suoi colleghi di lavoro erano  persone che non vedevano più in là del loro naso. Egli notò che c’era un grande spreco di mezzi dovuto al fatto che non ci si prendeva dovuta cura degli attrezzi che spesso venivano lasciati sporchi a fine lavoro o sotto la pioggia. Nella guardiola dove lui dormiva c’era anche lì un computer, ovviamente era tutta informatizzato, come dicevamo prima, ed egli notò che c’era una voce fra le varie nello schema preformato in cui  inviava il riporto giornaliero alla centrale  che diceva “suggerimenti”, ovviamente era una voce quasi inutile in quanto nessuno leggeva i suggerimenti di un manovale, ma lui cominciò  scrivere i suoi appunti sullo spreco di mezzi dovuto all’incuria, e siccome ormai era tutto gestito da un computer centrale e gli amministratori ed i politici si basavano su quanto indicato in esso per governare al meglio il mondo (una sorta di ”Gallup” proiettivo delle informazioni), quando il computer centrale iniziò a dare indicazioni sulla necessità di prendere dovuto cura degli attrezzi pena la perdita di risorse preziose… iniziò un processo a catena in cui quello che saggiamente di volta in volta veniva consigliato dal nostro uomo qualunque, passando dal computer centrale,  veniva recepito dal governo mondiale e  le “sagge ragioni” sulla gestione delle risorse divennero pian piano elementi di un congegno per il cambiamento della  società….           

E’ solo una favola? Chissà…..?

Paolo D’Arpini

domenica 21 giugno 2026

Il calendario ciclico della Vita basato su fenomeni naturali...

 

“Alla sorgente” dipinto di Franco Farina

Il computo del tempo e la nascita dei calendari è un’operazione puramente convenzionale basata sull’idea di voler fornire continuità ad un evento ritenuto particolarmente importante per una data civiltà che -da quel momento- sancisce la sua fioritura. Sappiamo infatti che sono esistiti ed esistono vari calendari, ognuno con un suo particolare inizio. Alcuni inizi sono stati più significativi e sono perdurati nei secoli altri invece sono stati effimeri e si sono esauriti dopo breve tempo, basti pensare ad esempio al calendario fascista.. che durò pochi decenni.

Nell’antichità remota allorché l’uomo riconosceva la vita come un continuum, senza apparente inizio né fine, il calcolo del passaggio del tempo era immaginato su una scala ellittica/elicoidole che ripeteva cicli e stagioni secondo un ordine stabilito dalla natura. Pertanto il calendario non aveva un vero e proprio inizio bensì manteneva la funzione descrittrice dei cicli naturali ripetentesi – sia pur con variazioni comunque lentissime – (vedasi i tempi delle glaciazioni e delle inter-glaciazioni). Questo calendario “circolare” era assolutamente utile per la conoscenza di quanto andava avvenendo sulla terra e per la regolamentazione delle azioni opportune, i momenti ottimali per compiere determinati atti (semina, viaggi, feste, etc.). In questo sistema quindi si considerava il tempo come una sorte di flusso permanente in cui si riproponevano situazioni derivate dalla natura e -come avviene osservando lo svolgersi ripetitivo della vita animale e vegetale- magari basate su differenti stadi e situazioni di un Essere onnicomprensivo chiamato “Madre Terra”. 

Ovviamente con l’andare del tempo, con l’affermarsi di civiltà teocratiche e di imperi, oppure iniziandosi a stabilire l’insorgere di popoli e di nazioni ecco che subentrò l’abitudine di dare un inizio specifico al tempo, da quel momento il computo divenne “lineare”. Ma -come dicevamo sopra- di inizi ce ne furono parecchi ed ognuno in concorrenza con l’altro… Sicuramente il più antico calendario ancora in vigore è quello indiano che si fa risalire a molte migliaia di anni fa, ma il sistema indiano è basato su epoche (yuga) che ritornano ed ogni epoca ha la durata di migliaia di anni (questa in esaurimento è il Kali Yuga).  Possiamo vedere che alcuni calendari, pur anch’essi alquanto antichi, -ad esempio quello egiziano o sumero-babilonese- pian piano scomparirono con il raffreddarsi degli stimoli e dell’influenza politica e culturale dei suoi fondatori. Il calendario ebraico in qualche modo è rimasto, pur essendo uno dei più recenti del mondo antico per due sostanziali motivi. Il primo è che tale calendario è basato su una immaginaria creazione del mondo, avvenuta il 6 ottobre 3761, che in verità corrisponde alla nascita del concetto di appartenenza ad uno specifico popolo (appunto quello ebraico), che mantenne nei secoli la sua identità attraverso la compattezza delle proprie caratteristiche genetiche (gli ebrei sono solo ebrei e non si mescolano con altre etnie). Il secondo motivo sta nel fatto che questo calendario fu mantenuto, sia pur revisionandolo con un nuovo inizio, dalla “cultura” successiva definita cristiana.

Lasciamo per un momento da parte le connivenze di genere fra ebrei e cristiani e cerchiamo invece di capire come un calendario venga stabilito. Ad esempio il calendario ciclico lunare cinese, basato su un semplice calcolo circolare di commistione fra cinque elementi primordiali e dodici archetipi psichici, si fa risalire (per modo di dire perché a quel tempo ed in quel luogo non conoscevano nemmeno l’esistenza della Palestina) all’anno 2.637 avanti Cristo. Il fatto che, come viene riferito dalle cronache storiche- il momento di inizio corrispondesse al 61° anno del suo fondatore, l’imperatore Huang, e siccome un ciclo completo (che tocca i 5 elementi ed i dodici archetipi) è esattamente di 60 anni (12 x 5), possiamo supporre che quell’inizio fosse conseguente alla consapevolezza che antecedenti inizi c’erano stati in passato (seguendone innumerevoli altri). Infatti per stabilire un inizio in un calendario circolare ovviamente bisogna essere coscienti che si è già all’interno di una sequenza.. quindi quell’inizio è solo un pro-forma per “dare valore e sostanza pratica” al calendario prescelto. Un particolare interessante del calendario cinese è che esso è basato su una serie di ruote o ingranaggi contigui e affini, ma sempre più grandi.. Non volendo scendere né salire troppo dirò che il giorno è come una ruota suddivisa in dodici periodi minori, chiamiamoli “denti” o segmenti di un piccolo ingranaggio, questo ingranaggio va poi a congiungersi (per moto proprio) al successivo “insieme temporale” definito mese lunare che a sua volta contribuisce a creare un anno, l’anno diviene il “dodecennale” che, congiunto ai diversi archetipi, si addentella al successivo ciclo dei 60 anni e che a sua volta forma nuovi cicli sempre più grandi e duraturi… il tutto posizionato lungo una spirale eterna. Insomma provate ad immaginare gli ingranaggi di un enorme orologio dal più piccolo al più grande continuamente e costantemente collegati e ripetentesi nei vari processi (so che non è facile immaginarselo poiché è un’idea alla quale non siamo abituati..). Ma quello che volevo significare con questo discorso è che l’imperatore Huang stabilì in modo formale e convenzionale, in forma di inizio, un calendario che evidentemente era in auge già da tempo immemorabile in quella parte del mondo (infatti il calendario archetipale “cinese” è accettato e usato in tutto l’estremo oriente, dalla Siberia alla Mongolia, dalla Cina al Giappone, etc.).

Torniamo ora al calcolo lineare e soprattutto alla considerazione sull’ipotetico inizio del nostro calendario cristiano. Ma prima di arrivarci esaminiamo il calendario in vigore durante i primi secoli della così detta “era cristiana”. Roma fu fondata, si dice, nell’anno 753 a.C., il dubbio è d’obbligo poiché come abbiamo visto nel caso del calendario cinese anche Roma doveva pre-esistere per poter far dire ai suoi abitanti che era stata fondata… Insomma nel 753 a.C. Quelli che poi saranno i romani decisero che Roma era ufficialmente nata e da qual momento nacque anche il calendario dell’era Romana… Sia pur con quell’inizio anche per i romani il calendario era originariamente un mezzo “circolare” per calcolare gli atti sacrali e mondani che contraddistinguevano la vita sociale, infatti esiste un antico calendario romano di cui una edizione ci è stata tramandata, l’autore della quale “sarebbe” un tal Dionysus Petavius. E qui vediamo che già il nome lascia trapelare qualcosa… Dioniso è il remotissimo Dio identificabile con Shiva che appartiene alla tradizione ancestrale indoeuropea e petavius (dal sanscrito peta) significa antenato. Perciò è facile dedurre che si tratta di un calendario tramandato da illo tempore e poi “codificato” ufficialmente con la “fondazione” di Roma. Ed ora consideriamo cosa avvenne attorno all’anno mille di Roma, in quel periodo stavano maturando due fatti contigui e consequenziali. Roma in seguito all’espansione imperiale ed al mescolamento continuo delle culture aveva perso gran parte delle sue tradizioni ancestrali, le religioni all’interno dell’impero erano molteplici e spesso in contraddizione e conflitto tra loro.. Il potere romano aveva cercato di unificare politicamente le varie popolazioni d’Europa, d’Africa e d’Asia, che facevano parte dei suoi sconfinati domini, attraverso l’imposizione di una unità amministrativa politica e militare lasciando però -per ammorbidire la stretta- ampia libertà di culto religioso e di usi e costumi ai vari popoli. 

Durante il terzo secolo d. C., corrispondente all’anno 1000 di Roma, era andato consolidandosi un culto di origine ebraica, derivato dalla setta degli Esseni, che a differenza della tradizione giudea accettava i convertiti al suo interno, senza che questi dovessero necessariamente essere di origine ebraica. Questo nuovo metodo favorì grandemente lo sviluppo della nascente nuova religione nell’Impero, soprattutto presso le classi povere, poiché fra i primi cristiani -come tra gli ebrei e tra gli esseni- vigeva la pratica della mutua assistenza e solidarietà fra correligionari (lo stesso antico metodo di mafia ed affini). Con l’impoverimento progressivo delle popolazioni e la disgregazione del potere temporale, l’unico legante che univa il mondo romano fu la condivisione del nuovo credo religioso, da quel momento definito “cristianesimo”…. Si noti bene che il cristianesimo prese ad avere la diffusione più virulenta attorno all’anno mille di Roma (da qui l’idea successivamente riportata anche in epoca medioevale di mille e non più mille). Si fa inoltre presente che all’epoca del Concilio di Nicea (nel 325 d.C. anno di Roma 1078) ancora non si sapeva o poteva indicare una data certa sull’ipotetica nascita di Cristo… E la partenza ufficiale del nuovo calendario cristiano avvenne non prima del V o VI secolo d. C. allorché si stabilì una data convenzionale per la nascita del Cristo fissandola appunto al 753° anno dalla fondazione di Roma (corrispondente all’anno 1 della nuova era). Successivamente essendo crollata la potenza temporale di Roma nel mondo conosciuto rimase il suo primato religioso in forma di cristianesimo con il nuovo calendario. Tra l’altro questo calendario servì enormemente all’espansione ed affermazione del cristianesimo, ponendosi come legante comunitario riconosciuto anche presso le nuove popolazioni barbariche che pian piano occupavano i confini dell’ex impero o presso i nuovi stati che sorgevano oltre quei confini, ad oriente….. Insomma il calendario cristiano era ed è tutt’ora -come fu il latino in precedenza e come è l’inglese oggi nel mondo- un elemento di coesione e di imposizione di una cultura. Infatti il calendario cristiano viene oggi utilizzato per consuetudine in tutto il mondo (anche nei paesi non cristiani che sono per altro la maggioranza).

Ma i calendari sono cambiati per le civiltà antiche cambieranno ancora, non c’è dubbio, 

Quale sarà il nuovo calendario per l’umanità dei millenni avvenire? Forse l’identità con l’esistenza stessa della vita sulla terra riporterà l’umanità alla considerazione del tempo circolare e magari per i calendari futuri non sarà più necessario che vadano avanti coi numeri a partire da….. per finire non si sa quando, potranno cambiare -ad esempio come avviene in India- con l’avvento di ogni yuga… yuga dopo yuga… sempre lo stesso tempo è…

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



venerdì 19 giugno 2026

L'origine del pensiero...

 


La mente è un apparato che trasforma le percezioni e le sensazioni emozionali e fisiche in immagini che è poi in grado di elaborare in costrutti consequenziali logici e memorizzabili...

Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire… E la risposta?

Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorare nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?

Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchito, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositivo che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…

No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? 

Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.

Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli…. Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arrabattiamo nel cercare di prefigurare un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.

Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.

Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.

Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto e inconoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.
“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.

Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.

Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.

“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”

Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.

Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere…

Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



giovedì 18 giugno 2026

La storia della vita sul pianeta Terra...

 


Risultati immagini per La storia della vita sul pianeta Terra

"La nostra conoscenza della narrazione evolutiva è abbastanza frammentaria... Dopo tre miliardi e mezzo di anni si stima che un trilione di specie abbia accompagnato la Terra nel suo lungo peregrinare intorno al Sole. Più del 99% si sono estinte. Tra di esse, la frazione che ha lasciato testimonianze fossili è minima. I fossili determinano una visione distorta della vita scomparsa, e non offrono una selezione rappresentativa di esemplari. La natura ha scarsi imbalsamatori ma molti necrofagi e riciclatori. (...) I fossili fanno luce su momenti concreti della scena evolutiva, come il passato dei molluschi, dei vertebrati e degli echinodermi, esseri che hanno incorporato carbonio o fosfato di calcio nelle loro ossa, conchiglie, denti. Quelli a corpo molle, o con supporti deboli come la chitina, restano in penombra. Si tratta di una vastissima regione buia, se teniamo in considerazione che le specie a corpo molle sono state la norma nel corso di otto decimi di storia della vita. (...) Gli aspiranti a fossile devono morire nel mare, o vicino a un lago o a un fiume, dove un sudario di fango possa coprire i loro corpi. (....) Quando scarseggiano i fossili in un certo periodo, forse è dovuto al fatto che, in effetti, ci fossero pochi animali, oppure a fattori che hanno inibito la fossilizzazione, come un abbassamento della concentrazione di ossigeno.
Se volessimo sviscerare l'intera storia dei vermi, degli artropodi senza rinforzo dell'esoscheletro, o degli esseri unicellulari, vale a dire, la storia dei principali abitanti della Terra, ci imbarcheremmo in una impresa impossibile".

David Blanco Laserna


Integrazioni:

Quanto osservato è uno dei motivi principali per cui mi sento disinteressato riguardo la tesi dell' "anello mancante" come contestazione dell'evoluzionismo darwiniano.
La teoria di Wallace e Darwin è l'ipotesi più razionale, ragionevole e coerente riguardo lo sviluppo nel tempo della vita sul pianeta: le repliche di Dna realizzate dagli organismi biologici contengono errori, quindi modifiche (anche le repliche delle nostre cellule ne contengono, ed è per questo che il nostro corpo invecchia, attraverso cumuli di errori). Dato un organismo adatto all'ambiente contemporaneo, i suoi discendenti variamente modificati possono esserlo di più o di meno, nel mentre che le stesse condizioni ambientali si modificano.
Perciò, la teoria della selezione a posteriori del più adatto appare perfettamente logica.
Il suo limite è quello di essere difficilmente verificabile o falsificabile nei dettagli, a causa delle scarse tracce materiali disponibili riguardo il lungo passato biologico terrestre.

La scarsità o anche totale assenza di dati in molte zone di una storia frammentaria non costituisce prova di errore descrittivo, costituisce solo un limite.
Una prova di errore sarebbe, in ipotesi, una evento certificato che risulti incompatibile e contraddittorio con la teoria.
Cosa che non mi pare sia finora accaduta.
Quando ero ragazzo, al liceo, contestai la tesi antievoluzionista dell'insegnante di religione con un intervento che coniugava originalmente Darwin, Monod e il creazionismo: "Prof, se vogliamo ammettere la creazione divina, nulla vieta che dio abbia costruito un mondo destinato a funzionare secondo le regole della selezione naturale a posteriori", cioè secondo "il caso e la necessità", come sosteneva il biologo francese.
Don Benciolini ammise che non poteva contestare una simile ipotesi logica.
Nei quasi cinquant'anni successivi non sono riuscito a contestarla neanch'io.
Cosa che spero possa essere presa in considerazione dagli amici teisti, che non devono sentirsi obbligati ad essere "fissisti" (come venivano chiamati, nel XIX secolo, gli antievoluzionisti).

Vincenzo Zamboni


Risultati immagini per La storia della vita sul pianeta Terra

Commento di Orazio Fergnani:  "Fra le due scuole principali certamente quella evoluzionista appare la più logica. Ma certo riuscire a capire attraverso quanti miliardi di successive mutanti evoluzioni sia necessario passare per derivare dalla forma di 'ameba unicellulare ad un essere complesso come l'uomo o anche gli animali superiori con oltre 100 miliardi di cellule che interagiscono coordinatamente e contemporaneamente... mi risulta un po' indigesto... Probabilmente sono possibili altre varianti teoriche che ancora non abbiamo individuato.  A mio parere non si può riuscire a spiegare tutte queste quasi infinite mutazioni con la teoria del migliore adattamento ambientale."

Immagine correlata

martedì 16 giugno 2026

Spiritualità laica e vita nel mondo...

 


“Sia che continuiate a vivere in famiglia o che vi rinunciate e andiate a vivere in una foresta, la vostra mente vi perseguiterà. L’ego è la fonte dei pensieri. Esso crea il corpo e il mondo e vi fa pensare di essere un grihastha (mondano). Se rinuncerete al mondo non farete altro che sostituire il pensiero di sannyasi (rinunciante) a quello di grihastha e l’ambiente di foresta all’ambiente della famiglia. Gli ostacoli mentali però resteranno lì, anzi, in un nuovo ambiente persino aumenteranno. Non serve a nulla cambiare ambiente. L’ostacolo è nella mente, che deve essere “compresa” sia a casa che nella foresta. Se potete farlo in una foresta, perché non nella società? Allora perché cambiare ambiente? Potete impegnarvi nella ricerca anche adesso, in qualunque ambiente vi troviate.” (Ramana Maharshi)

Ritengo che per noi spiritualisti laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo…
*
L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.
*
Il momento che, nell’autoconoscenza, l’identità fittizia con l’agente scompare quel che resta è la pura consapevolezza del Sé. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potrebbe esserlo un sogno rispetto al sognatore. A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato. In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di sé.
*
Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi coinvolti… Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio. Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.
*
Ed inoltre anche il concetto di “destino” e di azione ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.  
La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità.

*
Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno. Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.
*
Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente. E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale . Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.
*
E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica